L'artista SOLO in un'immagine promozionale.
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SOLO: “Ormai contano solo le major, le etichette indipendenti sono morenti”

Ciao SOLO e benvenuto su Music.it! Siamo soliti rompere il ghiaccio col raccontare un aneddoto, una storia divertente sul tuo trascorso artistico.

Il mio trascorso artistico è fatto di sole tragedie e drammi. Ahahah! Non è vero, però mi piace dire un sacco di stronzate. Di sicuro, gli aneddoti più divertenti che potrei raccontare sono quelli legati all’esperienza con la The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, con cui ci siamo sempre divertiti un mondo a suonare dal vivo, facendo battute fra di noi, con il pubblico, con l’idea di portare uno show che non fosse soltanto musicale, ma anche di intrattenimento. Senza volermi dilungare troppo (cosa che già sto facendo, sia nel dire che non mi voglio dilungare, sia nello specificare che lo sto già facendo), direi che una delle esperienze più peculiari fu durante un live a un evento sulla spiaggia di Palinuro (SA), il ClimBrave. A un certo punto, un tizio del pubblico, smise di ballare e iniziò a “nuotare” nella sabbia. Concerti sobri, quelli della The Bordello Rock ‘n’ Roll Band.

Ho ascoltato “Don’t shoot the piano player”, il tuo nuovo singolo. Mi sembra di percepire un sound psichedelico ed un po’ rétro, a quali artisti ti sei ispirato di più?

Di sicuro ai The Rolling Stones di “Their Satanic Majesties Request” ma, naturalmente, anche ai The Beatles di “Revolver” e ai Pink Floyd di Syd Barrett. Menzione d’onore va a Edoardo Bennato; l’idea di inserire tutti quei suoni psichedelici è nata dall’ascolto della sua “Mangiafuoco”, che “apre” con un suono di chitarra ultraeffettata, in una combinazione di tremolo e wha.

Pensando invece a “Stati emozionali”, il singolo precedente di stampo elettronico sperimentale, immagino che i tuoi gusti siano piuttosto variegati. Chi ascolti maggiormente in questo periodo?

In questo periodo ho ripreso ad ascoltare massivamente i Radiohead, in particolare “OK Computer” e “In Rainbows”, che sono i miei loro album preferiti (io sono di quelli che non riescono a concepire il clamore dietro album come “Kid A”, per farti capire). Sto ascoltando loro perché sto lavorando a un nuovo brano e sto cercando ispirazione dai loro arrangiamenti, per completare i miei, in particolare sugli arpeggi. Vedremo cosa accadrà. Prima di loro, ho avuto un periodo legato ad ascolti più legati allo shoegaze (My Bloody Valentine, Pale Saints); prima ancora, ho avuto un periodo di fissa con i Jinjer, intervallandoli ai Clean Bandit, ai Yokoano, ai Grouplove. Vario molto, ma non troppo, perché di solito un album lo ascolto allo sfinimento, fino a quando non ho interiorizzato ogni mimino dettaglio.

Sia “Don’t shoot the piano player” che “Stati emozionali” sono realizzati in audio binaurale, in modo da garantire una maggiore esternalizzazione dei suoni in cuffia. Perché questa scelta? Sono pochi gli artisti che hanno sperimentato questa tecnica.

Il mio background è, principalmente, anni ’60/’70, e in quegli anni si sperimentava molto con la stereofonia, la quadrifonia (sebbene su quest’ultima in maniera minima, visto che per l’ascolto di brani in quadrifonico hai bisogno di un impianto di quel tipo, che pochissime persone hanno). Quindi, per quanto riguarda lo spostamento dei suoni da un canale all’altro, in stereo, è una cosa che ho sempre fatto. Il binaurale ti permette una spazializzazione maggiore (sebbene fittizia, non effettiva, ma ricreata tramite dei “trucchi” che “prendono in giro” il cervello, la percezione): con il binaurale i suoni non si limitano più a passare da destra a sinistra e viceversa, ma avvolgono totalmente l’ascoltatore. Da appassionato di questo “movimento di suoni” (penso agli animali di “Good Morning, Good Morning” dei The Beatles, che ti “camminano in testa”, o agli assolo di Steve Hackett, che passano da un lato all’altro e poi ritornano) è stato normale, per me, provare a fare qualcosa del genere. C’è da considerare che questo “artificio” è percepibile solo tramite l’ascolto in cuffia, come facevi notare prima. Se sapessi che tutti ascoltassero musica con un sistema Dolby, probabilmente mixerei i brani in quel modo.

