Mel Brooks, ma più deficiente”. Con queste cinque parole il sub-regista Riccardo Maggi mi ha venduto “Il Mega Mago dal Maggikistan”, convincendomi a lasciare il caldo del piumone durante una tempestosa domenica romana. Lo spettacolo, andato in scena al Teatro Studio Uno, effettivamente prende tanto in prestito dall’umorismo dell’autore americano. A partire dalla caratterizzazione degli improbabili personaggi in scena e dai loro nomi. Ma si è rivelato un intelligente approccio a una comicità leggera e spensierata, ricca di riferimenti pop e surreali racconti nonsense.

Luca Laviano è l’altro regista della pièce, nonché il Mega Mago del titolo, un cialtrone che riesce, inspiegabilmente, a diventare il mentalista-prestigiatore-illusionista più famoso del mondo. Al suo fianco troviamo la fedelissima Felafel, con il volto di Elisabetta Girodo Angelin, assistente schizofrenica e piromane, e i tanti personaggi a cui dà vita Dimitri D’Urbano. I tre attori de “Il Mega Mago dal Maggikistan” conquistano subito l’affetto del pubblico, e la loro bravura rende credibili anche freddure che, in bocca ad altri, sarebbero risultate semplicemente squallide.

“Il Mega Mago dal Maggikistan” funziona bene, e riesce a far passare una gradevole serata a grandi e piccini. A patto che non si abbia l’aspettativa di andare a teatro per vedere uno spettacolo di spessore. E lo dico senza tono di rimprovero. Anzi, vorrei sottolineare quanto sia piacevole vedere quattro professionisti che non provano vergogna nel fare intrattenimento di qualità. E lo fanno in un periodo in cui sembra obbligatorio portare contenuti alti in scena, spesso con risultati imbarazzanti, o rimaneggiare grandi classici della commedia, rovinandoli.

I tre attori de “Il Mega Mago dal Maggikistan” conquistano subito l’affetto del pubblico, e la loro bravura rende credibile ogni freddura.

Volendo trovare i peli nell’uovo, penso che “Il Mega Mago dal Maggikistan” debba ancora trovare il suo equilibrio per non rischiare l’effetto cabaret televisivo. Le tante citazioni non vanno sempre a segno. Sue Ellen e Jurassic Park sono garanzia di risate, in quanto impressi nella memoria collettiva. Al contrario i riferimenti agli hipster si perdono nella zona grigia di un’attualità passata di moda su cui è già stato detto tutto. Sentire “Boys” non richiama più alla mente dello spettatore i motivi per cui Sabrina Salerno è diventata famosa. “I Don’t Wanna Wait” è diventata da troppi anni un meme generazionale al pari di “Reality” per riuscire a strappare risate sincere.

Scavare nella cultura pop può rivelarsi una strategia vincente nella comicità. A patto di non voler strafare con la pretesa di sintonizzarsi con più persone possibile. La risata più soddisfacente spesso arriva quando lo spettatore va alla ricerca della citazione, e la capisce solo dopo due secondi intensi di ricerca nei meandri delle meningi. Per affinare “Il Mega Mago dal Maggikistan” basterà poco: pensare in grande, eliminando inside jokes e portando alcune battute fuori dal Raccordo, e allo stesso tempo sfidare il pubblico, creando tormentoni inediti e premendo l’acceleratore sul nonsense, che dimostra di funzionare perfettamente con gli inserti video e gli esilaranti trailer.

“Il Mega Mago dal Maggikistan” funziona bene, e riesce a far passare una gradevole serata a grandi e piccini.

Ma l’umorismo è sempre soggettivo. E, nonostante le mie blande critiche, “Il Mega Mago dal Maggikistan” mi ha fatto ridere parecchio. Ciò che invece prescinde dal gusto personale è, lo ribadisco, la bravura dei tre attori in scena. In fondo il Mega Mago, Felafel e il Mega Papà hanno fatto un numero di magia straordinario: ci hanno fatto appassionare alla loro storia strampalata. E abbiamo iniziato a volergli bene. Chissà che non tornino per svelarci i tanti misteri irrisolti fra Cirkistan, Roma, Messico e Maggikistan. Magari con nuovi format, vista la naturale propensione per il seriale di questa moderna fiaba politicamente scorretta.

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