MARCO SIMEOLI: “Per fare l'attore bisogna cercare di costruirsi una corazza”
L'attore e regista Marco Simeoli.
L'attore e regista Marco Simeoli.

MARCO SIMEOLI: “Per fare l’attore bisogna cercare di costruirsi una corazza”

Diamo il benvenuto a Marco Simeoli su Music.it. Parli della tua carriera di artista come di una meravigliosa avventura. Partiamo da questo: perché?

Per come è cominciata e per come prosegue. È meravigliosa perché riuscire a fare della vita il mestiere che ami, è qualcosa di impagabile. E che quella cosa lì, il lavoro che ami, diventi la forma di sussistenza con cui riesci a vivere, è un grande successo. Perché i problemi continuano ad esserci, ma facendo il lavoro che ti piace sono un po’ meno pesanti! Riuscire ad aver fatto il lavoro dell’attore è qualcosa di cui vado fiero.

Parlando della tua formazione c’è un aneddoto particolare che ti lega al Maestro Gigi Proietti?

Nel 1991 vivevo a Napoli, e una mia amica, addirittura, ha mandato la lettera per il provino a Gigi Proietti perché io non mi decidevo a intraprendere questa strada! Anche per questo è “una meravigliosa avventura”. Perché comincia in maniera casuale. Da allora, dal ’91 in cui vinsi il provino per il laboratorio di Gigi Proietti, continuo a stare al suo fianco, fino ai suoi ultimi cavalli di battaglia, sia televisivi che teatrali. Un’avventura che dura da più di 20 anni. Quindi puoi immaginare quanti aneddoti, quante episodi, quanti spettacoli, quante situazioni, quante risate, quante magnate! Insomma, di tutto di più!

Raccontaci l’episodio che ti lega a lui, il più importante per te.

Penso proprio a quei giorni in cui venni a Roma. Durante i primi provini, in cui c’erano veramente tantissime persone, non era prevista la sua presenza e Gigi sarebbe arrivato ad una selezione ulteriore. E invece io ho avuto la fortuna – l’ho sentita tale! – di vederlo il primo giorno di provino. Lui casualmente passò a prendersi un caffè dalle parti del Teatro Arcobaleno. Mentre stavo salendo la scaletta per il palco, ho visto tutta la commissione salutarlo e io, molto emozionato, terrorizzato, tremante, appena l’ho sentito nominare, l’ho visto. In quel momento mi sono tranquillizzato e questa è una sensazione che non ho mai dimenticato. È stato come se il suo arrivo mi avesse placato. Io ho sentito che forse le cose potevano andare nel senso giusto, come poi sono andate. In merito a questo, poi, ho anche scritto un sonetto, dedicato a Gigi Proietti.

Arriviamo ai tuoi spettacoli: dal 2008 sei autore, regista e interprete dello spettacolo “Napoli È ‘Na Parola”, che spettacolo è?

Finito il laboratorio di Gigi Proietti, con altri tre attori, mettemmo su la compagnia Teatro dei Picari. Finita quell’avventura che è durata circa dieci anni, ho sentito l’esigenza di fare qualcosa di mio e la prima cosa che mi è venuta in mente era di fare un omaggio alla mia città. Essendo andato via da Napoli a ventidue anni, avendo avuto la mia formazione là ed essendomi poi trasferito a Roma, volevo omaggiare la mia città, la mia formazione, la mia famiglia, i miei genitori napoletani, tutta una tradizione, un patrimonio che ho acquisito e che ho voluto mettere in questo spettacolo, l’amore per questa città e l’amore di tutti per Napoli, nel bene e nel male, come tutte le cose belle. Però con il piacere di raccontarla con i suoi aspetti più divertenti, più malinconici, più romantici, attraverso tutti gli autori che l’hanno raccontata.

Quindi parliamo di uno spettacolo importante dal punto di vista autoriale.

È un viaggio attraverso le parole di Napoli, parole recitate, parole cantate, attraverso autori da Eduardo de Filippo ad Annibale Rugello, Fernando Russo, Libero Bovio. Uno spettacolo che porto avanti da tanti anni e che, in tutte le parti d’Italia, riscopre sempre l’amore di tutti. Anche l’adesione al dialetto riscopri un amore che va al di là delle regioni, ed è bellissimo raccontare Napoli fuori Napoli, proprio perché il dialetto napoletano è tra i più amati ed è diventato, anche grazie al lavoro di Eduardo, un dialetto alla portata di tutti. Bisogna filtrarlo, ma la forza della napoletanità nasce dentro al dialetto, in cui ci sono tempi comici naturali.

Music.it è un magazine che si occupa anche di musica. Parliamo della musica quindi, delle colonne sonore dei tuoi spettacoli. In che misura è importante la musica a teatro?

È fondamentale! Lo dico per due motivi. Il primo è che non potrebbe essere altrimenti nella mia famiglia. Mio nonno, padre di mio padre, ha un negozio di musica che è tra i più importanti a Napoli, davanti al Conservatorio di Musica San Pietro a Majella. Io sono nato in mezzo alla musica. Mio padre, che ha fatto la comparsa al Teatro San Carlo, mi raccontava gli incontri tutti con i più grandi compositori che ruotavano intorno al negozio, alla fine dell’Ottocento. Puoi immaginare, un posto come quello legato all’arte alla musica, alla canzone napoletana. Il secondo è che dopo l’incontro con Gigi Proietti. Da grande maestro quale è per tutti noi, ha legato l’insegnamento della recitazione alla musica. La recitazione come uno spartito musicale, con le note, con gli accenti. Nei miei spettacoli di prosa, quando sono regista, faccio un utilizzo enorme della musica.

