LA RAPPRESENTANTE DI LISTA: “La gentilezza è un sentimento sottovalutato”
La Rappresentante di Lista, ovvero Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina ritratti da Claudia Pajewski.
La Rappresentante di Lista, ovvero Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina ritratti da Claudia Pajewski.

LA RAPPRESENTANTE DI LISTA: “La gentilezza è un sentimento sottovalutato”

Oggi abbiamo qui con noi Veronica Lucchesi, una delle due anime de La rappresentante di lista. Benvenuta su Music.it! La prima domanda è un rito ormai consolidato su queste pagine. Raccontaci un aneddoto simpatico o imbarazzante che abbia come orizzonte la musica. L’importante è che sia una storia totalmente inedita.

Allora, ti racconto una cosa che mi è capitata di recente. Bada che non è né simpatica né imbarazzante. Sembrerà ai più un momento intimo che non dovrebbe trovare spazio in dichiarazioni pubbliche. Ma io credo che sia molto bello, e per questo voglio che tutti lo sappiano. Qualche giorno fa, durante la presentazione di “Go Go Diva”, una ragazza mi ha dato un quaderno. Credo che da una parte sulla pagina aperta ci fosse scritto un testo. Non so se di una nostra canzone, ma mi sembrava proprio un testo musicale. Ha aperto questa sorta di diario e mi ha chiesto di scriverle «Piangi». Sai che il pianto è uno dei momenti di purificazione?

Spiegati meglio.

Nell’arco della giornata abbiamo tre momenti di purificazione, di lavaggio, in cui l’acqua ci rigenera. Uno al mattino quando ci laviamo la faccia, preparandoci ad affrontare un nuovo giorno. Uno è la notte, in cui laviamo il corpo da tutto ciò che abbiamo accumulato. E l’altro è a metà giornata, al tramonto. Quello è un momento particolare, perché è un lavaggio volto a pulire lo spirito, l’emotività. Ed è una purificazione che passa attraverso le lacrime. Non è un caso se ad Atene gli spettacoli venissero messi in scena al tramonto. Il pianto è il momento di accettazione più alto. Con il pianto accettiamo persino di vedere Medea che uccide i propri figli. Il pianto è il momento della catarsi. Per questo la richiesta di quella ragazza è stata enormemente significativa.

Voglio quasi sperare che anche l’orario fosse perfetto per la richiesta. Mi piace pensare ci sia stata anche una coincidenza temporale. Grazie per aver condiviso questa cosa con noi.
Ora, Veronica, voglio chiederti di ripercorrere i passi che hanno portato alla nascita de La rappresentante di lista. Come vi siete incontrati tu e Dario Mangiaracina? Ci sono dei tentativi inediti prima del progetto attuale?

Era il 2010. Eravamo stati scelti entrambi per uno spettacolo teatrale che si chiamava “Educazione civica”. Ci siamo conosciuti artisticamente interpretando adolescenti che giocavano a basket.

È molto interessante che vi siate conosciuti in un altro ambiente artistico.

In quell’occasione ci siamo ritrovati a provare lungo tutta l’Italia. Abbiamo usato spesso lo spazio scenico della palestra. È stato divertente portare questo tipo di arte in altri contesti. Ci è servito tanto per portare in scena lo spettacolo. Nelle pause ognuno prendeva tempo per fare ciò che gli interessava. Io cantavo e Dario suonava la fisarmonica. Ci siamo riconosciuti in qualche modo. Abbiamo sentito un’energia che voleva avvicinarsi, che ci ha portati a scrivere canzoni per gioco. Non solo le canzoni significavano qualcosa per noi, abbiamo capito che potevano significare qualcosa anche per qualcun altro. Quindi abbiamo iniziato a farlo più sul serio. Abbiamo provato poi a farlo più sul serio. In passato ho suonato con Davide Livornese, un bravissimo musicista. Piuttosto intervenivo nella sua musica. Solo una volta abbiamo scritto insieme. “Ti aspetterò” è una canzone a cui sono molto legata.

Dario invece?

Lui ha scritto moltissimo anche da solo, anche per gli spettacoli che portava in scena con la sua compagnia teatrale. Ha scritto, tra l’altro, una canzone molto bella in dialetto siciliano, dal titolo “Siddu moru”. L’abbiamo registrata anche se poi non è finita in “Go Go Diva”. Per questo live potrebbe esserci un grande ritorno. Mi piacerebbe utilizzarla.

