Gaetano Nicosia presenta “Senza Storia” il suo disco d’esordio in uscita il 25 febbraio.
Gaetano Nicosia presenta “Senza Storia” il suo disco d’esordio in uscita il 25 febbraio.

GAETANO NICOSIA: “Esiste la musica che ognuno di noi sa suonare”

Diamo il benvenuto su Music.it a Gaetano Nicosia. Per rompere il ghiaccio raccontaci un aneddoto divertente o imbarazzante che ti è capitato in studio o su un palco.

Beh ce ne sono parecchi. Una volta durante il mio primo concerto, l’intro era mia con la chitarra, ero talmente agitato che l’ho fatta quasi a velocità doppia. Il pezzo è andato via liscio. Sono sceso dal palco e il batterista mi ha confidato che si stava spaccando le spalle, aveva un problema articolare, ma mentre rullava come un pazzo ha giurato a se stesso che non mi avrebbe mollato a costo di perdere entrambi gli arti durante la performance. Però quando siamo scesi dal palco ha iniziato a corrermi dietro, mi voleva menare. Mi sono salvato solo perché ero più allenato di lui nella corsa…

Te la sei vista brutta!

Un’altra volta, sempre sul palco, anche in quell’occasione ero particolarmente agitato, eravamo vicini ad una chiesa e durante l’esecuzione di un pezzo hanno iniziato a suonare le campane.
Nella canzone che stavamo eseguendo c’era un ragazzo che faceva da seconda voce. Ad un certo punto lo vedo ridere come un matto. Io cantavo e lui rideva. Ero tesissimo e non capivo cosa stesse succedendo, ero talmente concentrato che non mi ero minimamente accorto che stessero suonando le campane. Vedevo anche il pubblico ridere. Insomma ero prossimo ad una crisi di panico.

E poi che hai fatto?

Finita l’esibizione sono andato da questo ragazzo e gli ho detto “ma che caz** avevi da ridere?” e lui tranquillissimo mi ha risposto “le campane”, ed io “le campane? In che senso?”, “suonavano, non le hai sentite?”, “ah, le campane suonavano? Ma sei sicuro?”. Alla fine mi hanno fatto vedere le riprese dell’esibizione e si sente nel bel mezzo della canzone che partono le campane, e noi che stoniamo (proprio come campane) con me tutto serio sul palco che continuo la performance senza essermi accorto di nulla.

Parliamo di “Senza Storia”. Come nasce il disco?

“Senza Storia” nasce per caso. Avevo una band con cui suonavamo cover, riadattate per lo più. Non mi è mai piaciuto fare le cover serie. Ho sempre reinterpretato, sia musicalmente sia vocalmente ogni canzone. Perché per me nella cover il brano originale rappresenta uno spunto, una traccia, un’idea che non va stravolta ma che ha ampi margini di reinterpretazione. Un giorno in sala prove, fra un pezzo e l’altro ho abbozzato un riff di chitarra e la band mi è venuta dietro, come per magia. Ci siamo guardati e quei giri di chitarra più li suonavo più la band li faceva propri, arricchendoli, dando suggerimenti, sperimentando. Così abbiamo preso coraggio e dopo il primo pezzo ne abbiamo provato un secondo e poi un terzo e poi altri ancora.

E non vi siete più fermati.

Ci siamo trovati a comporre cose nostre senza averci pensato e la cosa ci ha esaltati parecchio. Successivamente ho iniziato a portare in sala delle linee melodiche su cui improvvisavamo dei testi senza senso, in una lingua inventata, che si impastavano perfettamente con la musica che stavamo esprimendo. Così questa cosa ci ha dato ancor più coraggio ed esaltazione. Da quel giorno ognuno ha iniziato a scegliere il suo pezzo, cantandoci sopra quello che riteneva opportuno e la band gli andava dietro, cercando di dare gli accenti e le coloriture giuste. Era un seguirsi reciproco, una sorta di canovaccio jazz però portato sul punk rock garage.

E cosa è successo poi alla band?

