È un onore e un piacere ospitare Filippo Gatti sulle nostre pagine.

Dovrei essere perfetto per voi. In tanti anni a vivere di musica non sono mai uscito dalla categoria di emergente né dall’underground.

Non avrei saputo dirlo meglio. Iniziamo da “Genesi”. Che cosa c’è stato prima degli Elettrojoyce?

Ci sono stati una serie di demo e prove di piccole registrazioni che ho fatto quando ero proprio pischello. Poco dopo i 20 anni sono andato a vivere in Scozia e ho vissuto lì per quasi per due anni. Suonavo nei club.

Che tipo di musica suonavi?

A me è sempre piaciuto il folk. L’esibizione in acustico con chitarra e voce, come quella di oggi al Living Room di Radio Città Aperta, io la facevo già da giovanissimo. Purtroppo non c’era un mercato per questo in Italia. Fare un gruppo rock, quindi, era un’occasione per far sentire le proprie canzoni. Infatti negli album degli Elettrojoyce sono disseminati da pezzi di questo tipo, tra il rock ‘n’ roll, il post rock e in grunge. Forse ero un po’ più grande di 20 anni.

Da giovane, insomma.

Sono sempre giovane.

E invece, quando è stata la prima volta che hai prodotto qualcosa? Quando è nata la passione per questo lato oscuro della musica? Quello fondamentale poi, vissuto negli studi di registrazione…

In realtà la passione per la produzione è nata prima di ogni altra cosa, prima della Scozia e prima degli Elettrojoyce. Mi è sempre interessata moltissimo la questione della registrazione e della produzione musicale. Forse avevo appena 18 anni quando chiesi alla mia famiglia un piccolo fondo per farmi uno studio per registrare. Ho sempre avutola curiosità di capire come nasce un disco.

C’è tanta arte arte e creatività dietro la produzione di un album?

Secondo me c’è. La scelte fatte in produzione, sotto ogni punto di vista fanno parte integrante di ciò che il compositore sta facendo. Questo è ancora vero oggi con le nuove tecnologie, che semplificano e snelliscono il momento della produzione. Il modo in cui si sceglie di realizzare la propria musica è fondamentale per la realtà che si sta imprimendo su disco. Sono sempre stato un grande appassionato di ciò che accade negli studi di registrazione. Ma è mio fratello ad essere l’ingegnere del suono.

Diciamo che non sei un accademico.

Mi manca tutta la cultura tecnica, ma da parte mia so usare gli studi. Ho una competenza da regista.

Prima volta che hai preso in mano una chitarra?

Prendevo lezioni di chitarra classica a 11 anni. Ho resistito solo un anno.

Ora passiamo al tuo ultimo album, “Dalla testa al cuore”. Mi verrebbe da parafrasarlo con “Ragione e sentimento”. Vado tanto lontano?

Deriva da quel tipo di dualismo lì. Ora ti spiego perché. “Dalla testa al cuore” nella mia follia è il terzo di tre dischi, che segue “Tutto sta per cambiare” e “Il pilota e la cameriera”. Ho fatto pochi dischi in 15 anni, ma devi sapere che c’è una specie di filo poetico a tenerli uniti. La canzone per me più significativa di “Tutto sta per cambiare” si intitola “La memoria libera”. Un verso canta “ti hanno allontanato la testa e il cuore”. Ho usato, quindi, “La testa e il cuore” per far vedere che quest’ultimo album è la sintesi dei primi due. Un ritorno a casa dei primi due.

Il dualismo di testa e cuore che impregna la cultura occidentale fino al midollo. Anche nella banalità del quotidiano cerchiamo sempre di riportare il corpo alla mente, il pulsionale al razionale…

Il mio intento è quello di superare questa separazione. Già il titolo è una forma di sintesi, essendo uno per tanti. “La testa e il cuore” è il terzo titolo di tre. In una trilogia può essere considerato il momento sintetico tra i primi due.

