I MaterDea non hanno bisogno di grandi presentazioni. Circolano, floridi, nel panorama musicale torinese, d’oltralpe e statunitense da circa dieci anni. E si sente. A due anni dall’acustico “The Goddess’ Chants”, sono tornati generosi e gravidi d’una solenne elettricità.

“Pyaneta” è un disco sobrio, equilibrato, decisamente maturo. Le ben salde e conosciute impalcature rock progressive dei MaterDea in questo lavoro sono ricche fonti di complessità autoriale. È come se l’elemento celtico, marchio di fabbrica del gruppo, si caricasse di calore e potere terreno, materiale, piuttosto che d’un arioso o introspettivo movimento.

In “Pyaneta” l’utilizzo degli archi, oltre a illuminare la tradizione della musica pagana, risulta monumentale ed emozionale.

Già nel primo brano, “Back to the Earth” tutte le carte arrivano sparate in tavola e mescolate con grande esperienza e maestria. Lo spirito libero dei riff della chitarra si combina egregiamente a una ritmica ferocemente pulita e ad un lirismo impegnato che emerge dall’unione delle due voci, quella fine e celeste di Simon Papa a quella più dura e boscosa di Marco Strega.

L’impiego degli archi, oltre a illuminare la tradizione della musica pagana, risulta monumentale ed emozionale. In brani come l’omonima “Pyaneta” o “Accabadora” o la magnifica e conclusiva “Bourré del Diavolo” sono tanto aulici quanto massicci ed energici. Sorretti dal puro power metal, alimentano un immaginario in cui alla fantasia si combina la potenza dell’energia. La stessa che all’ascolto si manifesta istintiva nella pancia e per cui poi ci si comincia a muovere. E a muoversi e far muovere è il disco per intero.

Sorretti dal puro power metal, i MaterDea alimentano un immaginario in cui alla fantasia si combina la potenza dell’energia.

Brano per me degno di nota è “Neverland”, quinto dell’album. Piuttosto lineare, è il brano che ha risvegliato in me la commozione della mia parte infantile, quella migliore. Come una splendida sigla di un anime cult degli anni ’80 dove il bene lotta contro il male, la canzone dà quella carica esplosiva di speranza e di forza che è poi la ragione che ci spingeva a guardare ogni episodio.

In “Pyaneta” gli episodi sono undici. Ciascuno varca i diversi orizzonti possibili e probabili di connubio e simbiosi tra pensiero e azione, tra maschile e femminile, tra essere umano e natura.
La voce di Simon Papa è leggera. A tratti pare appena emersa dai fondali più profondi, ma cristallini.

La si vorrebbe più incisiva, ma fin troppo bene questa voce si lega ai nervi del disco. I nervi di un solido rock che si muove tra il progressive e il celtico più moderno, che creano un canale impastato d’antico e di futuro insieme, abbracciando sempre il metallo più sincero.

Sono convinta che dal vivo, i MaterDea restituiscano appieno il cuore che pulsa dentro ogni loro battere e levare. Il 27 ottobre suoneranno a Busto Arzizio, in provicnia di Milano. Ci si vede lì?

 

 

MATERDEA

PYANETA

8 giugno 2018

Rockshots Records

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