Quattro è un numero standard per una rock band. NĂŠ troppi, nĂŠ troppo pochi. I The Jester sono millenial fino in fondo, dall’etĂ anagrafica alle scelte stilistiche. Millenial che non si arrendono alle scelte stilistiche musicali che investono la maggior parte delle produzioni dopo i ’00. Dunque con âWe Were Born in the Wrong Decadeâ si propongono di narrare tutto il disagio di cui la societĂ ci nutre.
Il pesce rosso nell’ampolla è sintomatico: invece di guizzare felice in un corso d’acqua, il goldenfish ruota nevroticamente su se stesso mentre intorno regna il caos. La boccia in cui è recluso è anche un luogo privilegiato in cui si spegne ogni potenza e quindi anche ogni responsabilitĂ . Un punto prospettico da cui i The Jester, i giullari, irridono e compiangono la desolazione caotica dell’esistenza.
Con âWe Were Born in the Wrong Decadeâ i The Jester musicano il crepuscolarismo tra i due millenni
âWe Were Born in the Wrong Decadeâ è il primo full lenght album del quartetto siciliano. Ă stato preceduto da un EP, la cui tracktitle âQuenchâ ritorna in una veste sonora trasfigurata dalla produzione. Da un intro raggae i The Jester elaborano ponti armonici che li fanno transitare al rock attraverso il funk, giocando sulla metrica. Abbandonano totalmente l’italiano per ristrutturare la decadenza del pop-rock degli anni ’90/’00.
La restaurano con importanti groove al basso ed equilibrate distorsioni alla chitarra. La dolcezza del canto di Sanny Tripoli fa svanire ogni punta di aggressivitĂ , salvo trapassare ogni cellula del corpo, subdula come le radiazioni. ChissĂ se anche gli adolescenti di oggi sentono quel bisogno inestinguibile di farsi cullare da melodie cantilenanti che sfiorano il rischio della nenia vera e propria. âStuckâ è proprio di quel genere.
I The Jester irridono e compiangono l’incomponibile caos dell’esistenza
âFull of lightâ, invece, è un’esplosione di funk e groove di blues. âRight cardsâ è una calda ballata rock mentre con âPianoforteâ i The Jester coltivano malinconia. Salvo poi molleggiare sulle ginocchia con âDance longâ e librarsi nella psichedelia analogica di âBlues Blurâ. A tratti oasisiani, i The Jester sono chiaramente cresciuti a pane e brit rock.
Sanno di crepuscolarismo tra la fine di un millennio e l’inizio di un altro, di spiaggia e di pioggia. âThe Fresh Girlâ e âThe Ballad of Indolenceâ sono rigeneranti come i temporali estivi in autunno. Non mentono i The Jester, sono tanto sinceri quanto autentici. Riescono a comporre in musica il senso di straniamento dei millenial, non elevandosi a giudici. Mettono in atto un doppio coinvolgimento: interpretandolo in quanto artisti, e portandone lo stendardo come fossero manifestanti.


