Salvo Anello in un foto promozionale del suo tour.
Salvo Anello in un foto promozionale del suo tour.

SALVO ANELLO: “Io mi limito a instillare il dubbio, ognuno trovi le proprie risposte”

Salvo Anello, benvenuto su Music.it! Iniziamo questa intervista con un tuo aneddoto divertente legato alla musica che non hai mai svelato a nessuno!

Grazie mille, intanto, per questa opportunità. Qualche anno fa mi invitarono a partecipare ad una trasmissione televisiva live col mio gruppo. Prima di entrare, il batterista si ferì la mano su un paletto di ferro e iniziò a sanguinare; provò a tamponarlo con un fazzoletto, ma non si rivelò troppo utile, forse ci volevano dei punti. La trasmissione stava per iniziare e non c’era tempo per risolvere il problema. Durante la trasmissione, seduti su delle panche distribuite a spalti, mi accorsi che sotto la mia scarpa si manifestava imprudente un dono prezioso di qualche cane. Insomma, la trasmissione va avanti (fortunatamente noi ci trovavamo sull’ultimo spalto in alto) e, quando alla fine ci alzammo, sullo spalto c’era un misto di sangue e feci, che sfido chiunque a non definire meravigliosamente inquietante. Sono andato via senza voltarmi indietro e non ho mai avuto il coraggio di indagare sugli esiti di questo misfatto.

Quando è iniziato il tuo percorso musicale e cosa ti ha spinto a intraprendere questo cammino?

Parlare di inizio non è semplice, in un certo senso potrei dire che la mia attitudine alla musica è nata con me. Di certo, in seguito, questa mia naturale predisposizione è stata assecondata da me e dalla mia famiglia, quando nel 1996 ho intrapreso gli studi presso il conservatorio. Ma questo è ciò che riguarda per lo più l’aspetto musicale in generale. Ciò che invece mi ha portato a diventare autore di musica e testi di certo è da ricercare nel mio percorso di crescita, che sfocia nel 2008 con la realizzazione del mio primo disco “L’identico canto”.

Parliamo della tua formazione musicale: quali sono stati gli artisti o i gruppi musicali che hai sempre ascoltato e che hanno influito sulla tua musica?

La mia formazione musicale è stata, per ragioni pratiche, per lo più classica; ma in qualche modo non mi sono mai fossilizzato su alcun genere. Una delle fortune che ho avuto è stata quella di non essere mai stato particolarmente influenzato dalla famiglia e dagli amici all’ascolto di qualcosa in particolare o forse, più semplicemente, ero io a non essere influenzabile. La scelta, che in qualche modo possiamo definire totalizzante, è avvenuta all’età di quattordici anni, quando conobbi e cominciai a coltivare una forte passione per la musica progressive. Se dovessi dare un nome a tutto questo citerei per importanza i Pink Floyd e i King Crimson. Solo successivamente, riuscii a comprendere dove la strada della musica si congiungeva con quella della poesia. Da quel momento presero posto nella mia ‘libreria’ cantautori come Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Franco Battiato, Francesco Guccini, e tanti altri.

Al giorno d’oggi ci sono alcuni cantautori italiani che pensi valga la pena seguire?

Dipende se la domanda presume una risposta oggettiva o soggettiva. Soggettivamente credo che ci sia davvero poco. Esistono alcuni esempi di cantautorato che forse vale la pena di approfondire e mi riferisco ad artisti come Caparezza. In un certo senso credo che il cantautorato oggi vada ricercato laddove la definizione-tradizione di cantautore non è totalmente applicabile: ma d’altra parte è questo l’inganno del progresso. Per dirla diversamente: non credo che il cantautorato oggi vada ricercato in ciò che viene definito dall’industria discografica come tale. Mi riferisco per lo più a quelle tendenze musicali come il fantomatico indie, che più che un titolo rappresentativo di un genere, credo sia una moda fallimentare.

Cosa ha significato, per te, lavorare con Francesco Moneti dei Modena City Ramblers e quale è stato il suo contributo nel tuo nuovo album “Non per rancore ma per gioco”?

Lavorare con Francesco è stato per me una sorta di chiusura del cerchio. I Modena City Ramblers rientrano fra i miei maestri musicali, per cui lavorare con chi, indirettamente, ha contribuito a ciò che è oggi la mia musica, penso che sia un punto di crescita importantissimo.

Il singolo “La bimba fra gli ulivi” è un racconto che oscilla tra fragilità e menzogna, accompagnato da una musica dal sapore dolce e pungente. Quale idea si nasconde dietro questa canzone?