Poi quella meravigliosa band si è dissolta e qualche tempo dopo con un’altra band, questa volta un trio, ho riproposto alcuni di quei brani, quelli miei… Dico così perché per me erano pezzi del gruppo, non importa chi li porta, se i pezzi sono l’esito di un respiro più ampio di persone. Anche quel trio aveva una forte vocazione compositiva ed infatti abbiamo affinato i brani, inserito idee, contaminazioni, cercato di ampliare il respiro musicale. Il batterista ad un certo punto ha deciso di non suonare più e con il bassista abbiamo proseguito a comporre fino a quando abbiamo trovato un nuovo batterista, un mio carissimo amico, Guglielmo Campione, che avrà poi un ruolo fondamentale. Poi anche Guglielmo ha deciso di non suonare più con noi. Alla fine dopo varie peripezie avevo una decina di pezzi fra le mani ma mi sono ritrovato solo. All’epoca frequentavo la scuola rock di San Donato e lì ho trovato i due ragazzi che mi hanno aiutato a ricostruirli e inciderli, Francesca Zanini e Martino Carminati.

L’idea del concept-album è interessante. Parlaci di questa storia e di come l’hai immaginata.

L’idea del concept è anche questa nata per caso. Un giorno Guglielmo, il batterista di cui vi parlavo prima, è arrivato in sala prove dicendoci: «Ragazzi l’otorino mi ha detto che a breve diventerò sordo, diamoci sotto con l’album, finiamolo prima che sia troppo tardi». Questa cosa mi ha fatto pensare a “Tommy” dei The Who. Così pian piano ho immaginato la storia di un batterista sordo e sopra questa idea ho costruito ogni brano. Il batterista si chiama Memo Sami, ma la storia del nome del protagonista è successiva, avvenuta qualche settimana prima del lancio della campagna di crowdfunding con cui ho raccolto le risorse per produrre il CD. Memo vive in un ambiente familiare ad altissima conflittualità, la madre è succube di un padre assente e violento. È una persona debole. Trova amore e accoglimento in un altro uomo e decide di lasciare la famiglia.

E come si sviluppa la storia?

“Mama” è il pezzo in cui Memo capisce che la mamma sta andando via, per come lo può comprendere un bambino, lo percepisce e lo vive con angoscia, paura, terrore anche perché vede che la mamma è finalmente felice e che è felice per un’altra persona che non sono né lui né il padre. I traumi delle violenze domestiche e dell’abbandono inducono Memo ad una sordità psicosomatica. Poi Memo cresce, si dedica alla musica, picchia sulla batteria come catarsi della violenza che ha dovuto osservare sin da piccolo. Conosce l’amore e l’amicizia. Nonostante tutto si affranca dalla sua condizione e si costruisce una vita, di musica e relazioni. Ma il passato è sempre dietro l’angolo. Così monta l’eco delle persone che iniziano a dirgli: «Ma se tu non fossi sordo saresti il miglior batterista del mondo. Suoni benissimo e non ci senti, pensa se potessi sentire».

È una storia molto toccante.

Il tarlo avanza, Memo entra in questo vortice e si scontra con chi gli suggerisce di fregarsene, ed in particolare con la sua fidanzata. Lui è testardo, ormai si è messo in testa di cambiare la sua condizione ma l’operazione costa parecchio. Inizia a fare una raccolta fondi. Preso da questo vortice smarrisce il senno, ed inizia a diventare arrogante, aggressivo, a perdere i suoi tratti dolci e comprensivi, allontanandosi da tutti coloro che gli vogliono bene, in primo luogo dalla sua fidanzata e dagli amici più stretti. Alla fine riesce nell’intento di farsi impiantare l’orecchio bionico grazie alla raccolta fondi ma perde tutte le persone più care. Memo sembra diventato un’altra persona, sembra non gli importi più di nulla fino al momento in cui accende l’orecchio bionico e tutto il mondo crolla. Perché insieme all’apparato per cui ha speso tanti soldi si riattiva il suo udito. Così entra in risonanza, rischia la pazzia e incomincia a capire cosa è successo. Da qui un lungo travaglio interiore, di una nuova immersione dentro se stesso.

