Ciao Ataraxia e benvenuti sulle nostre pagine. Iniziamo dalle origini. Come nasce il progetto? Come vi siete conosciuti?

Ci sono umani che si devono trovare per portare avanti un progetto. L’unione fa la forza. Anzi, l’unione rende possibile la creazione, e così è stato per noi. Ci siamo conosciuti adolescenti e da quel momento il nostro lavoro creativo e interiore ha perso corpo ed è andato verso l’essenza. Aria, acqua, terra, fuoco. Riccardo, batterista/percussionista, è arrivato parecchi anni dopo, ma è diventato la quarta gamba del tavolo, necessaria a mantenere l’equilibrio. Ognuno è consapevole delle sue qualità e dei suoi limiti. Quindi ognuno esprime i suoi talenti e li mette a disposizione degli altri, colori fondamentali che unendosi creano sfumature sempre nuove.

In che modo significate il vostro nome che affonda le radici nella tradizione filosofica greca?

Dobbiamo fare una premessa necessaria. Abbiamo forte sentore di creare un’armonia che captiamo, grazie al fatto di avere antenne sensibili. Ci rendiamo disponibili a fare spazio, mettendo da parte ego e orpelli vari, per fare entrare sequenze numeriche e curative, magiche. Per noi umani si trasformano in emozioni, sensazioni e intuizioni grazie alla musica. Detto ciò, il nostro nome, come molte delle cose che canalizziamo, nasce senza una spiegazione razionale valida. Francesca sentiva che doveva essere quello e che il senso lo avremmo scoperto in seguito. Così è stato. Nell’accezione filosofica Ataraxia significa distacco dalle emozioni, equilibrio. Nel greco moderno ha l’accezione di tranquillità, padronanza delle proprie emozioni. Come un veliero che naviga tra le onde ma riesce a cavalcarle. Come un surfista che vola sulle onde perché crea la sua realtà senza lasciarsi abbattere dalla paura e dalla frustrazione. Ma c’è un lato nascosto della faccia di Giano.

Quale?

Il risvolto della medaglia è l’accezione che viene data oggi a questa parola. Lo stato atarattico, lo si legge nei farmaci neurolettici, è uno stato di torpore e mancanza di vitalità. È lo stato della resa alle forze grevi che ci tengono ancorati ai nostri limiti, un perdersi poiché non ci si è riconosciuti e ritrovati. Quindi direi che il passaggio è semplice: nascita, sofferenze, traumi, percorso, attraversamento del dolore. Senza arrendersi e mettere la testa sotto la sabbia. Abbandono dell’ego progressivo, riconoscimento di se e, quindi, atarassia.

C’è stata un’esperienza che considerate il sigillo della vostra alleanza sotto la bandiera degli Ataraxia?

Ce ne sono state tante. Le più belle sono state quelle vissute nei momenti massimi di difficoltà. Raramente le crisi erano interne, dipendevano sempre da fattori esterni. Noi rimanevamo uniti e superavamo l’impasse con un atto creativo. Dai momenti più duri usciva l’idea per un nuovo album, una nuova performance live. Una fase interessante sono stati i lunghi tour in Cina. Ritmi pesanti, siamo andati senza sapere cosa aspettarci. Si sono rivelate esperienze profonde e trasformative di fratellanza, creazione. Come quando sai di essere nella tua missione e senti che stai cavalcando la famosa onda. Ci siamo trovati con la mancanza di un membro fondamentale e abbiamo ricreato il set direttamente sul posto. Cose che non sai come sei riuscito a fare, ma qualcosa ti ha guidato, perché sei sulla tua strada.

