Dopo biopic raffazzonati e distorti film in costume finalmente arriva in Concorso il primo film inscenato al presente e non solo. “Non-Fiction” (Doubles Vies) di Olivier Assayas soddisfa la vocazione più pura dell’arte cinematografia, quella di riflettere sull’oggi e su ciò che senza ipocrisie e senza selezioni di gusto ci riguarda tutti. L’ex critico cinematografico, da tempo pupillo del cinema francese di terza generazione, ribadisce il suo talento autoriale proseguendo un discorso lungo tanto quanto il suo cinema.

Come nel precedente “Personal Shopper” (2016) Olivier Assayas si tiene alla larga da facili appoggi intellettualistici, ma li intreccia in un’opera completamente scritta, verbosamente francese e capace di rendere più immediata una riflessione complessa e alquanto scomoda sul mondo di oggi. Stavolta il regista sceglie un tono diverso. Abbandonate le ombre simil-thriller della pellicola precedente, Olivier Assayas seleziona un impianto da commedia colta. Cambia l’impostazione ma lo scopo rimane lo stesso.

“Non-Fiction” va dritto al punto con tantissimi giri di parole senza però perdere smalto allo scorrere dei minuti.

Un fedifrago quadrilatero borghese parigino vede da un lato Alain (Gullarme Canet), editore barricato dietro la carta stampata e sposato con Selena (Juliette Binoche), attrice di fiction più per moda che per credo. Dall’altro Léonard (Vincent Maicaigne) romanziere dall’imbarazzante vita sentimentale che per abitudine convive con Valèrie (Nora Hamzawi).

La semplicità della faccenda per niente amorosa è solo la base sceneggiata per tante intuizioni di spessore. Fra tutte l’evoluzione consumistica del nuovo millennio che ha moltiplicato e mutato tutte le forme di produzione culturale. In primo piano rimane la svendita di libri e romanzi esposti in una biblioteca virtuale accessibile da un iPad. Ai livelli sottostanti troviamo riferimenti alla messaggistica istantanea, like e influencers.

“Non-Fiction” è un trattato di sociologia contemporanea su schermo, portato avanti con guizzo e ironia per due ore. Accumula battute e repliche, costruendo ogni scena su dialoghi di coppia e cene serali, lanciando domande che non trovano risposte nelle spiegazioni date dai personaggi. D’altronde il regista non pretende di darne. È proprio l’autoironia trasbordante la cifra salvifica di un film pericoloso, che avrebbe potuto stancare a mani basse ma invece scivola via scaltro.

Sornione, beffardo e (auto)citazionista convinto, Olivier Assayas si prende e ci prende in giro esplicitamente, coinvolgendo nella fiera dell’immorale il cinema stesso.

Recite e freddure umane, finzioni e maschere indossate da coniugi, politici e artisti di comodo. Tutto viene economizzato nel mondo dell’e-commerce. Come i manoscritti ripetitivi di un autore bamboccione che è solito saccheggiare le vite di chi lo circonda, ingenuamente e senza troppa originalità. O il talento di un’attrice incastrata in una serie tv di facile successo ma ormai troppo vecchia per interpretare la Fedra. Un editore cita gli ultimi baluardi di purezza del “Luci d’inverno” bergmaniano per sostenere l’oggetto libro, ma non rinuncia a qualche giro di letto con una promotrice del mercato digitale. Un’amante cambia nome, la letteratura rinuncia all’inchiostro e guadagna un display, variazioni di forma che falsificano la realtà e inverano la fiction.

“Non-Fiction” va dritto al punto con tantissimi giri di parole senza però perdere smalto allo scorrere dei minuti. Sornione, beffardo e (auto)citazionista convinto, si prende e ci prende in giro esplicitamente, coinvolgendo nella fiera dell’immorale il cinema stesso. Inventarsi una fellatio praticata per finta durante un film di Haneke è più chic di quella fatta davvero durante Star Wars? Forse è più chic, certo più dissacrante, ma sicuramente più geniale di quanto desiderato.

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