Il cantautore Protto.
Il cantautore Protto.

PROTTO: “Mi rincuora essere rimasto il solito preso male paranoide di sempre”

Ciao Protto! Siamo felicissimi di accoglierti di nuovo su Music.it. Partiamo dalle origini. Che ricordi hai del tuo primo incontro con musica? È stato un colpo di fulmine?

Più che un colpo di fulmine è stato un matrimonio combinato. Mia madre è pianista e mio nonno prima di lei ha suonato e insegnato musica per tutta la vita, fino alla mattina stessa del giorno in cui morì. La musica abitava casa mia ancor prima che io nascessi. Il pianoforte era un bellissimo mobile che in soggiorno di polvere se n’è presa ben poca e di botte forse fin troppe.

Maestro. Chi è per Protto? O chi sono stati i suoi maestri. Quelle canzoni, quegli artisti senza i quali non esisteresti.

Johann Sebastian Bach, Ludwig van Beethoven, Igor’ Fëdorovič Stravinskij tra le rock star. Caparezza, Sergio Caputo e Lucio Dalla tra i parolieri. Poi un pizzico di Ray Charles e The Beatles per dare un po’ di pepe alla relazione, fin troppo spesso unilaterale e prevalentemente necrofila.

Cadere nell’esistenzialismo è un attimo. Per come la vivi tu, la musica è più salvezza o più distruzione? Perché?

Verso la musica ho maturato una sorta di sindrome di Stoccolma. Non si immaginerebbe quante volte ho desiderato chiudere a chiave il pianoforte, soprattutto con dentro qualcuno. Ma senza dubbio la musica è salvezza, la finestra interno cortile che ti permette di dormire sereno con un filo d’ossigeno anche nell’afa di agosto.

Una cosa è certa: senza humour si vive male, malissimo. Questo è lo stile di Protto in “Di cattivo busto”. Quando è avvenuta la sua prima trasposizione di ironia in musica?

Relativamente di recente, direi agosto 2015. Ho iniziato a prendermi meno sul serio dopo una relazione finita male, quando ho sentito l’esigenza vivifica del politically uncorrect, per superare col sorriso una condanna in contumacia per crimini contro la morale, il decoro e il buon costume.
Ho scritto la mia prima frase di cattivo busto in una canzone che si intitolava “Giudice” in cui affrontavo l’annoso tema dell’ansia da prestazione. “Non sento niente, non sento niente, ma solo dalla vita in giù, puoi chiamarmi anche impotente tanto non mi tira su”. Da lì non è stata più tanto dura.

Qual è stato il posto più strano in cui hai composto una canzone?

Ho un protocollo ferreo da seguire. Tutte le mie canzoni vengono rigorosamente composte in bagno con la chitarra classica di mio nonno e solo in un secondo momento trasposte su pianoforte. Questione di riverbero naturale: amiamo cantare sotto la doccia per sentirci un po’ tutti grandi tenori all’opera.

Quando la passione per la musica si unisce a quella matematica ha un je ne sais quois di bachiano. C’è una sonata o un’aria a cui ti piacerebbe dare delle parole un giorno?

Un’aria: “Vergine degli angeli” di Verdi. Ci sto lavorando, e sono agguerritissimo per una lotta SIAE fino all’ultima querela coi discendenti del maestro. Parlerà della nobile arte dell’usura.

In che modo l’ambiente in cui sei stato educato, in cui sei cresciuto, in cui ti sei divertito, in cui hai lavorato ha contribuito a plasmare il musicista che sei? E in che modo si è riversato in “Di cattivo busto”?

Quello che sono è il risultato di una serie di compromessi e di scelte fatte con più o meno coraggio nel corso della mia vita. A 24 anni ho dovuto scegliere tra matematica e musica e ho barattato oro indio con ciondoli di vetro, entrando così in azienda. Eppure se non mi fossi trovato a stretto contatto con il mondo del lavoro del nuovo millennio non avrei mai conosciuto da vicino l’esercito di Fantozzi zombi, di cui per altro faccio parte. Zombi che corrono e inciampano travolgendo tutto e tutti per raggiungere il prima possibile la propria sedia ergonomica salva-natiche e il proprio mouse causa-tunnel-carpale. E di certo non avrei mai scritto nessuna canzone “di cattivo busto”!

Come descriveresti l’incontro tra il pianoforte e l’elettronica che serpeggia neanche troppo silente nel tuo primo lavoro?

Quando ero adolescente i Subsonica e i Bluvertigo filtravano e flirtavano dagli stereo dei miei amici nelle mie orecchie quasi per osmosi. Volente o nolente la loro sonorità mi si è cicatrizzata dentro. Era un mondo all’antitesi rispetto a quello che stavo vivendo e, da stupido brufoloso quale ero, ostentavo uno strenuo rigetto dell’elettronica. Col senno di poi mi sono accorto di quanto il mio atteggiamento dissimulasse la favola della volpe e l’uva e devo principalmente a Giuvazza il fatto di averle dato una seconda chance.

Qual è il momento che ricordi con più piacere della produzione con Giuvazza del tuo primo EP?

Ne ricordo diversi. Innanzitutto il polletto del girarrosto Santa Rita, colonna portante della nostra dieta post-produzione. Poi ricordo bene la sua espressione quando proposi un basso tuba in “Dove ti porta” e un coro di 8 voci in “Basta un colpo di pistola”. Grazie a Dio mi ha fermato!

Ormai è iniziato il tour con cui vai diffondendo “Di cattivo busto”. Immagino che da pianista avesse avuto già modo di suonare in pubblico. Come è cambiata la relazione con te che da musicista sei diventato Protto?

Mi vergogno ancora molto di cantare in pubblico e dico sempre che se dovessi solo suonare sarei una bomba. Ma poi mi torna in mente che quando suonavo e basta avevo ugualmente un sacco di problemi che andavano dalle manie di persecuzione al delirium tremens. Quindi mi rincuora essere rimasto il solito preso male paranoide di sempre.

A proposito di tour… Un concerto a cui avresti voluto essere? E uno a cui non sapresti rinunciare?

Paul McCartney, per cui nutro un feticismo al limite del vudù, all’Arena di Verona nel 2013. Avevo per le mani un biglietto, poi scioccamente ho scelto la figa. Shame on me. Ho visto la “Tosca” 5 volte. Magari alla sesta sopravvive…

Qui la nostra chiacchierata termina. Spero che tu, il pianoforte, e la tua ironia, continuiate ad allietare le nostre orecchie e i nostri cervelli per tanto tempo. Argomento a piacere per quest’ultimo spazio tutto tuo. Ciao, a presto!

Ricordatevi di evitare il fa diesis, soprattutto quello maggiore. È superato, obsoleto, contro natura per noi pianisti e dichiarato illegale in 34 stati membri dell’ONU. Visitate il sito www.nevermorefsharpmajor.org per la raccolta firme.

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