Come funziona il processo creativo di SOLO? Come prendono forma i tuoi brani?

Prendo la chitarra, strimpello: qualcosa esce fuori. Non mi forzo mai, le cose arrivano per caso. Sicuramente, posso dirti che prima di tutto scrivo la melodia vocale, appoggiandola sugli accordi, mugugnando cose a caso, gibberish; poi, successivamente, lavoro al testo. Per me il testo è molto poco importante o, quanto meno, non quanto la musica.

Cosa pensi della scena musicale attuale? Cosa significa essere un artista emergente al giorno d’oggi?

La domandona a cui nessuno vuole rispondere. Non so se sia giusto parlare di “scena”, in quanto ci sono più scene: quella pop, quella trap, ma anche quella punk, quella metal, quella folk. E, in ogni scena, c’è il bello e il brutto. Una cosa che trovo stupida, naive, di noi italiani, è che cerchiamo sempre di inseguire la moda, e ci pieghiamo ad essa in un processo emulativo idiotico. È sempre stato così, dal beat al progressive alla new wave fino all’attuale itpop (se questo termine indica qualcosa). Come il pizzaiolo che apre la pizzeria in un paesino di 500 persone e altri 7 lo copiano, aprendone altrettante: falliranno tutti. Vedo che c’è una corsa alla standardizzazione dei prodotti per cui, se una cosa funziona (a livello di vendite), allora in altri mille corrono subito a emularla, nella speranza che anche loro possano mangiare dallo stesso piatto. Ciò porta alla nascita di una miriade di progetti tutti identici fra loro che, al contrario di quanto si sperava nell’adottare questa strategia, scompaiono, nel marasma di proposte simili. È la vittoria dell’omologazione, del capitalismo che influenza il modo di vivere la società e, conseguentemente, anche la cultura.

Sapevo che saresti stato molto esaustivo.

Per quanto riguarda la domanda sull’essere artista emergente al giorno d’oggi, non saprei dirti. Sicuramente è complesso, sia perché ci sono troppi prodotti in giro, sia perché c’è il collasso del mercato, dove ormai contano solo le major; le etichette indipendenti sono morenti. La botta definitiva ce l’ha data il covid, con l’annullamento dei concerti, ma devo dire che, dal punto di vista della musica “di nicchia”, la situazione già era di merda da prima, senza volerci nascondere dietro al dito. Ho assistito a concerti di band, pure abbastanza conosciute (Iosonouncane prima del “successo”, Fratelli Calafuria, Beatrice Antolini al secondo album), in cui sotto al palco eravamo 10, massimo 20 persone. Considerando che i media grandi non hanno interesse a parlare di queste realtà, credo sia ora che la stampa “alternativa” di settore inizi a farlo in maniera più seria (come voi di Music.it state dando l’opportunità, a me, di parlare del mio progetto). Però, come sopra, spesso anche la stampa “alternativa” cosa fa? Segue le mode, con la speranza di avere visualizzazioni, in questo modo legittimandole. Sarò ripetitivo, ma per me questo rappresenta la vittoria del capitalismo. Ed è una merda, per quanto mi riguarda.

I progetti di SOLO per il futuro?

A maggio (spero, visto che qui siamo di nuovo in zona rossa e non so quando potrò tornare in studio) dovrebbe uscire il prossimo singolo, “Something (you don’t need)”, un brano dream pop / dance, mentre dopo l’estate uscirà “Look out (consumerism will consume you)”, dai toni più art rock. Farò uscire, poi, un terzo singolo di stampo shoegaze, “Summer fading (late love song)”, probabilmente a inizio 2022 e, successivamente, l’album, “The importance of words”. Sperando non ci siano intoppi!

Ringrazio SOLO per essere stato con noi qui su Music.it. È stato un piacere! Questo spazio è per te, se desideri aggiungere qualcosa.

Fate i bravi, odiate poco, non scrivete troppo sui social, non perdete tempo a criticare le cose che non vi piacciono, semplicemente ignoratele e impiegate quel tempo, altrimenti sprecato, in attività che vi facciano stare bene, come ascoltare musica che vi piace, guardare un film, leggere, cucinare, creare. E siate sempre empatici verso tutti, anche quelli che vi possono sembrare i più stronzi del mondo, ché anche loro avranno le loro proprie, per quanto patologiche, motivazioni.