Ciao Taiyo Yamanouchi, in arte Hyst,  benvenuto su Music.it. Siccome non ci piace iniziare in maniera convenzionale, raccontaci di un aneddoto legato a una tua esperienza live. A patto che sia imbarazzante.

Ho un momento che è stato un po’ storico e segnante per me, ed è stato sia imbarazzante che magico a modo suo. C’è stato un momento a un Festival di nome “Da Bomb”, che veniva organizzato a Roma tanto tempo fa, in cui avevamo portato il primo EP di mio fratello Jesto che avevo prodotto io e chiamato “Coming Soon”, in cui c’erano fondamentalmente le mie produzioni funkettone dell’epoca. Ci siamo esibiti nella fascia degli opening con 4 o 5 tracce. Dopo aver finito abbiamo iniziato a cazzeggiare, a bere e quant’altro. Cioè, parte la distruzione perché ormai hai performato, no?

Della serie “ora puoi fare quello che vuoi”.

Ti puoi perdere e obnubilare. A un certo punto è salito sul palco Turi e ha detto: «No, adesso mi dovete portare quella base funkettona su cui ha cantato quel ragazzo prima!». Io stavo in mezzo al pubblico, già mezzo andato, bevuto e disintegrato, e ho sentito Turi che voleva cantare per forza sulla base mia. Puoi immaginare, durante quella mia fase, che cosa potesse significare per me Turi in generale. Poi siamo diventati amici, il rapporto si è normalizzato, ma all’inizio era un rapporto da fan verso chi era già protagonista della scena e anche un maestro.

E che hai fatto?

Ho strabuzzato gli occhi, ho cercato di tornare verso il palco, ma non trovavo il CD con le basi. Immagina me che stavo in fondo al locale, barcollavo in mezzo alla gente per fare in modo di arrivare prima che lui si rompesse le palle e iniziasse a suonare su un’altra base, mentre frugavo nello zaino sperando di non cascare. Alla fine sono comunque riuscito a consegnargli il CD, quindi c’è stato questo momento che è stato un po’ una consacrazione per me. Secondo me quella cosa lì, forse lui non lo sa o non se lo immagina, ha mosso un sacco di cose all’inizio della nostra carriera di rapper.

Tu sei un artista relativamente giovane, sia per il tuo curriculum sia per quello che hai fato.

Ti ringrazio tantissimo di questa cosa che hai detto, anche se è completamente falsa, però va bene (ride).

No, è verissima! Perché adesso andrò a fare un mini-elenco: attore, musicista, regista, illustratore. Sei giovanissimo, perché c’è chi in una vita intera non ne riesce ad azzeccare una di queste cose. Tu almeno in 4 vai bene, è una cosa fantastica. Ma quale di queste 4 arti a te restituisce di più, magari a livello emotivo?

Dal punto di vista meramente emotivo di direi sicuramente la musica, e probabilmente quella parte più romantica che sto esprimendo adesso col ciclo dei “Notturno in MI”. Di natura io sono uno abbastanza romanticone e melenso, come lo sono i miei ascolti. Mi piacciono le ballad, sono uno con la pressione bassa (ride). Però devo dire che per il tipo di necessità che ho di variare, sperimentare e appropriarmi di altri strumenti espressivi, si accorda a quelle che sono le fluttuazioni umorali. Per quanto uno può essere romantico, melenso e mollicone, ci sono dei momenti che ti rode il culo e ci sono dei momenti che vuoi fare a botte. Momenti che non posso permettermi di tralasciare, altrimenti sarei limitato espressivamente.

È noto che tu sia un figlio d’arte, quindi sei cresciuto…

È noto che io sia un figlio di (ride).

Un figlio di, okay. Quindi, da figlio di, se non fossi stato figlio d’arte, o comunque avessi avuto una famiglia “normale”, avresti comunque preso la strada artistica? Pensi sia stato fondamentale vivere in un ambiente così artistico fin da piccolo?

Questa è una domanda di natura strettamente antropologica, perché la risposta non può essere, ovviamente, a titolo personale. Sarebbe estremamente arrogante dire: «Sì, io sono un grande artista. Quindi, anche se fossi nato figlio di un metalmeccanico e madre casalinga sarei diventato comunque l’artista che sono. Mentre gli altri no». Non si può dare questa risposta. Sarebbe una cosa fuori di testa.

Assolutamente.

