Con “La Scortecata” Emma Dante porta in scena un classico della fiaba napoletana, tratto da “Lo cunto de li cunti”. L’opera gode di rinnovato lustro grazie alla rilettura cinematografica che Matteo Garrone ne ha fatto col suo bel film del 2015. Quando ero bambino la crudele e esplicita novella di Giambattista Basile era uno dei racconti che più mi turbavano. Proprio per questo, forse, amavo rileggerla. Sebbene in una versione purgata della complicata mistura barocco-popolaresca di napoletano secentesco. Mi affascinava e orripilava la scena dello scorticamento. L’idea che sotto una pelle vecchia ce ne potesse essere un’altra mi faceva uscire matto. Nella pièce di Emma Dante si rivive quella sensazione di sublime fascinazione, di repulsione e desiderio. Delizia per gli psicanalisti.

Con “La Scortecata” Emma Dante porta in scena un classico della fiaba napoletana, tratto da “Lo cunto de li cunti”.

Le due vecchie sorelle sono Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, mattatori della scena per l’ora buona di preparazione allo scortecamento finale. Sotto la pioggia battente di parole disegnano una struttura in crescendo che appende il pubblico a un filo narrativo ben teso tra due poli. Da un lato la riscrittura che sgorga dalla parola filologicamente studiata, dall’altro il raffinato impianto metateatrale. Le due vecchiarelle incorporano infatti, nel loro parossistico dialogo, anche il ruolo del Re. Questi diviene la proiezione pura, tanto più vorace quanto incorporea, dell’atroce desiderio di bellezza che abita le due anziane. Che, come spesso si rinfacciano acremente, belle non sono mai state. Lo spazio simbolico in cui vivono è dunque il margine della civiltà estetica.

Non è difficile intuire quanto il racconto di Giambattista Basile suoni cocentemente attuale. Ricorda il discorso sulla condizione anti-democratica del regime edonistico contemporaneo descritta, fra gli altri, da Michel Houellebecq nei suoi romanzi. Non solo: comune è anche la centralità del brutto come categoria estetica autonoma e feconda. L’esercizio teatrale di queste due sublimi bestie di scena è un percorso analitico di imbruttimento della gestualità. Un sovraccarico di pulsioni fa dei corpi due ceppi di legno in cui la figura nodosa denuncia il tempo e i suoi dolori, come gli anelli di un tronco. Con i loro biblici 100 anni, le due comari sono dispositivi ben navigati di una vita di stenti e umiliazioni. La condizione di adattamento alla vita ha scavato nel loro moto una danza grottesca, paradossalmente efficace nell’interazione con lo spazio, disciplinarmente autonomo, della loro casa-scena.

L’ultima scena de “La Scortecata” di Emma Dante è caravaggesca, col luccicore del coltello levato in alto, in un gesto epico, a muscoli tesi.

Frammento notevole de “La Scortecata” è la porta scardinata intorno a cui Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola descrivono in proiezione e con divertenti scambi di ruolo il discorso d’amore col Re. Quella porta priva di parete è la cifra di uno spazio dell’esclusione che non ha consistenza fisica. È una soglia che si muove coi corpi, metafora della condizione effimera di auto-esilio da un mondo di potere che non si ha la forza di sedurre. Qui però l’interpretazione di Emma Dante prende piede. Nella favola è il potere del Re che di fatto irrompe nel regno. Reclama a sé il diritto a possedere, ponendosi come padrone dell’eros. Bussa alla porta in abiti sfarzosi, seduce, possiede, uccide. Ne “La Scortecata” di Emma Dante il Re non esiste. È immanente, insito nella dialettica speculare delle due anziane. Che a loro volta si pongono come un’entità sola.

Ne “Lo cunto de li cunti” la vecchia sedotta è infine mutata in giovane da un intervento magico, e la sorella per conseguenza decide di farsi scortecare onde emulare la bellezza a lei negata. Sulla scena invece non c’è alcuna magia. Sarà la sorella sedotta a chiedere all’altra di compiere lo scortecamento. E quella non potrà sottrarsi, essendo la sua mano proiezione di una volontà unica. Ecco il gioco perfetto messo in scena: uno specchio attoriale, un esperire la sinergia della coppia. È una struttura classica del teatro, che qui viene elevata a equazione luminosa, scritta in una lingua impeccabile. Coadiuvata da tocchi appropriati di comicità slapstick e canzoni popolari. L’ultima scena de “La Scortecata” di Emma Dante è caravaggesca. Col luccicore del coltello levato in alto, in un gesto epico, a muscoli tesi, la bellezza è effettivamente ritrovata nel senso tragico della sua ricerca estrema e miserevole.

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