Sei stato fra gli organizzatori degli Oscar Italiani del Musical.

Per due anni ho fatto la regia al Teatro Brancaccio di questo evento legato al musical grazie a Niccolò Petitto, che sostenne la causa per cercare di dare un riconoscimento a tutti coloro che ruotavano intorno al musical. Durò due anni, poi ci fu un terzo anno, dove ho curato solo la parte teatrale. L’obiettivo era rendere queste serate di premiazioni, che sono notoriamente un pochino noiose, estremamente divertenti, con numeri pazzeschi, anche grazie ai tanti collaboratori, e ai personaggi importanti che salivano sul palco. Rimane una delle esperienze di possibilità di risolvere in maniera divertente le serate di premiazioni. In molti casi, quando si arriva alla fine, devi sgattaiolare via. Invece divenne una festa, furono delle grandi serate di gioia.

E sei stato regista di “Ti amo sei perfetto ora cambia”, premiato proprio agli Oscar Italiani del Musical.

Nella seconda edizione ci fu la premiazione di “Ti amo, sei perfetto ora cambia” come miglior spettacolo off dell’anno. Si trattava di un musical di cui feci la regia, delizioso e comico, con quattro attori bravissimi della Compagnia A.M.O., ovvero Daniele Derogatis, Piero di Blasio, Stefania Fratepietro e Valeria Monetti. Fummo gratificati, lo spettacolo ha fatto quasi quattro, cinque anni di vita, con moltissime repliche che hanno cementificato la Compagnia A.M.O., che anche adesso produce spettacoli molto interessanti.

Marco, tu hai lavorato anche nel cinema?

Abbastanza. Non tantissimo. Mi ha permesso di conoscere personaggi belli, interessanti. Dove mi sono divertito tantissimo.

Cinema e teatro sono due mondi collegati dalla stessa parola: “spettacolo”. Quanto e in che modo è diverso lavorarci, per Marco Simeoli? 

Recitare davanti alla macchina da presa è una cosa molto complessa, secondo me. A teatro mi sento più a casa, forse perché l’ho maggiormente frequentato. Ho avuto la fortuna di fare una parte con Ettore Scola, accanto a Gigi Proietti ma anche con registi più recenti, Stefano Reali, Fausto Brizzi, i Fratelli Vanzina. Tantissime esperienze che mi hanno lasciato tante cose belle dentro.

E quindi pensi siano diversi?

Da parte dell’attore, c’è un diverso modo di doversi approcciare, anche solo legato alla concentrazione. Sul set c’è una grandissima confusione e necessità in pochissimo tempo di concentrarsi al momento del ciak. C’è un grandissimo andare e venire di tecnici e, a un certo punto, devi trovare la concentrazione. Anche per questo è importante stare sul set, per parecchio tempo. A teatro, si sa, c’è più intimità.

Nell’età contemporanea utilizziamo diversi social network per raccontarci. A volte troppo. Insomma, l’io torna ad essere protagonista. Una caratteristica che prima potevamo dire solo dell’attore. Cosa è davvero essere attore, oggi?

Questa non è una domanda facile. Io, tra le altre cose, ho cominciato un attività di docenza di recitazione sia nelle scuole a Roma, sia con stage e master in tutta Italia. Prima di iniziare a parlare ai miei studenti delle tecniche, lo stare sul palco, il comportamento scenico, la gestualità, per coscienza e proprio per i tempi che stiamo vivendo, faccio un discorso sull’attore. Su come un attore oggi deve concepire il mestiere: quello di svegliarsi ogni mattina e inventarsi in modo da sopravvivere. Per dire “io voglio fare l’attore”, bisogna essere consapevoli. Io stesso, sono stato costretto a un’evoluzione. Mi sono reso conto che, se non mi diversificavo, avrei avuto problemi a sopravvivere.

Insegni anche questo ai tuoi studenti?

Sì. Perché la continuità, che l’attore aveva tantissimi anni fa, con le lunghe tournée, non c’è più. Non potrei iniziare a insegnare, se non dicessi quanto sia necessario avere chiaro nella testa questo pensiero. Nel 1993 Gigi Proietti ci disse: “Datevi da fare, perché nessuno vi chiama”.  Vedi l’estremo paradosso? Ci disse: “Non aspettate, inventatevi il mestiere, unitevi a gruppi”. E noi lo facemmo con i Teatro dei Picari. E lo disse in tempi non sospetti..

 Hai mai pensato di aver sbagliato strada?

Anche se ci sono stati momenti di difficoltà, e malgrado sia una persona piena di dubbi che si fa tremila domande su tutto, non ho mai pensato “ho sbagliato, avrei dovuto fare un’altra cosa”. No, non l’ho mai fatto.

Quando ti sei reso conto che avevi proprio imbroccato la strada giusta?

Quando, dopo i primi tempi, in cui la mia famiglia, fortunatamente, mi ha potuto sostenere, ho capito che ce l’avrei potuta fare da solo.

Cosa diresti e cosa consiglieresti ad un nuovo futuro attore?

Gli consiglierei inevitabilmente di studiare. E di capire bene se ha il desiderio di far diventare una passione la propria vita. Dovrebbe far di tutto perché lo diventi. Non è facile. Bisogna darsi da fare e resistere. È difficile per tutti, a tutte le età e a tutti i livelli. Quindi bisogna cercare di costruirsi una corazza. Ma sono cose che si capiscono man mano che si va avanti.