Ciao Aerostation, benvenuti su Music.it. Per rompere il ghiaccio iniziamo questa intervista con un aneddoto curioso legato alla vostra carriera o alla musica in generale. Raccontatecene uno!

Gigi: Ce ne sono davvero tanti, per cui ne citerò uno a caso. Con Ligabue abbiamo condiviso diverse presenze in Piazza San Giovanni a Roma per il Primo Maggio. In uno di questi eventi c’era in concomitanza una partita della nazionale italiana di calcio e, ovviamente, nel backstage non poteva mancare un televisore per poterla seguire. Il nostro set era a un orario che ci permetteva di non perdere l’incontro e così noi, Clan Destino e Ligabue ci posizionammo davanti alla TV. Il match era iniziato da poco, quando sentimmo arrivare alle nostre spalle una presenza che con tono gentile, in inglese, ci chiese di unirsi a noi. Puoi immaginare la nostra sorpresa e l’emozione quando girandoci scoprimmo che il fan del calcio era Robert Plant dei Led Zeppelin. Fu simpatico e molto alla mano e passammo quel momento insieme, tra una battuta e svariate bottiglie di birra.

Quali sono gli artisti che vi hanno influenzato negli anni o a quali vi ispirate di più?

G: Il primo imprinting è arrivato dai Genesis di Peter Gabriel. Era il 1973 ed era anche il mio primo concerto. Inevitabilmente ne rimasi folgorato e il giorno dopo noleggiai la mia prima batteria. Considera che, in quegli anni di grande fermento, eravamo assetati di novità e correvamo a vedere tutti i concerti che passavano dalla mia città, Reggio Emilia. Così capitava di passare da un concerto rock a un cantautore con grande naturalezza e tutto contribuiva ad arricchirci. Negli anni a venire inevitabilmente i miei gusti progredirono e fui folgorato dalla new wave, dai Simple Minds ai The Police, dai Japan agli XTC, ma l’elenco sarebbe davvero lungo e il mio spettro di preferenze si è arricchito costantemente. Sono un vero e proprio maniaco dell’evoluzione della musica e quotidianamente vado alla ricerca di tutte le realtà che stanno cambiando il mondo della musica, con una particolare predilezione per l’alternative rock.

Siete musicisti di un certo livello, avendo calcato palchi importanti con grandi artisti internazionali. Quando è sopraggiunta l’esigenza di creare qualcosa di vostro, e tirar su una band?

Alex: Negli anni i nostri percorsi musicali si sono incrociati alcune volte, con collaborazioni e ospitate, ma finora non avevamo ancora creato qualcosa insieme partendo da zero. Aerostation è stata l’occasione giusta: una nuova band, musica inedita, un’esperienza musicale diversa da ciò che abbiamo fatto in precedenza. Un nuovo progetto da pensare, modellare e far crescere insieme. Nell’autunno 2015 la prima idea del progetto e dopo un lungo processo di gestazione, trasformazione, elaborazione, siamo arrivati all’album di debutto uscito ad ottobre 2018, pronto già da un anno, ma che abbiamo fatto uscire solo quando ci sono state le condizioni per farlo a livello di etichetta, distribuzione, ecc.

La vostra line-up non prevede chitarristi. Pensate sia difficile ovviare alla mancanza delle chitarre per tirar fuori l’anima rock dalle vostre canzoni?

A: Ciò che conta di più non è tanto lo strumento chitarra in sé, ma l’idea musicale che si vuol trasmettere attraverso il sound generale a cui la band arriva. Ci si può arrivare anche da strade diverse. Nel nostro caso c’è stata la volontà di ottenere un sound e uno stile personale, originale, per differenziarci dal resto, per avere una propria identità marcata. Gli spazi della chitarra sono stati riempiti da altro: da un’alchimia ottenuta dalla combinazione di virtual guitars, synth, effetti molto ricercati per ottenere un impasto sonoro pieno, rotondo e graffiante, non ottenibile dai singoli strumenti. È il nostro sound. È Aerostation.

A distanza di tre anni dalla formazione degli Aerostation esce il vostro primo disco omonimo. Ci raccontate l’evoluzione di questo album, dalle prime idee alla registrazione definitiva?

