In questa Venezia 2018 ormai agli sgoccioli, almeno per quanto riguarda il concorso principale non c’è stato nessun film che si possa considerare realmente italiano. Si è aspettato che 20 lungometraggi occupassero lo schermo prima di vederne uno che, dei tre firmati da registi nostrani, può dirsi veramente originario della Penisola, con tutto il peso che questa cittadinanza porta con sé. Dopo Roberto Minervini e Luca Guadagnino è la volta di Mario Martone che col suo nuovo “Capri-Revolution” chiude un’ideale- ma facilmente raccoglibile – trilogia iniziata con “Noi credevamo” (2010) e proseguita con “Il giovane favoloso” (2014).

1914, isola di Capri. La giovane capraia Lucia (Marianna Fontana, una delle gemelle divisibili di Edoardo De Angelis) è un’autentica figlia della propria terra. Forte della propria identità isolana e arcaica, la ragazza comincia ad essere attratta da una comune di giovani nordeuropei dediti al naturismo e alla spiritualità e che lì in mezzo al Mediterraneo hanno trovato un luogo ideale di ricerca artistica e spirituale. L’attrazione per il gruppo è sempre più forte, a tal punto che Lucia arriverà a mettere in discussione la propria esistenza, la propria famiglia e il proprio posto nel mondo. Intanto la guerra è alle porte.

Mario Martone allegorizza i personaggi, facendo di ciascuno di essi il simbolo di tutte le forze nascenti o morenti dell’Europa di inizio secolo.

La vicenda, sceneggiata dal regista con sua moglie (Ippolita Di Majo), è l’occasione per raccontare una realtà semisconosciuta. Quella dell’isola partenopea che nei primi anni del ventesimo secolo era diventata la culla di cambiamenti più o meno epocali. A Capri trovavano rifugio rivoluzionari comunisti, filosofi e artisti riusciti a innestarsi nel territorio come una specie estranea, prefigurando collettivi pratici e teorici che l’Europa vedrà svilupparsi sulla terraferma molti anni dopo. Su questo sfondo etnografico affascinate, poliglotta e poco noto, Mario Martone impianta la propria finzione appoggiata su una storia sfiancata, mal sviluppata e dal potenziale soffocato. Risulta chiarissimo che la protagonista Lucia è una figura che esorbita se stessa, personificazione ultra corporea e ultra personaggio incarnante desideri e possibilità di emancipazione tutt’altro che personali.

Mario Martone allegorizza i personaggi, facendo di ciascuno di essi il simbolo di tutte le forze nascenti o morenti dell’Europa di inizio secolo. La capraia ventenne corre al di qua e al di là del paesaggio geografico e storico, scissa tra gli arcaismi della tradizione e le novità portate dal mare, divisa tra Spirito e Materia; e se il capo della comune decanta il potere rivoluzionario dell’arte (e della danza), il medico condotto (Antonio Folletto) si fa portavoce di un altro versante utopico, quello socialista.

“Capri-Revolution” sorvola i propri punti di forza come se non ci credesse mai veramente, affascinato da se stesso fino a farsi confusionario.

Lucia, la protagonista di “Capri-Revolution”, è analfabeta ed è cresciuta in una famiglia e in un mondo patriarcale (di cui i due fratelli maggiori sono i rappresentanti). Ciononostante, la giovane è aperta al nuovo senza riserve o, se ne ha, è presto disposta a liberarsene sdraiandosi nuda sulle rocce. Impara a leggere e scrivere, ingorda delle possibilità di riscatto, piccoli e grandi, che i giovani “diavoli” nudi le concedono pacificamente. Ogni novità è ben accetta, ma Lucia non manca di coscienza critica e è quindi capace di distinguere e selezionare le offerte del mondo. La giovane capraia muta pelle, si sveste senza rinnegare se stessa ma addiviene a ciò che era sempre stata.

Purtroppo, Mario Martone si concede dilatazioni teatrali ambiziose, finendo per non cogliere quali tra i tanti spunti di riflessione avrebbero meritato di essere approfonditi, preferendo intrattenersi in estetismi e descrizioni fugaci. Il regista manca di cogliere quel potenziale che se ne sta nascosto nei territori di scontro affiancati e prospicienti. Su tutti, le presumibili conseguenze delle scelte della protagonista per i rapporti tra le madre (Donatella Finocchiaro), i fratelli e la gente caprese. “Capri-Revolution” sorvola i propri punti di forza come se non ci credesse mai veramente, affascinato da se stesso fino a farsi confusionario e ammucchiato. Sul versante dei difetti anche una certa dose di artigianalità nella lingua e nella recitazione. Senza infamia, ma soprattutto senza lode.

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