Cosa c’è nel futuro del protagonista del disco? Cosa dobbiamo aspettarci?

Sinceramente non so cosa possiamo aspettarci. Memo Sami è nato e cresciuto sull’onda dell’improvvisazione. Ho chiuso il primo album perché nemmeno a me erano chiare le successive evoluzioni. Adesso tocca davvero rientrare in sintonia con Memo, ascoltarlo e cercare di capire cosa ne sarà della sua storia. Solo allora inizierò a incidere il secondo “capitolo” di questa opera punk rock. Quindi non è nemmeno detto che sia il prossimo album. Vediamo se Memo ed io riusciremo di nuovo a parlarci e cosa verrà fuori da questo dialogo. Non so, molto probabilmente sarà la mia chitarra a raccontarmelo.

Come nascono i tuoi pezzi? Come scegli il sound e l’idea alla base dei tuoi brani?

In modo assolutamente spontaneo. Per me la composizione è un momento collettivo. Da solo produco solo alcuni spunti. Poi arrivo in sala prove con quelle idee e vedo cosa succede. Nella scelta del sound il confronto con la band è fondamentale. L’ascolto dei diversi punti di vista fa il pezzo, altrimenti suonerei con dei turnisti ma così si perde completamente l’alchimia creativa. Per me comporre non è un atto autonomo ma un sincronizzare respiri diversi, riuscire a farli andare insieme anche se hanno ritmi, sonorità e coloriture diverse.

Di chi o di cosa non puoi fare a meno mentre scrivi?

Dell’ascolto di quello che mi porto dentro e di chi mi sta intorno, non solo in sala prove. Secondo me la musica ha senso se nella composizione fai confluire quello che vivi.

Qual è l’artista o il sound a cui fai riferimento? Perché?

Non ho riferimenti specifici e univoci. Adoro i The Who, mi piacciono le sonorità dei The Cure, i Pink Floyd, i primi U2, i CSI, mi ha sconvolto Kurt Cobain e mi son innamorato di Basket Case al primo ascolto, ma sono da sempre un ascoltatore incallito di Franco Battiato, del genio di Lucio Battisti, così come mi piace la bossa nova, Caetano Veloso, Chico Science e Naçao Zumbi, Mc Soolar per cambiare genere. Ultimamente ho apprezzato Achille Lauro e Bugo. Ne sto dimenticando sicuramente parecchi ma il senso è che vado dove mi porta l’orecchio. Quello che mi rimane attaccato entra a far parte della mia storia. Insomma non ho un genere di riferimento, ascolto la musica, tutta. Poi il fatto che questo album abbia sonorità punk rock non mi impedisce di avere riferimenti al di fuori di quest’area.

Come ti sembra la scena musicale italiana? Tu come ti trovi in questa scena? Se d’accordo con le tendenze o hai un tuo percorso da seguire?

Apprezzo molto la musica italiana, sono sempre stato un assiduo ascoltatore di musica italiana, ammesso che esista una musica italiana ed una straniera. Esiste la musica che ognuno di noi sa suonare. Quindi per me se sei in accordo con i suoni che hai dentro stai facendo bene a suonare quello che suoni. Non penso sinceramente di far parte di questa scena per il semplice fatto che sono al mio primo disco, vediamo se la scena mi accoglie piuttosto. Continuo a seguire il mio percorso, a suonare le note che mi porto dentro, oggi sono queste e mi va bene cosi anche se rimango curioso di sapere cosa mi suonerà dentro per il prossimo disco.

Gaetano Nicosia, siamo arrivati alla fine. “Fatti una domanda e datti una risposta”, che puoi dirci?

E mica posso fare tutto io, sei tu che mi intervisti, fai tu una canzone e io ti farò le domande. Comunque come vola il tempo quando fai le cose che ti piacciono.

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