G: Il progetto ha avuto una lunga gestazione soprattutto per arrivare a definire quella che è una line up come quella attuale. Dal punto di vista del concetto sonoro le idee erano molto chiare fin dall’inizio, grazie alla grande empatia che c’è tra Alex e me. Non c’è stato bisogno di capire quale sarebbe stata la strada da percorrere, artisticamente parlando. I nostri anni di conoscenza e collaborazione erano stati utili per permetterci di avere una visione molto a fuoco di tutto. All’inizio avevamo pensato a diverse opzioni, anche a collaborazioni con artisti stranieri. Abbiamo addirittura proposto la cosa a Francis Dunnery, ex frontman degli It Bites, una band degli anni ’90 che adoravo. Ci aveva anche mandato una demo, interpretando uno dei nostri brani. Ma presto ci siamo resi conto di cosa fosse giusto per noi. Quello che vedi ora è la risposta perfetta.

“Aerostation” sembra avere un filo conduttore ben preciso, che non sarà sfuggito agli ascoltatori più attenti. Ce ne parlate?

A: Questo album parla di esplorazione, di avventura, di ricerca. Esteriormente e graficamente affronta, a cominciare dalla sua veste visiva, l’avventura spaziale verso nuovi mondi, quindi guarda verso l’alto, verso il cielo. Interiormente – quindi a livello di testi, di titoli delle canzoni e di tema semantico – affronta l’esplorazione interiore, personale e interpersonale, con un particolare accento alla incomunicabilità che contraddistingue la nostra epoca. Si parla anche di non-luoghi, come gli aeroporti o i vagoni della metropolitana, dove le persone passano, si incrociano, ma non si fermano mai, non si parlano mai. Luoghi tutti uguali e tutti neutri in ogni parte del mondo.

Oltre agli otto brani cantati in inglese, l’album ne contiene tre strumentali di gran fascino. Che apporto danno a tutto il resto del disco?

G: Affrontiamo ogni composizione e il relativo sviluppo e arrangiamento come il quadro di una mostra con un tema ben preciso, ma ogni dipinto ha una sua personalità. La nostra musica è molto visiva e ci piace l’idea di accompagnare l’ascoltatore in un viaggio ogni volta diverso, passando di quadro in quadro. Anche all’interno dei brani cantati ci sono aperture strumentali che fanno parte della nostra idea di cambiare lo scenario per stimolare le emozioni. In questa filosofia ci sta che alcuni brani svolgano questa missione, anche solo con la musica.

Tra voi chi è il principale artefice della scrittura di testi e arrangiamenti delle canzoni degli Aerostation?

A: I testi sono scritti da me, così come gli arrangiamenti e la produzione, per la quale ho lavorato per molti mesi, sperimentando e ricercando senza sosta. Gigi, invece, si è dedicato a tutta la parte visiva e grafica del progetto, dal logo della band, molto efficace e particolare, all’intero progetto grafico dell’album: dalla copertina al libretto interno, ogni aspetto legato al packaging e a come si presenta nel complesso il prodotto, che è molto curato, come avrai notato. Gigi si è occupato anche dei visuals che saranno utilizzati nei live, oltre che del montaggio di diversi mini-clip promozionali.

All’uscita del disco seguirà un tour promozionale. Ci sono già date fissate?

G: Nel 2018 abbiamo testato l’album in alcuni importanti festival internazionali in Francia e Canada e a Capodanno abbiamo aperto alla PFM a Parma. Per noi queste date sono state molto importanti per sondare la reazione del pubblico. È stata molto positiva, considerando il fatto che non conoscevano niente di quello che hanno ascoltato. Per l’anno in corso l’impegno sarà concentrato alla promozione del disco su fronti differenti. Da mesi stiamo investendo sui social, ma è importante anche esibirsi dal vivo. Grazie alla nostra manager Iaia De Capitani ed alla sua agenzia D&D, è in fase di definizione una serie di concerti e qualcosa è già stato fissato. Il lavoro di semina sarà ancora molto lungo in un momento storico di rivoluzione epocale per la musica e fare programmi certi non è facile.

Le nostre domande sono terminate. Vi saluto e vi lascio spazio per aggiungere ciò che volete. Ciao!

Un saluto a tutti gli amici di Music.it e un invito a seguirci dal vivo e sui nostri social. A presto!

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