Cosa rappresentano per voi le frequenze 432 Hz – 8 Hz – 1Hz di “Synchronicity Embraced”? Tanti studi di neuroscienza legano le frequenze dei toni agli spleen dell’anima…

432Hz è la frequenza madre, la frequenza della terra, del pianeta in cui ci siamo incarnati. È una frequenza leggermente e impercettibilmente più grave del 440Hz che viene di norma utilizzato ma la sua funzione è una funzione chiave. Il 432Hz bypassa, per così dire, l’emisfero sinistro del cervello e arriva a quello destro. Quello della creatività, dei sogni, delle intuizioni. Chiamiamolo pure emisfero femminile o yin: quello della connessione, dell’empatia, per spiegarci meglio. 8Hz è per default il 432Hz non udibile all’orecchio umano se non in forma di frequenza. 8 è il numero dell’infinito. L’8Hz porta all’1 che ha il significato di ritorno all’Uno, tensione all’uno dalla dimensione duale in cui siamo. Qui tutto è duale, molto è conflitto. E allora possiamo scegliere se accogliere gli opposti per tendere alla completezza o se fare la guerra tra opposti. Noi abbiamo scelto.

“Synchronicity Embraced” si presenta come un concept album. Se consideriamo solo i titoli, sembra esserci un alone di sacralità sulla vostra musica. Che tipo di sacralità volete trasmettere?

Francesca spesso e volentieri è percepita come una sorta di antica sacerdotessa. Niente di speciale, semplicemente lei è una mediatrice tra madre natura e la magia creativa di cui l’uomo può disporre. In particolare ha un legame ancestrale con l’antica Grecia, con le foreste e i monti. Ma la sai una cosa? Sono in molto a poter canalizzare luoghi particolari o archetipi…

Davvero?

Sì. Perché il sacro è una dimensione in cui l’anima, invisibile soffio vitale, si fa evidente nella materia e si esprime. È un senza-tempo che ci permette però di mettere in sincronia corpo, emozioni e corpo energetico. Il sacro è un recinto dimensionale in cui, una volta entrati, nulla è più lo stesso. Si ricevono insegnamenti attraverso intuizione e percezione, attraverso una vista sottile. Il sacro ci ricorda e ci aiuta a elevare la nostra vibrazione per elevare la nostra esistenza su piani che non siano solo materiali, ma di profonda soddisfazione e realizzazione. Interessante poi è il discorso sul sacro femminino e mascolino, le due energie che permeano questa dimensione. Le incarniamo entrambe nella nostra musica. Anche se esploriamo volentieri il femminino perché ha avuto poca voce per tanti secoli. Calpestarlo significherebbe spezzare l’equilibrio, l’atarassia di cui parlavamo in precedenza.

Un po’ d’introspezione non fa mai male. Al netto del fatto che anche il vostro primo album aveva una forte identità stilistica, secondo voi perché “Synchronicity Embraced” potrebbe essere più maturo?

Perché i portatori, noi, sono passati attraverso un’altra fetta di vita consistente e densa e non si sono scansati. Come guerrieri di arte e spirito, con umiltà e consapevolezza dei propri limiti, non sono fuggiti, ci sono passati in mezzo. Spesso pensiamo al mito di Parsifal che per cercare il Graal è passato attraverso ogni sorta di esperienza, anche le più amare e dolorose. Fino a trovarsi solo dinnanzi a una domanda la cui risposta è il “nosce te ipsum”: “conosci te stesso”. Così facendo puoi cominciare a vivere la parte aerea dell’esistenza. Ti realizzi in un equilibrio di luce e tenebra, in un tessuto che non ti stringe e rende prigioniero ma ti accarezza e si adatta alle tue esigenze. Poi siamo stati nel flusso, non abbiamo avuto alcun timore di osare ed entrare in terreni inesplorati precedentemente. Se no che gusto c’è?

Qual è stato il live più emozionante che ricordate di aver fatto?