Mi chiedo quanto il fatto di venire da due luoghi così diversi abbia contribuito a formare l’identità de La rappresentante di lista.

Credo che ci sia un’influenza. Abbiamo frequentato due nature molto diverse, io quella di Viareggio e Dario quella di Palermo. Nonostante ritengo che la Sicilia e la Toscana siano delle cugine. In questi anni ho potuto trovare davvero tante similitudini, tanta familiarità quando mi muovevo per la prima volta per le strade di Palermo. Se ripercorro con attenzione le facce che ho incrociato, però, emergono profonde differenze. Nei bambini queste differenze sono più evidenti che negli adulti.

In che modo?

A Viareggio si parla dialetto, ed è anche piuttosto udibile. Ma in qualche modo non somiglia ad un’altra lingua. Il palermitano ha delle parole molto specifiche per raccontare sfumature di sentimenti che in italiano non sono traducibili. Se ti aiuto a capirle sentirai che traducono al meglio quel tipo di commistione di sentimenti. Questo è legatissimo al modo di pronunciare certe parole, per cui arriva a modificare i volti di alcuni bambini. Per dire quella-cosa in quel modo, per chiamarsi da una balconata all’altra, c’è bisogno di una voce molto forte. E questo cambia inevitabilmente le loro espressioni, facendoli sembrare dei piccoli adulti.

È molto affascinante notare queste differenze. Cosa mi dici di Viareggio, invece?

Viareggio in inverno è quasi desolata. Tutto si muove d’estate. C’è la riviera, il lido. C’è solo il Carnevale d’inverno ad animarla. Un’adolescenza vissuta in attesa della bella stagione che arriva, fatta eccezione per la parentesi carnevalesca.

Ci sono paesi che vivono ritmi diversi.

Esattamente. Il ritmo di vita di Viareggio non è scandito regolarmente, non è sempre superveloce. Si vive in attesa di quegli eventi che rendono viva e frenetica la città.

Entriamo nel vivo di “Go Go Diva”. È impossibile non udire il cambiamento che c’è stato da “(Per)la via di casa” a “Go go diva”. Perché avete scelto di cambiare? Perché un’elettronica così pronunciata?

Non sento la violenza di questo cambiamento. Anche in “Bu Bu Sad” c’erano brani con tanti strati di elettronica. Il cambiamento non è un salto. Il cambiamento è un flusso di eventi. Cresci, passano gli anni. E il punto di vista inevitabilmente si modifica. Perché scopri cose, determinate situazioni ti deludono, altre le riscopri come fossi un bambino. Non è stata una scelta: il cambiamento era già in atto, mosso dalla necessità di trovare sonorità molto precise. Andare fino in fondo a scelte che avevamo già preso. Creare ambienti sonori accoglienti o di disturbo per quel testo che poteva avere quella o quel protagonista. Creare un universo, un microclima in ogni canzone. In “The bomba” non poteva non essere inospitale. Su ogni strumento su cui mettevamo mano – fiati, synth, le voci stesse – abbiamo cercato un motivo. Una ragione per la sua presenza, che fosse utile e necessaria.

Domanda difficile. Se dovessi sintetizzare “Go go diva” con una traccia, quale sceglieresti?

(Ci pensa). Provo a dirtene una. In questa ci siamo io e Dario. Tutte le canzoni sono un po’ come fossero le nostre figlie. Le abbiamo concepite e date in pasto alla vita. “Gloria” è una canzone dove per scelta volevamo parlare di noi, del nostro modo di essere coppia artistica. Io come vedo Dario, e viceversa.  Un verso dice «Tu vuoi quello che non c’è / le stelle che brillano di giorno». Sono io che parlo a Dario nei momenti in cui parte per la tangente, per riportarlo coi piedi per terra (ride). Oppure nei momenti in cui scriviamo solo canzoni d’amore e ci incontriamo stanchi. Tutti nella vita scriviamo canzoni d’amore.

Dici?