Sono rimasta affascinata da “Il re di Lampedusa”. Oltre a comunicare immagini forti grazie alla poesia del testo, ho apprezzato infinitamente la lunga chiusa strumentale. Psichedelia pura.

Grazie. Sono del parere che la psichedelia finale non faccia altro che approfondire e accompagnare il testo. In qualche modo ne arricchisce la comprensione.

Un’altra traccia che ho amato è “Il maestro e Margherita”. Come lo leghi al romanzo di Bulgakov? Qual è il punto di tangenza con il capolavoro russo?

All’origine de “Il maestro e Margherita” c’è un’intenzione precisa. Mi interessava fare una canzone sull’enorme difficoltà di stabilire cosa sia bene e cosa male per le persone giovani. Un’operazione resa ancora più difficile a causa delle informazioni che si hanno. Siamo sempre nella posizione di dover sempre scegliere cosa è giusto, ma non sappiamo mai come. Credo ci sia una profonda assonanza tra l’ambiguità delle informazioni che riceviamo col personaggio del diavolo. In qualche modo non si riesce mai a capire se ti sta portando dalla parte giusta o quella sbagliata. E volevo anche sottolineare, cosa che cerco di fare sempre, che l’appello a tenere la guardia alta investe anche l’artista. Non deve essere mai esente dal giudizio del pubblico, anzi, dovrebbe essere indagato nel modo più attento e severo possibile.

Ovvero?

È un modo per dire che tu dovresti mettermi in discussione nel momento in cui sto dicendo qualcosa. Il titolo è perfetto, ma è solo uno spunto. Margherita è un fiore fragile che nasce all’alba della primavera. È il contrasto che c’è spesso tra sapere e non sapere. Tutto l’album è giocato sul gioco del titolo. Come con “Il re di Lampedusa”, metto due immagini vicine, a confronto, per stimolare l’ascoltatore a fare la propria scelta davanti a un’opzione che ha. Ho la sensazione che molte persone oggi abbiano difficoltà a capire qual è la propria posizione. E il compito dell’artista non è quella di dirti quale sia il tuo posto nel mondo. Dovrebbe essere quella di metterti in condizione di scegliere.

Come mai da Roma sei scappato nella campagna toscana?

Ho lo studio da tanti anni, dal ’97. Semplicemente ci vivo meglio. Non dico che tutti debbano andare a vivere in campagna. Per me, dopo anni, penso sia la mia dimensione.

Volevo chiederti se ti era mai capitato di produrre emergenti. E mi interessa sapere, in particolare, come si predispongono nei confronti di chi ha più esperienza di loro. Se si lasciano guidare.

Il discorso è questo. La produzione ha varie sfumature. Ci sono vari modi di interpretarla. Un modo è quello di far sì che una cosa che esiste venga realizzata al meglio e chiarificata. Dal canto mio, preferisco lavorare con persone che hanno già una forte identità artistica. A me piace a livello di produzione togliere piuttosto che mettere. Lasciare a chi ha tanto da dire solo le cose essenziali facendo sparire quelle inutili. Quindi preferisco lavorare con persone che hanno già sviluppato una propria personalità in termini discografici.

E con i giovani?

Per quel che riguarda il rapporto con gli artisti giovani, devo dire che negli ultimi anni sto facendo tante esperienze di formazione. E vorrò farne sempre di più ora che divento più vecchio (sorride). Perché c’è per i giovani più bisogno di formazione che di produzione. È importante dare delle informazioni ad una persona, o comunque degli input per aiutarli a sviluppare la propria personalità. Ci sono dei produttori che semplicemente prendono un talento e gli mettono addosso tutte quelle cose che servono per essere..

Venduto?