Abbiamo suonato in molti paesi del mondo, dalle Americhe all’Asia. Ogni esibizione è stata un passo, una parte del disegno, un momento che ha contribuito a forgiarci, a trasformarci e a portarci nel luogo successivo. Visione olistica, tutto è parte di noi. Visione Panica, ci abbandoniamo a questi flussi di luoghi, lingue, paesi, umanità che abbiamo avuto il privilegio di incontrare. Amiamo molto l’America Latina. Abbiamo trovato cuori aperti e vibranti, una integrità emotiva commovente.

Che rapporto riuscite a creare con il pubblico?

È un’esperienza toccante e difficile per persone piuttosto schive come noi siamo. Siamo consapevoli però che eseguire la musica dal vivo è fondamentale poiché è lo scambio tra chi riceve e chi dona che permette che il rituale/concerto abbia luogo. Entrambe le porte devono essere aperte. La risposta crea la musica e la musica innesca la risposta. Il concerto è un atto trasformativo non certo un passatempo o una esibizione. Per chi suona e per chi ascolta. In questa circostanza i creatori sono da ambo le parti, poiché l’energia che si riceve poi la si porta con sé e la si diffonde. Non tutti entrano in risonanza, ancora una volta è un discorso di frequenze, di diapason che risuonano insieme ed uno fa risuonare l’altro. Quando questo accade tutto prende senso, la scintilla si accende.

Parliamo di gusti e di sogni. Quale concerto di quali band vi piacerebbe aprire? Una del passato e una del presente.

Passato – e presente – In the Nursery, presente – e passato – Archive.

Una considerazione sullo stato della musica in Italia. Secondo voi c’è speranza per l’arte?

Non importa che ci sia speranza o meno. Se si guarda la situazione nella sua realtà apparente, tutti potrebbero chiudere bottega e mettersi a strimpellare nello stanzino da soli. Ma è proprio nei periodi duri e di decadenza in cui è richiesto il massimo impegno, che la luce della candela dello spirito musicale va alimentata. La famosa notte buia dell’anima si manifesta anche in ambito artistico.

E allora cosa si fa?

Si lotta. O meglio, si continua a creare andando sempre più verso l’essenziale. E ci si mette in uno stato d’animo tale da attrarre ciò che serve per potere esprimere quello che si realizza. Essere artisti in Italia è come essere cuochi di fine palato in un paese dove la cucina è l’ultima della lista. Eppure  veniamo da un paese dove l’arte ha resistito a tutto. Ha aperto le ali ed è passata sopra a guerre fratricide, intrighi, bassezze di ogni genere, ha planato scegliendo la bellezza. Siamo figli di questo esempio e di questa bellezza, perché dovremmo rinunciarvi, lamentarci e magari criticare tutto e tutti? Meglio creare, no?

Uno sguardo sul futuro. Ci sono progetti a medio e lungo termine su cui state lavorando?

Una nuova idea è sorta, quindi inizieremo a lavorare ad un nuovo album. Il tema sarà il Sacro Amore, inteso in senso di iniziazione e passaggio attraverso l’altro per giungere a noi. L’altro inteso in senso ampio: l’altro montagna, l’altro cervo, l’altro uomo o donna. L’altro diviene me, piano piano, come una nuvola che si espande fino a giungere alle Montagne Blu, dove la coscienza si espande e tutto è uno. Non intellettualmente ma fisicamente, emotivamente, a livello cellulare e vibrazionale. Vediamo cosa succede in musica, dove questa magia è possibile. Planare nella quinta dimensione.

Noi qui ci salutiamo. È stato un piacere ascoltarvi. Le ultime righe sono a composizione libera. Usatele bene.

Grazie per le tue domande, ci hanno ispirati a rispondere senza copia e incolla, in modo diretto e sentito.
Vorremmo lasciare questo spazio al vuoto, allo stesso vuoto degli atomi, al 99% di vuoto di cui noi siamo fatti. Quel vuoto che essendo vuoto può permettersi di vibrare ed accendersi. Quel vuoto che essendo vuoto può trasformarsi e trasformare. Quel vuoto che precede il suono e lo segue ogni volta.

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