âSorry, boysâ è il grido di una rivoluzione incruenta. Lâopera di Marta CuscunĂ chiude il ciclo della trilogia âResistenze femminiliâ, dopo a âĂ bello vivere liberiâ e âLa semplicitĂ ingannataâ. Un ciclo ideale che è andato in scena per intero al Teatro Biblioteca Quarticciolo, con le prima due opere portate dallâartista a inizio del 2018. Sul palco troviamo dodici maschere in lattice, trofei con tanto di scudi lignei issati su un telaio dietro cui sâintravede armeggiare Marta CuscunĂ , che dĂ voce e movimento ai grotteschi volti sospesi. Un ingegnoso sistema di leve manuali ruota le maschere e ne deforma i tratti, determinando accuratamente espressioni eterogenee, incredibilmente vivide a fronte della loro materialitĂ . I panneggi crassi della plastilina definiscono volti sinistramente prossimi alla liquefazione. Lâeffetto trasfigura lâantropomorfismo di questi strani personaggi, facendone dei convitati di plastica, delle presenze mortifere che spostano lâespressione in un mondo al-di-lĂ del quotidiano della cronaca.
PerchĂŠ è in effetti di un fatto di cronaca che si parla. 2008, Gloucester, New England. Diciotto ragazze di una scuola superiore sottoscrivono un patto scellerato: restare incinte contemporaneamente, allâinsaputa dei giovani fidanzati e delle famiglie. Ma non è tutto. Il piano è quello di creare una comune femminile dove crescere insieme, lungi da ogni influenza paterna, i propri figli. Ma le 18 rivoluzionarie protagoniste non compaiono sulla scena: le 12 figure decollate sono quelle dei loro ignari compagni, di alcuni indignati e non meno disorientati genitori, del preside dellâistituto e di una ginecologa e consulente della stessa scuola. Divisi in due compagini da 6, in mezzo alle quali campeggia il monitor gigantizzato di uno smartphone su cui scorrono, a brani, le conversazioni delle 18 rivoluzionarie.
âSorry, boysâ è il grido di una rivoluzione incruenta. Lâopera di Marta CuscunĂ chiude il ciclo della trilogia âResistenze femminiliâ,
In absentia delle vere protagoniste la vicenda si dirama lungo due binari paralleli: il dialogo fra i fidanzati e il conflitto genitori-preside. Due grumi di linguaggi transgenerazionali le cui affinitĂ valicano i tempi rinsaldandosi nel comune disorientamento di fronte alla libertĂ politicamente organizzata del corpo femminile. Ma fra cui sussiste anche una frattura storica decisiva, la tecnologia e la mediatizzazione della sessualitĂ , ovvero la pornografia. Ben visualizzate sullâapparato scenografico nel perno-cesura dello schermo digitale di cui sopra. Da un lato il dialogo fra i sei ragazzi sintetizza le paure e la violenza intrinseca che lâimmagine pornografica scatena. Un film incessante proiettato dalla tecnologia di massa sugli encefali morbidi di personaggi fluttuanti fra un corpo adulto e un pensiero bambino. Soggetti in grado di condensare nellâarco di poche battute ingenuitĂ e spietatezza. Dallâaltro lato, il dialogo genitori-preside scopre lâinsufficienza pedagogica di una cultura ancora immatura rispetto alle tematiche femministe.
âSorry, boysâ ci ricorda quanto la cultura di massa dia per scontato che la paritĂ di genere sia un mero fatto di sesso. Che il riscatto libertario passi esclusivamente attraverso lâemancipazione in camera da letto e che, concessa quella, il femminismo sia acqua passata. Roba da parata dellâ8 marzo o da memorabilia sessantottina. Câè indubbiamente una dimensione politica nellâopera di Marta CuscunĂ , un impegno esplicito. Le maschere sono possibili identitĂ messe al muro, costrette a prendere una posizione in seno alla vicenda ma anche ad una lotta storica, a un conflitto sovratemporale. La costruzione dello spettacolo formula abilmente lâinterrogativo: pur essendo le ragazze non presenti fra le maschere della commedia, chi sono i veri assenti? Assenti, in questa rivoluzione del femminile che si autodichiara padrona della vita nel grembo, sono, pur nella loro presenza scenica, le figure rappresentate. Cadaveriche, appunto, poichĂŠ inadatte a formulare un pensiero allâaltezza del conflitto storico.
âSorry, boysâ di Marta CuscunĂ ci ricorda quanto la cultura di massa dia per scontato che la paritĂ di genere sia un mero fatto di sesso.
Ma se fin qui si è parlato di contenuti, âSorry, boysâ è in primis unâoperazione di fine artigianato scenico. Marta CuscunĂ trasfigura il suo corpo esile in una fisicitĂ titanica e multiforme che dĂ spessore alla cavitĂ oscura della maschera. Un dispositivo quanto mai classico, che però qui è manovrato, con geniale disinvoltura, in quanto marionetta. Una maschera che cioè non amplifica, ma che parla anchâessa in absentia, con la voce trasposta dalla bocca, sia pure in movimento, allâimpianto di amplificazione. Un piccolo inganno che fa il paio con la presenza-assenza del corpo dellâattrice, seminascosto dalla cintola in su. Sarebbe stato facile aggiungere unâopacitĂ qualunque fra i trofei e la sua figura, chiudendo la quinta e configurando un tradizionale impianto da teatro dei burattini. CosĂŹ, invece, Marta CuscunĂ resta sospesa a cavallo dellâombra, in bilico sullâinvisibile, magica come una figura bergmaniana.
Che sul finale smaschera sĂŠ stessa dismettendo ogni artificio vocale, avanzando un poco e con grazia commovente verso il proscenio. CosĂŹ ci risveglia da un sogno, ricordandoci con esplicita presa di posizione come un poetico atto rivoluzionario possa apparire, inatteso e prolifico, ovunque. Onore al merito di una preparazione certosina, che sublima i meccanismi del teatro di narrazione in una ricerca che non si spaura a pescare e innovare simboli arcaici. Ponendo con intelligenza il tema di una lotta necessaria e senza tempo, nellâevocazione della battaglia geniale e delicata di quel golpe gravidico a Gloucester.