Quindi, vado a cercare di elaborare la risposta in termini antropologici o sociologici: quanto il contesto familiare ti influenza le direttive della vita che poi prende la prole? Indubbiamente tanto, e io so di essere stato addirittura particolarmente privilegiato. Io ho, non solo mio padre attore di teatro, artista visivo, anche lui musicista – mio padre è stato anche musicista jazz per un periodo. Comunque un grande cultore di musica, quindi io fin da piccolo sono cresciuto avendo sempre a disposizione una discografia molto ampia e specifica. In più, mettici che c’è stato tutto un periodo della mia vita in cui i miei si sono separati, e mia madre ha vissuto con Stefano Rosso, il padre di mio fratello Jesto.

Un chitarrista fingerpicking se non sbaglio?

Sì, un chitarrista folk fingerpicking esperto di country americano, nonché cantautore italiano trasteverino. Quindi ho avuto diverse influenze artistiche. In più i miei, essendo così frikkettoni, nella Roma dei fine anni ’70, erano inseriti in quello che era il circuito frikkettone romano. Io mi ricordo cene da bambino, a casa di gente dove c’erano Renzo Arbore e Pino Daniele. Quindi mi rendo conto non solo di essere nato in una famiglia con una vena artistica, ma addirittura in una famiglia quasi sovraesposta da quel punto di vista. E sicuramente quello che sono io oggi dipende anche da questa parte della mia vita. D’altra parte, se devo pensare in termini puramente scientifici e/o statistici, ti direi che ci sono famiglie piene di artiste in cui i figli non glie ne può fregà un cazzo di fare qualcosa di artistico.

E un’altra cosa, ho visto dalle storie di Instagram che pubblichi che tu hai una bambina piccolina, bellissima. In qualche modo, pensi che cercherai tu di portarla sul percorso artistico, o le farai fare quello che le pare “basta che studi”?

Io cercherò di portarla da tutt’altra parte (ride). Perché l’instabilità economica, umorale e psicologica a cui si è sottoposti facendo la vita da artista è una cosa che non auguro a nessuno.

A’ papà studia ingegneria.

A’ papà diventa medico! Lei ha una propensione spiccatamente femminile, soprattutto in tenerà età, per la cura degli altri. Preferirei alimentare quella se proprio potessi scegliere. Detto questo, penso che il mio compito in quanto padre sia di fare il talent scout di mia figlia. Di capire quale sia la propensione naturale e alimentare quella. Non credo che sia in nessun modo conveniente tentare di dare una direzione o un’altra.

E nemmeno giusto.

No, neanche giusto. Per quello che riguarda il mestiere del genitore, onestamente, non mi pongo tanto il problema del giusto o del moralmente giusto. Mi pongo veramente il problema della convenienza. Credo che il genitore abbia ancora una funzione estremamente biologica da questo punto di vista, molto legata alla nostra parte animale. La leonessa non dice mai ai leoncini “non ammazzate creature se non è strettamente necessario”. Non gli fa mai un discorso morale. Cerca di dare alla propria prole gli strumenti necessari alla sopravvivenza a qualunque costo, indipendentemente dall’aspetto morale.

Severo, ma necessario.

Da genitore, quello che credo di dover fare, biologicamente parlando, è di consegnare degli strumenti, allenare delle capacità e competenze, per assicurare a mia figlia la capacità e la tecnica di sopravvivere e di trovare la sua collocazione nel mondo. Se questo dovesse comprendere anche insegnarle a battersi e a distruggere i suoi nemici, per quanto moralmente possa essere una cosa discutibile, io non mi farei nessun problema a dirle: «Hai una persona sul tuo percorso che ti ostacola? Abbattila».

Bene, su questo ci torniamo. Rimanendo in un tema più gioioso, in una tua intervista hai detto una cosa che mi ha colpito molto: «Si smette di imparare quando si smette di giocare». Quanto è importante parlare della musica come di un gioco e non farla diventare un lavoro, cioè quella cosa che ti pesa fare la mattina ma la devi fare per guadagnarti il pane?

È super importante, ne va della tua salute mentale.

Perfetto.

Se vuoi elaboro, ma il succo è questo.

Sei stato perfetto, non c’era altro da dire.

Il concetto è che si possono anche prendere in considerazione tutte le misure necessarie alla sopravvivenza. Ottimizzare i risultati del proprio lavoro fa parte del gioco. Se io vado a giocare a pallone ci sta che io, nel corso del tempo, imparo a capire quali scarpini mi fanno andare meglio o in quale posizione del campo sono più efficiente; tutto rivolto verso l’obiettivo che è la vittoria. Ci sta, perché fa parte dell’intrattenimento mentale che fare quel gioco ti richiede. Se non hai un obiettivo, se non hai un goal da fare, non hai un paradigma attraverso cui analizzare i movimenti che stai facendo. Allora lì non stai più giocando.