L’idea è molto semplice. Si tratta di ciò che avviene ogni giorno nella nostra vita. Si parla di una scelta fra l’osservare e l’agire, un dualismo caratteriale che si può tradurre in saggezza e fragilità. Come nella vita reale, ne “La bimba fra gli ulivi” non esistono buoni o cattivi, ma solamente simboli di ciò che, in modo asincrono, siamo tutti noi nel corso della nostra vita.

Dunque, in ognuno di noi dimora sia “La bimba” che “Gli ulivi”?

Da un lato siamo “La bimba”, ovvero ingenui, fragili, sperduti, ma anche curiosi e capaci di cambiare noi stessi e il mondo. In questo caso siamo costretti ad indossare una maschera che ci permetta di affrontare il mondo, ma il rischio è di affezionarci troppo alla maschera. Dall’altra parte siamo “Gli ulivi”, ossia esseri saggi, con una sapienza secolare, capaci di trarre vantaggio dal tempo enorme che ci viene offerto. Ma in quanto ulivi siamo anche trascendentali, nel senso di immutabili. Diventiamo quindi simbolo di noi stessi, rappresentazione di qualcosa di stabilito, ma che un attimo dopo non siamo più seppur ci sforziamo di esserlo. Gli ulivi sono quindi la ‘parola’ il ‘logos’, cioè tutto ciò che spiega ma che non è, e non sarà mai, la verità dell’esistenza. La bimba invece è ciò che vive nel mondo, che ‘ricerca’, che intuisce.

Nel testo parli di fallimento, spiegaci.

Il fallimento intrinseco contenuto nella canzone, lo troviamo nel momento in cui la bimba inizia a vedere gli ulivi come un ostacolo, quindi decide di scegliere la strada della maschera. Questa, altro non è che una difesa fittizia nei confronti del mondo. Quale che sia la risposta o la soluzione a tutto questo, non ne sono io il detentore e, probabilmente nessuno di noi lo è. Io mi limito a instillare il dubbio, lasciando che ognuno trovi le proprie risposte.

Salvo Anello: cantautore, chitarrista e scrittore. Come prendono vita le tue canzoni? C’è un momento particolare della giornata che prediligi?

Pur conoscendo in parte la psicologia che si cela dietro la stesura di un testo o di una canzone, mi piace pensare che le mie canzoni esistano in modo perenne da qualche parte, una sorta di iperuranio e che io mi limiti a farle decadere in qualcosa di più tangibile come una chitarra o una voce. Forse è inutile dirlo, ma tutti i miei lavori avvengono la notte, probabilmente perché è uno dei pochi momenti in cui il tempo si ferma e quindi qualunque cosa (compresa una canzone) può essere fissata, appesa a quel momento, senza che nessuno la faccia volare via con la sua spasmodica fretta.

Credi sia facile farsi strada nell’attuale mercato discografico italiano?

Ѐ tutt’altro che facile, anzi, credo che sia un’impresa enorme. Il fatto è che io credo che quando si parla di comunicazione, quindi di arte, si commetta un errore gravissimo paragonandola a qualsiasi carriera lavorativa. La cosiddetta industria discografica, è per l’appunto un’industria. Di conseguenza è qualcosa che produce e mette in vendita degli oggetti, ma la musica non è un oggetto, non è un cd o un video su Youtube. La musica, come tutte le arti, è un discorso. Un discorso fatto agli altri, che trascende da ciò che è il mercato o la produzione industriale. Da questo punto di vista più che un cantautore, preferisco definirmi un menestrello.

Progetti per il futuro? Stai già pensando al nuovo singolo?

Al momento sto lavorando ad alcuni brani, magari uno di questi diventerà un singolo, oppure nascerà un nuovo album: chi lo sa?! Al momento vedo il futuro come qualcosa di positivamente misterioso in realtà, pieno di colori, sto solo cercando di metterli in ordine per fare un bel quadro.

Ti ringrazio Salvo Anello per essere stato con me! Le ultime righe sono per te, per salutare i lettori e per dire ciò che vuoi! A presto!

Grazie a voi per quest’intervista che ho trovato molto completa. Ringrazio tutti coloro che fin ora mi hanno supportato e sostenuto in questo e nei precedenti progetti. Ad oggi trovo che ciò che ho fatto sia arrivato alle persone giuste. “Non per rancore ma per gioco” è un disco che ha uno scopo fondamentale, ovvero quello di risvegliare il dubbio in chi lo ascolta. Spero che questo mio lavoro, oltre che per una mia esigenza espressiva, possa servire a qualcuno per riscoprirsi un po’, dato che quotidianamente siamo sempre più assopiti e rinchiusi in un mondo comodo ma fallimentare.

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