Farklempt è una parola Yiddish che significa “sopraffatto, spesso impossibilitato a esprimersi, a causa di un’emozione forte”. Ti ritrovi in questa definizione? Perché hai scelto questo nome d’arte?

Un amico mi disse: “ti regalo una parola”. Quella parola era Farklempt. Il suo significato mi colpì così tanto che pensai di doverla usare, un giorno, per qualcosa di importante. Quando ho iniziato a scrivere canzoni, praticamente per gioco, non sapevo che col tempo avrebbe caratterizzato così tanto la mia persona. Ma dopo una, due, dieci canzoni, realizzai che la musica era per me uno strumento fondamentale per fare ordine in quel caos di emozioni da cui mi sentivo, appunto, sopraffatto; e mi tornò in mente quella parola, quel dono bellissimo, che come nome d’arte mi parve più che appropriato.

Su Music.it abbiamo inaugurato una tradizione particolare: ogni artista che intervistiamo deve raccontarci un piccolo segreto legato alla musica, un aneddoto particolare, un ricordo prezioso. Qual è il tuo?

Ne ho tanti. Ogni canzone che ho scritto racchiude un preciso ricordo. Ma forse quello che conservo con più cura è quello di mia madre che fischietta distrattamente una mia canzone, senza rendersene conto, senza nemmeno conoscerne il testo. Il fatto, di per sé irrilevante, mi ha commosso moltissimo.

La tua musica è un connubio di elementi presi dalla darkwave e dal cantautorato italiano. Chi ha ispirato le tue sonorità? C’è qualche artista in particolare di cui vorresti essere erede?

La definizione che ironicamente mi piace dare della mia musica è: “Cristina D’Avena incontra i Joy Division”. Ironicamente fino a un certo punto, perché in fondo uno dei primi contatti che ho avuto con la musica è stato proprio con le sigle dei cartoni animati. Ma il re del mio personalissimo pantheon musicale è Sufjan Stevens, a cui segue una lunga lista di nomi: Patrick Wolf, Junior Boys, Milosh, The Smiths, Alanis Morissette, Woodkid, John Grant, Kerli, Miike Snow, Magnetic Fields, Lana del Rey, Mina, Elvenking, Blind Guardian, Valentina Giovagnini, Madonna, Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Elisa, Kishi Bashi, St. Vincent, Nobuo Uematsu, Hector Berlioz, Amor Fou, Lady Gaga, M83, Rufus Wainwright. Praticamente un potpourri musicale.

I tuoi testi mi hanno colpito subito. Dietro linee melodiche leggere, si nascondono testi pregni di disincanto nei confronti della società e dei sentimenti. Le tue canzoni, a volte con ironia, a volte con crudo cinismo, pongono i riflettori sulla banalità del male. È corretto? Qual è il testo che più ti rappresenta?

L’argomento più ricorrente nelle mie canzoni è l’abbandono. Gran parte delle persone che ho perduto è andata via senza offrire spiegazioni. E dopo aver sprecato tempo a porre domande a muri e porte chiuse, mi sono visto costretto a cercare le risposte altrove. Il principio è: “Non mi parli? Allora canto finché non ti dimentico”. Il testo che più mi rappresenta, forse, è quello di “Aspetteremo settembre”, che è anche il primissimo testo in italiano che abbia scritto. Dentro ci sono la disillusione e la malinconia, ma anche l’attesa e la speranza.

Farklempt, il tuo percorso artistico ti ha portato a concepire un’idea di esibizione molto diversa da quella a cui siamo abituati. Ti piace coinvolgere il pubblico e stupire chi viene ad ascoltarti. Mi racconti di quella volta che hai chiesto ai tuoi spettatori di portarti un… regalo da casa? Come ci sorprenderai ai prossimi concerti?

