Claudia Lagona, in arte Levante, alla 70esima edizione del Festival di Sanremo
Claudia Lagona, in arte Levante, alla 70esima edizione del Festival di Sanremo

Di LEVANTE in spiaggia e titoli di giornale: la natura decadente del varietà

Sono tante le protagoniste e i protagonisti del mondo dello spettacolo vittime di una forma particolare di body shaming. Stamattina è stata presa d’assalto la pagina Instagram di Levante, dopo il post pubblicato nella giornata di ieri. Ma gli autori della violenza simbolica, che perlopiù passa inosservata, non sono stati ipotetici fan delusi. Il componimento che seguiva il selfie di Claudia Lagona in spiaggia erano solamente positivi. La subdola macchina del fango si è sollevata da parte delle miriadi di testate web che hanno cavalcato l’onda della popolarità della cantautrice sicula.

I social network hanno dato al consumatore l’illusione di poter genuinamente spiare nella vita privata degli artisti. Questo aspetto ha portato a una mercificazione sempre più pesante delle identità virtuali che su internet entrano in relazione. Impossibile, d’altro canto, non considerare quanto la produzione musicale, o artistica in generale, sia definitivamente entrata in logiche di consumo. In Italia, come ovunque nel globo, gli spettatori si nutrono perlopiù di gossip e varietà. Che vengono innescati anche dove non esistono: per esempio in Levante che condivide su Instagram “Sirene”.

Levante – Sirene

La crisi della stampa tradizionale è acuita dalla produzione di informazione a basso costo ed alto consumo. Gli stili di scrittura si semplificano per migliorare la leggibilità e per ottimizzare l’indicizzazione sui motori di ricerca. Gli sponsor pagano solo in ordine di migliaia di visualizzazioni giornaliere, dunque le varie testate fanno ciò che possono per tenere alta una liquidità sempre più ridotta. Qual è il limite massimo consentito all’aggressività del copywriting, volte a rendere un articolo appetibile per l’utenza? Individuare il confine del lecito rientra in quadro di deontologia professionale che dovrebbe essere seriamente preso in considerazione dall’Ordine dei Giornalisti. È diventato talmente proverbiale lo squallore di alcuni titoli da aver stimolato la creazione di una pagina apposita su FaceBook: Giornalisti che non riescono a scopare.

Quando ogni strategia pubblicitaria diventerà inutile perché sostituita dall’indignazione per lo squallore di titoli che attirano lettori attraverso la sessualizzazione dell’immagine di personaggi pubblici? Il secondo capo della questione, dunque, riguarda il livello culturale dell’utenza, che urla alla corruzione dei costumi contemporanei quando non si apprezza la forma artistica prescelta per portare avanti la propria poetica. Il pubblico sembra predisposto a perdonare l’accidentale perdita dell’intimità di una celebrità. Almeno tanto quanto risulta intollerante nei confronti di messaggi che riescono a scuotere l’anima.