Certo! Perché amore non significa per forza sentimento verso la persona amata, compagno di vita. È amore nel senso più ampio che si possa intendere. È cura, attenzione. Un altro verso importante: «Nell’acqua che è già su lottiamo / non sulla cresta dell’onda ma dove cresce il mare». Questo per me è quello che abbiamo cercato di fare scrivendo “Go Go Diva”. Cercare di partire da dove crescono le maree. È sempre bello stare sulla cresta dell’onda. Ma se non hai vissuto gli altri momenti della salita quando cadi rischi di farti davvero tanto tanto male. E lo schiaffo è forte. È giusto andare per gradi, fare un passo alla volta. A volte puoi anche decidere di farle doppie le scale…

Però serve preparazione, sennò viene il fiatone o si rischia di inciampare.  

Essere preparati non deve togliere la curiosità della scoperta. È un peccato levare tutto il bello del gioco. È anche vero, però, che se uno si sostiene con la ricerca, con un pensiero, poi ce la fai a esprimerti bene. A fare in modo che anche qualcun altro capisca che certe cose hanno valore anche per lui.

E se invece “Go Go Diva” dovesse essere un film, quale sarebbe?

Ma questa è una domanda anche più difficile dell’altra! (Ride). Se penso alla letteratura mi viene in mente una scrittrice che amo molto, Agata Kristof. “La trilogia della città di K.”, penso a “La chiave dell’ascensore”. Sento di essere molto vicina a lei come scrittura. Ecco che mi viene in mente il film. Forse per il tipo di regia Micheal Haneke di “Amour”. Forse direi anche “Lawrence Anyways” di Xavier Dolan.

Altra domanda che ormai rientra nei nostri rituali. Qual è il concerto a cui non potreste mancare? Un concerto che vi metterebbe d’accordo.

Superorganism, senza dubbio.

Il commento assolutamente innocente tipico di un’adolescente alla vista del video di “Questo corpo” sarebbe «ma non è bella». Il videoclip è stato per me motivo di profonda riflessione sul corpo dell’artista, che viene dato in pasto al pubblico. Voglio chiederti, quanto è difficile a livello di produzione mettersi in gioco con tutto il proprio corpo senza snaturarlo? Tenendo conto che c’è un pubblico pronto a divorare l’immagine dell’artista.

Non mi aspettavo che il video andasse rose e fiori. Ma un conto è ricevere critiche per quanto riguarda l’attività artistica. Io sono una musicista, non sto offrendo il mio corpo affinché sia giudicato per la sua bellezza. Io metto me stessa in prima persona perché sto dicendo delle cose con “Questo corpo”, che è il mio, è quello di Dario. Ha una duplice lettura perché c’è anche il personaggino tra le mie cosce. Ma in qualche modo sono proprio io che mi metto davanti. Quello che non potevo evitare è che si è arrivati a commenti di tutt’altro tipo. Siamo bombardati da media che impongono certi canoni di bellezza, che finiscono per esistere ed essere veri. Io sono come sono, sono un’artista che sta esprimendo una cosa con un taglio preciso, con la fantastica regia di Manuela Di Pisa. La critica sul personale fa male.

Mi dispiace tanto che non sia sempre arrivato il resto. C’è tanto da riflettere su quel brano…

È un elemento che disturba, perché non siamo abituati a vedere la sensualità espressa da chiunque. La sensualità e l’erotismo sono delegati a una certa fetta di persone. Io credo che ognuno abbia la sua dose di carica esplosiva. Non solo tra le cosce, ma ovunque. Vedere il corpo in libera espressione può diventare disturbante. Ma prova a immaginare se ognuno avesse la capacità di esprimere queste cose. Saremmo mine pronte a esplodere. Saremmo liberi. Probabilmente sto esagerando, anche perché raggiungere questa consapevolezza è difficile. Per questo vengono messi dei paletti sociali.

L’artista può scegliere il metro di comunicazione che vuole. È una verità semplice quella che si è espressa, perché è col corpo che siamo immediatamente nel mondo, non con la mente. Sì, saremmo tutti più liberi se lo accettassimo. Ti ringrazio per aver provato a muovere qualcosa.

Speriamo di esserci riusciti.

Ultimo spazio è a quello che vuoi. Prendilo come una domanda a piacere.

La risposta alla domanda a piacere… Quale potrebbe essere? C’è bisogno di ascolto, di cura, e di attenzione. Di prendere contatto con quello che sono le nostre necessità e desideri. Non solo i nostri, ma anche quelli degli altri. Ho bisogno che qualcun altro possa cogliere come mi sento. Oggi un mio amico mi citava una frase bellissima sulla gentilezza. «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre». Credo che la gentilezza sia un grande sentimento. Purtroppo è stato sottovalutato.