Non ho mai pensato di esibirmi dal vivo. Ho sempre scritto le mie canzoni col preciso scopo di guarire da una ferita, al massimo condividendole con pochi amici. E fu proprio un amico che mi suggerì di partecipare a un contest a Roma che aveva come direttori artistici Claudio Rocchi e Susanna Schimperna. Mi iscrissi, con pochissime pretese; sorprendentemente arrivai secondo e mi fu offerta l’opportunità di esibirmi per una sera al Teatro Lo Spazio. Dal momento che non so suonare alcuno strumento perché compongo le mie canzoni al computer, cercai di rendere il mio concerto più simile a una performance teatrale, invitando il pubblico a portare con sé un oggetto vecchio di cui volevano disfarsi. Tutti quegli oggetti furono poi utilizzati per ricreare delle scenette improvvisate sul palco da tre miei amici, per l’occasione travestiti da spettri della memoria, mentre cantavo.

Una cosa molto singolare.

Volevo coinvolgere il pubblico, composto praticamente da persone che non mi avevano mai sentito cantare, compresi i miei genitori, trascinandoli nel vortice di nostalgia che era la mia musica e uscirne insieme a loro come persone nuove. Invitarli a liberarsi di qualcosa di vecchio mi parve una buona idea, anche se paradossalmente conservo ancora quegli oggetti come ricordo di quella serata. Per quanto riguarda i miei progetti futuri, non ho bene in mente cosa fare: ogni tanto mi stuzzica l’idea di cantare dal vivo, ma qualcosa mi trattiene sempre. Forse devo solo lanciarmi, senza pensare troppo alla rincorsa da prendere.

Che opinione ti sei fatto della scena musicale italiana? Nell’underground e nel mainstream c’è qualcuno che vale la pena seguire oggi?

Onestamente non seguo molto la musica italiana contemporanea, tranne quando mi sforzo di seguire il Festival di Sanremo per poi sprofondare nell’imbarazzo. Quest’anno ho tifato fortemente per Paola Turci, anche se la vittoria di Francesco Gabbani è stata il male minore. Ogni tanto tra le nuove proposte salta fuori qualcuno che mi colpisce, come ad esempio Diodato qualche anno fa, ma per il resto non c’è nulla che valga la pena di ricordare. Anche Elisa, che ho sempre amato fin da bambino, da qualche anno sembra aver perso l’energia e l’originalità dei suoi primi lavori, forse troppo presa dall’essere diventata un personaggio televisivo. Ecco, la mia generale impressione è che non si possa più fare musica senza essere dei personaggi televisivi, delle macchiette. E questo vale anche nel panorama indie, dove non si va avanti se non si costruisce un solido personaggio, più che solida musica e solide emozioni.

Nonostante gli ottimi risultati, il tuo lavoro è caratterizzato da produzioni low-cost. Scelta o necessità? Le case discografiche non hanno più voglia di investire sulla musica alternativa?

Come ho lasciato intendere più volte, non ho mai pretese quando scrivo una canzone, se non quella di essere il più possibile onesto con me stesso e quello che sento. Di conseguenza non ho mai ritenuto necessario puntare troppo sulla qualità del suono. Registro le mie canzoni nella mia stanza, con un microfono USB, quando sono solo a casa, e non mi dispiace conservare questo sound un po’ grezzo, un po’ naïf. Investire nella musica alternativa è sempre una scommessa, e non me la sento di biasimare chi preferisce un guadagno sicuro a un possibile fallimento, soprattutto se si tratta di realtà già di per sé precarie; la colpa è piuttosto di chi ascolta sempre la stessa musica rimasticata e rigurgitata più volte, che non si concede mai una sorpresa, una deviazione.

Farklempt, siamo in chiusura. Vuoi aggiungere qualcosa?

Credo di aver parlato anche troppo! Ma per concludere, vorrei ringraziare tutte le persone che mi hanno umiliato, ferito, offeso e demolito, perché in fondo è merito loro se ho imparato ad amare me stesso e costruire rifugi sicuri con la mia musica.

Amore mio bellissimo by Farklempt

Amore mio bellissimo Che ancora non conosco Pazienta ancora un po’ Prima d’incontrarmi L’attesa a volte logora A volte stimola Ma tu pazienta ancora un po’ Ovunque tu sia Ma prima di tutto So che devo trovare Una casa, un lavoro Un equilibrio Per poter essere La persona giusta Per

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