Benvenuti cari Calembour! Qui su Music.it iniziamo le nostre interviste domandando, tra gli aneddoti, quello più particolare, imbarazzante o semplicemente speciale che vi lega alla musica. Ne avete uno in serbo per noi?

Di aneddoti imbarazzanti legati alla band ne abbiamo a bizzeffe. Potremmo affermare che il rischio di cadere in qualche gaffe si ingrandisce ogni volta che usciamo dai confini italiani. Uno dei più divertenti riguarda la tappa a Innsbruck del tour estivo. Hans, un ragazzo del posto conosciuto durante il nostro primo viaggio in Austria, si era offerto di ospitarci per un paio di notti. Felicissimi di non dover accamparci in qualche albergo asettico, abbiamo accettato senza pensarci due volte. Arriviamo a casa sua a tarda sera, dopo un viaggio estenuante e un concerto in città. Hans ci accoglie, ride, scherza con noi e, prima di lasciarci al tanto agognato riposo, ci anticipa che il mattino successivo avremmo dovuto tagliargli il prato. Noi ridendo alla sua ennesima battuta, annuiamo ingenuamente e lo salutiamo. Il giorno dopo, appena svegli, veniamo armati di rastrello e taglia-erba: non stava scherzando!

La vostra è una formazione sorta appena due anni fa. Il genere che proponete è facilmente riconoscibile: si tratta di folk rock. Eppure, voglio immaginare che abbiate una storia ed un background musicale personale differenziato che vi ha avvicinati piano piano. Qual è la vostra storia?

Siamo nati un paio di anni fa e il progetto è nato da un’idea di Marco che poi ha contattato nel tempo tutti noi. Gli ascolti individuali ovviamente sono diversi: dall’indie al country, dalla classica al rock anni ’80. Il lavoro che proviamo a fare ogni volta che ci troviamo a suonare è proprio quello di mettere al servizio del gruppo le nostre peculiarità individuali, cercando di portare un’idea di folk rock non tradizionale, ma innovativa.

Torino è la città da cui venite. Come viene recepita la musica che fate in quella città così ricca di suggestioni e stimoli musicali? E in che modo, voi, lasciate che la città vi influenzi?

Finora non abbiamo mai puntato molto su Torino, né su altre città italiane, perché la nostra attuale visione musicale trova più solidarietà in paesi come la Germania, l’Olanda e il Regno Unito.
Indubbiamente la nostra scelta di scrivere testi in inglese ci ha da subito allontanato da Torino. Questo non significa che non amiamo la nostra città e la sua musica. Anzi siamo sempre stati accolti e apprezzati calorosamente quando ci siamo esibiti in casa e, pur essendo fuori dalla scena locale, siamo molto attenti agli artisti di questa città che ci offre sempre spunti nuovi per riflettere e pensare musica in modo diverso.

Calembour significa “gioco di parole”, ma anche “freddura”. Qual è il significato più intrinseco della parola con cui descrivereste il vostro gruppo? E perché proprio in francese?

Noi ci riferiamo al primo significato, un gioco di parole, un suono per più significati. Questa band riflette i molteplici aspetti e attitudini che viviamo nella vita, artistica o quotidiana, suoniamo folk come suonassimo rock e poi il contrario. Perché in francese? È pura casualità, ci piaceva come parola e che fosse un francesismo non ha inciso molto nella scelta.

Cosa avete ascoltato prima di diventare i Calembour?

Bella domanda! Un sacco di cose diverse. Ognuno di noi ha ascolti personali diversi, possiamo dire che è stato fondamentale il revival folk del 2010-2012 con band come Mumford & Sons, Old Crowd Medicine Show e Bear’s Den, i quali hanno influenzato parecchio il nostro modo di pensare la musica.

Passiamo al disco, “Let the wind lead us home”. Cosa c’è dietro l’anno di lavoro che avete impiegato per arrivare alla sua nascita, anche alla luce del fatto che avete girato l’Europa per tutto il 2017?

Sicuramente il tour ha ritardato e influito sull’uscita del nostro primo EP. Però il motivo principale crediamo sia la consapevolezza di non avere l’esperienza ed il nome per poter scrivere, produrre e far uscire un disco in breve tempo con la certezza di esserne soddisfatti a pieno.
Così ci abbiamo messo un anno, girando tre studi e facendo decine di tentativi, mixando le tracce per un’estate intera tra una data e l’altra, ottenendo finalmente il suono che volevamo ottenere.

La scelta di affidare il disco alla Standby Records, etichetta statunitense, a che cosa è stata dovuta?

Sin da subito abbiamo pensato fuori dai confini nei quali vengono spesso fatti prigionieri gli artisti italiani. Abbiamo deciso di cercare un’etichetta madrelingua inglese, dato che cantiamo in inglese. Per noi era una sorta di investimento che ci avrebbe fatto capire se le cose che stavamo facendo avevano un senso. Così è arrivata la proposta della Standby Records che ha sede nel North Carolina, una grossa indipendente che voleva rinnovarsi, e noi abbiamo colto la palla al balzo. Grazie a questo contratto siamo riusciti a farci ascoltare anche negli Stati Uniti. Sicuramente non basta e siamo focalizzati a crescere sempre di più. Presto ci saranno novità e le cose potrebbero cambiare in un futuro non troppo lontano. Questo è stato un passo fondamentale per confermare le nostre intenzioni e creare un immaginario più forte di internazionalità del progetto che avvertiamo ogni volta che suoniamo.

“Let The Wind Lead Us Home”. Cosa racchiude questo titolo?

“Let The Wind Lead Us Home” è un titolo che racchiude la leggerezza dell’essere musicisti giovani che si trovano a viaggiare per portare in giro la loro musica. Allo stesso tempo racchiude, però, la consapevolezza di avere una direzione comune da seguire senza voltarsi indietro. È un titolo che si sposa bene con le struggenti parole dei testi al suo interno e allo stesso tempo con le intenzioni della band.

Presto partirete per un tour in Austria e Germania. Perché così a nord? Credete di portare in giro il sound dei Calembour anche più a sud?

In Austria e Germania siamo già stati e non vediamo l’ora di tornare. Sicuramente il pubblico lì è abituato ad ascoltare musica che a livello di genere si avvicina abbastanza a quello che facciamo. Infatti abbiamo sempre ricevuto una risposta molto positiva.
In italia c’è poca abitudine all’ascolto di questo genere, quindi per noi diventa più difficile catturare l’attenzione del pubblico, ma sicuramente, se si presentasse la possibilità, saremmo molto felici di poter portare la nostra musica sui palchi di tutta italia.

È tempo di saluti. Lascio a voi Calembour le ultime battute. Fateci impazzire con un rompicapo! Anche in francese…

È stato un piacere per noi dedicarci a questa intervista, vi ringrazio e vi salutiamo con questo rompicapo: Vinnie l’altroieri aveva 17 anni. L’anno prossimo però ne compirà 20. Com’è possibile?
Per il rompicapo in francese ci risentiamo tra qualche anno, quando avremo più padronanza della lingua!

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