“Piano B.” non dovrebbe mai essere oggetto di una recensione. Si tratta uno di quegli spettacoli che non devono essere spiegati o raccontati. Semplicemente, “Piano B.” deve essere guardato. Lo stimolante dialogo scritto e diretto da Giulia Bolatti diventa uno splendido paso doble in scena, ballato con ritmo e devozione da Federico Pastore e Biagio Iacovelli.

La vicina di casa impicciona di Daniel Bennett (Federico Pastore), osservando che l’uomo non esce mai di casa, chiama lo psicologo John Baker (Biagio Iacovelli) per una visita domiciliare. Inizia così uno scambio che spinge i due a superare i propri limiti, a incontrarsi in uno scontro senza esclusione di colpi, fra sarcasmo e introspezione drammatica.

Il rapporto fra il medico e il paziente diventa via via più confuso. I due si scambiano i ruoli, si contaminano. Studiano l’altro mentre analizzano se stessi. E finiscono per mettere in dubbio le proprie granitiche convinzioni. Daniel scopre che esiste almeno una persona al mondo che vale la pena conoscere. John realizza di non poter salvare una persona da se stessa.

“Piano B.” è innanzitutto un testo forte. Giulia Bolatti riesce a costruire personaggi credibili e a tutto tondo nonostante gli scambi rasentino spesso l’assurdo. L’ottimo lavoro drammaturgico si evince anche negli equilibri sospesi fra la leggerezza del sarcasmo e la serietà del tema trattato, così attuale e urgente. Anche la regia è perfettamente bilanciata.

Federico Pastore e Biagio Iacovelli ricevono direzioni precise dalla regista, che si traducono in un lavoro attoriale pulito e espressivo, che fa emergere la bravura dei due interpreti. Può spiazzare inizialmente l’utilizzo di due registri distanti e contrastanti. Capiamo infatti solo in corso d’opera che il John dell’inizio è perso nella maschera di se stesso.

“Piano B.” lascia l’amaro in bocca solo perché finisce. Lo spettatore non può fare a meno di affezionarsi a Daniel e John. Rimane con il desiderio di approfondirli.

L’evoluzione di John, che si completa nell’amaro climax del dialogo, traspare infatti dalla dinamica interpretazione di Biagio Iacovelli. L’attore ci presenta un personaggio a tinte vintage, rimarcate dall’abbigliamento e dall’impostazione vocale tipica di altre epoche. E lo decostruisce a poco a poco, spogliandolo, spellandolo e scarnificandolo.

Troviamo lo stesso dinamismo in Federico Pastore. Il carattere informale e beffardo iniziale, antitetico rispetto a quello di John, è anch’esso una maschera. Dietro la sicumera patologica di Daniel si cela un mondo di delusioni, di esperienze negative quotidiane e comune a tutti. Ma la sua fragilità non gli permette di fronteggiarle.

Daniel Bennett, in fondo, non è uno psicopatico. Non più di John Baker. Non più di scrive questa recensione e di chi la legge. “Piano B.” si presta a molteplici riflessioni su cosa sia la malattia, e quanto la società, con le sue imposizioni, classifichi folle l’anomalia nel sistema. Ma d’altronde non diciamo sempre di vivere in un sistema malato?

La scelta di ambientare oltreoceano una pièce dal sapore così universale è funzionale alle meccaniche fra i due protagonisti. Potrebbe far storcere il naso ai puristi, ma Federico Pastore e Biagio Iacovelli riescono a portare in scena personaggi internazionali senza sporcarture e inflessioni. Cosa, ahimè, mai scontata a teatro.

“Piano B.” lascia l’amaro in bocca solo perché finisce. Lo spettatore non può fare a meno di affezionarsi a Daniel e John. Rimane con il desiderio di approfondire due personaggi così complessi. E con la curiosità ardente di vedere un “Piano C.”, o un testo altrettanto forte di Giulia Bolatti portato in scena con altrettanta bravura da Federico Pastore e Biagio Iacovelli.

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