26 luglio 2018

Un’estate calda. Zanzare. Fastidio. È stata, per quel che mi riguarda, un’estate indimenticabile, nonostante le temperature: la piccola pancia sporgente della mia compagna annunciava alla mia vita l’imminente arrivo di un piccolo dittatore, che avrebbe monopolizzato ogni stilla del mio essere. Ma non è l’unico motivo per cui quell’estate è stata e resterà indimenticabile.

Nell’estate del 2018 arrivava alla sua maturazione la Ermal-mania, la Meta-mania, la Ermalmeta-mania. La come-vi-pare-a-voi-mania. E, per la mia gioia, la mia compagna, la futura madre di mio figlio, ne venne contagiata.

I virus sono subdoli, si fingono innocui. Iniziano facendosi ascoltare in radio. Poi si insinuano nella playlist Doccia-time. Poi in quella Aperitivo with friendz. E infine eccolo lì, il virus, a campeggiare in televisione o mostrando i muscoli del video dell’ultimo singolo a tutto volume su YouTube.

In preda a furore masochistico, le regalai due biglietti per il concerto di Ermal Meta

Quell’estate la mia compagna era affetta da Ermatite¹. Che tra l’altro aveva la fastidiosa caratteristica di provocare un incontrollabile prurito non a chi ne soffriva, ma a chi si trovava nelle immediate vicinanze. Soffrivo. Mi prudeva tutto il corpo. Ma la mia compagna era incinta. E così, in preda a furore masochistico, le regalai due biglietti per il concerto di Ermal Meta.

Caricammo la Kangoo con quattro stracci e ci dirigemmo da Roma alla volta di Firenze, per assistere al concerto di quello che, in uno slancio poetico, avevo ribattezzato Ermal Me*da. Povera Kangoo. Aveva provato anche ad avvertirmi. A Montepulciano aveva inscenato persino un suicidio pur di fermarmi, fondendo la frizione, in un gesto disperato da martire. Nulla. Eravamo a Firenze. E assistemmo al concerto.

Neanche la magia del live ha potuto nulla contro la cantilena smielata da gatto sodomizzato del buon Ermal Meta. Neanche l’aria frizzantina e i palazzi storici fiorentini poterono fermare le frasi da biscotto della fortuna giapponese del cantante. Attorno a me fauna incontrollata di dodicenni e sessantacinquenni arrapate dal loro idolo, che nel frattempo ripeteva che “l’amore non picchia in faccia mai” per la quarantesima volta, sforzandosi di usare parole diverse. Grazie amico Ermal Meta. Non mi ero mai addormentato ad un concerto.


Oggi

Guido la mia Kangoo sferragliante. All’improvviso giunge alle mie orecchie un antico e familiare miagolio. Rabbrividisco. Ermal Meta. Il virus. Faccio per cambiare stazione radio, ma la mia mano si blocca all’improvviso. Mi colpiscono le parole. Quella canzone sembra proprio… No! È “Acque” di Francesco Guccini!

Perché, Ermal Meta, hai dovuto farmi questo?

Mi sento girare la testa. Accosto, con le quattro frecce. Perché? Perché, Ermal Meta, hai dovuto farmi questo? Come hai potuto fare una leggerezza simile? Come hai potuto pensare che fosse il caso di cantare Francesco Guccini? Avrai pensato, forse, che un testo ben scritto “non avrebbe picchiato in faccia mai”? E tu, Maestrone, come hai potuto permetterglielo? Come hai potuto invitarlo nel tuo “Note di Viaggio – Capitolo 2: non vi succederà niente”?²

Capitolo 2 – Il ritorno del Virus. E io che pensavo che fossimo già abbastanza inguiati a combatterne un altro. Ma questo 2020, evidentemente, non ha ancora detto la sua ultima parola.


¹ Martina, la mia compagna, è guarita dall’Ermatite ed è felicemente assistita dai suoi familiari. Vive in Wisconsin e dipinge ossessivamente viste sul lago.

² In “Note di viaggio – Capitolo 2: non vi succederà niente” cantano bene praticamente tutti tranne Ermal Meta. Mi è piaciuto addirittura Mahmood, che finalmente ho scoperto capace di dire altre parole oltre a “Soldi”.

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