Sì, esatto, ma non solo. Anche più bello, più funzionale, migliore, quello che vuoi. Questo tipo di lavoro a me non interessa. Nella mia visione della storia non c’è l’underground e il mainstream. C’è l’arte. E l’arte, sia quando è mainstream che quando è underground, quando è fatta male non rimane. Se è fatta bene non è né underground né mainstream. E l’arte è creata da una persona molto cosciente di ciò che vuole fare. Il mio lavoro come produttore e come formatore consiste nel rendere più cosciente l’altro di ciò che vuole fare, non mettendogli addosso i miei schemi, i miei punti di vista, i miei gusti. In un certo senso, la mia visione è opposta a quella pubblicizzata nei talent show televisivi.

In cosa?

Loro non fanno che ripetere che “tu devi fare te stesso”. Ma di fatto, ti insegnano a fare ciò che dovresti fare. Io invece dico sempre: “tenta di fare ciò che vuoi fare”. E molto spesso fare ciò che vuoi fare è difficile perché non sai bene quello che vuoi fare. Quando aiuti una persona a scoprire ciò che vuole fare la rendi indipendente e libera.

Certo, individuare ciò che si vuole rende più semplice realizzare ciò che si è. Ma non è semplice per niente!

Bisognerà pur iniziare da qualche parte…

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Beh, sto lavorando con Ivan Talarico, artista che viene dal teatro canzone. È un pazzo di 37 anni che fa principalmente teatro, ma ha scritto canzoni molto divertenti e molto profonde dal punto di vista del testo. Non c’è bisogno di dire che è completamente fuori moda. Non ha niente a che fare con le cose che funzionano, quindi lo sto aiutando a fare un disco perché mi fa piacere farlo. Inoltre sto facendo delle registrazioni molto interessanti, di una pittrice italiana molto importante che si chiama Isabella Staino. È una grande pittrice. Sono contento di essere diventato suo amico. Ha scritto canzoni quando aveva 20 anni. Non le ha mai realizzate da allora, e quindi sono rimaste segrete.

Ma ne ha scritto solo il testo o anche la parte musicale?

Sono delle canzoni complete. Lei è davvero molto brava. Isabella Staino è il caso di un’artista matura dal punto di vista della pittura, timida invece per presentare la sua musica.

Magari ogni artista sceglie il canale di espressione con cui si sente più sicuro. Magari è anche quello più efficace.

Non è del tutto vero. Joni Mitchell, una delle artiste più importanti del secolo scorso, era musicista e pittrice. E non è l’unica. Mi viene in mente anche David Bowie. Questo perché c’è un rapporto molto profondo tra musica e pittura. Ho scoperto e conosciuto questa pittrice che ha anche la passione per la musica. Non potevo non lavorare al meglio per effettuare una selezione di canzoni.

Circa il rapporto musica e pittura, mi viene in mente che spesso la musica riesce a creare dei veri e propri spazi di vita. Degli spazi ambientali. A volte è possibile anche immaginarsi l’autore intento a comporre.

Deve essere così. Ti puoi figurare uno spazio, giusto come hai detto. Però non è corretto fino in fondo. Proprio Joni Mitchell diceva quando il pubblico pensa all’autore piuttosto che a se stesso ascoltando la canzone, l’autore sta sbagliando. Però è vero quello che dici: le canzoni sono dei mondi, degli ambienti, devono avere una esistenza spaziale. E quella cosa lì è molto affine alla pittura. A me interessa molto il il rapporto tra pittura e musica. Comunque, sto curando queste due produzioni fuori da ogni mercato.

A noi piacciono le cose fuori mercato.

Poi se domani ne faccio una che rientra in mercato meglio.

C’è tanto bisogno di arte fatta bene. Spero con tutto il cuore che questi progetti diventino di mercato. L’umanità ne guadagnerebbe tanto. Noi abbiamo finito. Ti chiedo, per ultima cosa, di salutare i nostri lettori come vuoi. Nessuna censura.

Grazie alle tue domande molto attente ho già detto tutto quello che avrei voluto dire. Ciao! Tentate di essere liberi. Siate liberi.

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