Scrivere un pezzo su un album che non si conosce è una di quelle attività che, mentre acuisce i sensi, inevitabilmente prepara la prospettiva alla migliore attenzione e ricezione.
Per quanto si possa disquisire sulle sfumature che stanno attorno al margine di sorpresa, alla fine si scopre sempre che un album o ci piace o non ci piace.

In questo mese è “Mrozinski”, l’omonimo e ultimo lavoro del musicista che vive a Torino, a riempirmi le orecchie e farmi dire: sì, mi piace. E molto.
Uscito lo scorso 22 Giugno per l’etichetta indipendente I Dischi del Midollo, il lavoro di Lukasz Mrozinski è un album che in sole otto tracce allestisce scenografie e mentali landscapes degni delle più cupe e folli puntate di “Twin Peaks” (dalla regia se ne consiglia l’esperienza!)

Imbevuto di un sound che fonde il metallo pesante all’acustica più dolce, l’album somiglia a un ritratto liquido e irregolare d’una mente intenta ad ascoltarsi i battiti.
Liquido perché la dimensione sonora dei brani è aperta e fluida. Onirica, abbraccia un vasto repertorio che mescola il dark più avvolgente a un’elettricità viva e mai rassicurante, nemmeno nei momenti più teneri.

A tratti la voce di Lukasz Mrozinski sembra emergere da una primitiva oscurità cavernicola, come fosse la sola traccia di tiepida luce dentro il caos primordiale.

È irregolare invece nella costruzione architettonica dei brani. Irregolare come a dire che “tutto è a posto e niente in ordine”. Sebbene salda nei suoi angoli acuti, è la ritmica ad essere irregolare tra basso e batteria. Una ritmica sotterranea, puntuale nella resa, non diventa mai scontata. È come un flusso nelle micro-pause da cui improvvise sopraggiungono le curve.

Strumento accordato all’impasto, la voce profonda di Lukasz.
Intima, racconta istanti di sentimento e umano dubbio. A tratti sembra emergere da una primitiva oscurità cavernicola, come fosse la sola traccia di tiepida luce dentro il caos primordiale. Questo, infatti, è l’effetto del missaggio vocale ad opera di Carlo Barbagallo (Noja Recordings).

La voce calda narra storie come fanno le ombre cinesi, insinuandosi tra i fiati come poesie nate sui muri. Sono infatti i sax, la tromba, il clarinetto a segnare la cifra poetica e folle dell’album, ad esserne il mastice.
Come detto, un disco degno dell’ispirazione d’un Angelo Badalamenti (autore delle musiche di Twin Peaks e stretto collaboratore di David Lynch, ndR) a cena con il rimpianto Mark Sandman dei Morphine.

Una ritmica sotterranea, puntuale nella resa, non diventa mai scontata. È come un flusso nelle micro-pause da cui improvvise sopraggiungono le curve.

Insomma: a voler definire l’album entro i confini della nomenclatura degli addetti ai lavori, troppe correnti sarebbero in ballo: rock, new wave, dark wave, noise, classic, acustic, jazz, blues, post-folk, indie, avanguarde. La verità è che, ad ascolto finito, la gioia di quel “mi piace” va tutta a ficcarsi nella scoperta d’un album sconosciuto che esisteva già dentro di noi.
Ascoltarlo, non fa che attivarne l’emozione.

 

 

LUKASZ MROZINSKI

Mrozinski

3 maggio 2018

I Dischi del Minollo

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