Sono d’accordo con te.

Per questo sono molto contrario verso chi dice che l’arte è fine a sé stessa e un artista deve fare quello che gli pare e libero. Io mi oppongo molto a quella filosofia post-romantica che secondo me è molto molto bassa e disinformata. L’artista deve assoggettarsi continuamente a obiettivi e sistemi di regole, paletti e paradigmi espressivi, altrimenti non si diverte più. Il cervello umano si diverte solo quando viene messo alla prova e viene richiesta una facoltà di problem-solving, sennò non c’è intrattenimento. Altrimenti non si spiegherebbe perché tutti i giochi abbiano delle regole.

Bene, parliamo un po’ di Coronavirus, magari del tuo brano e non del…

Sì, scusa n’attimo (tossisce rumorosamente e platealmente). Ecco, dimmi.

Se avessi l’Amuchina sarebbe meglio, non so se me la trasmetti per telefono. Spero di no.

In realtà se hai visto il “Coronavirus freestyle” sei già ammalato.

Perfetto, sono spacciato. Ma parlando del brano, una cosa mi viene da pensare. Oltre al Coronavirus, hai usato questo specchietto per affrontare diversi argomenti, tra cui anche il bullismo. A tal proposito, come vivi tu e come hai vissuto nella tua infanzia il bullismo.

Non so tanto risponderti a questa cosa perché io ho un carattere e uno spirito estremamente forte. Ma proprio estremamente, ed è una cosa che ho dovuto accettare con gli anni, semplicemente guardandomi alle spalle e guardando come ho gestito le esperienze e come ci sono passato attraverso. Intendo dire che, per qualche strano motivo che mi fa pensare di essere davvero spirituale, comunque in qualche modo trascendentale, a me la gente non mi bullizza (ride); nonostante io non sia una montagna o di una fisicità spaventosa.

E come sei arrivato a questa conclusione?

Lo devo evincere dai fatti: c’è qualcosa di me che mette in soggezione l’eventuale bullo. Credo che a livello neurologico e psicologico sia stata più che studiata, però il rapporto che esiste tra bullo e vittima è di complementarità. Il bullo non attacca chiunque, ma attacca la vittima. Io non sono vittima, non lo sono proprio nell’intimo, non lo sono mai stato.

C’è anche un discorso di carisma, credo?

Secondo me proprio una questione psicologica. Io non vivo accompagnato dalla paura e dai problemi. Da qualche parte, in fondo, io so che la mia assenza di paura è dovuta, e qualche volta cerco di comunicarlo, alla certezza della mia consistenza nel presente, ok? Qui scadiamo nel filosofico abbondante. Io sono una persona estremamente presente a se stessa, e anche estremamente umile rispetto alle proiezioni di quello che potrei essere, o di quello che potrei essere stato. Ci sono vari passaggi che mi trovo a dover spiegare (ride).

Vai tranquillo, tanto il problema è mio che la devo riscrivere.

Io oggi parlo con te e ti esprimo le mie opinioni con la serenità, con la certezza  e con un tono molto assertivo, sicuro e tranquillo. Perché il tono che uso non è arrogante? Perché sotto a questa certezza esiste anche la certezza che domani potrei capire d’aver sbagliato. Il fatto di sapere, intimamente, di essere fallace non mi mette nella posizione di dire: «No, non ti dico la mia opinione perché tanto cambierà»; mi mette nella posizione di dire: «Te la dico così com’è adesso, ma sappiamo entrambi che poi potrebbe modificarsi». Magari mi rispondi una cosa, mi fai cambiare idea e già quello che ho detto con certezza un minuto fa non ha più nessunissimo valore.

Siamo pur sempre umani. Lo scambio, la comunicazione. Impariamo costantemente l’uno dall’altro.

È ovvio, è un dato ovvio. Però, paradossalmente, la persona soggetta a paura è la persona che non vorrebbe cambiare così frequentemente. Perché vorrebbe avere la certezza che quel che ti dice oggi rimanga invariato, come sua caratteristica costante, nel tempo.

Questa cosa funziona per il bullizzato, quanto per il bullo.

Vale soprattutto per il bullo. Però è affascinante perché è evidente che la loro complementarità nasce da un seme che è, fondamentalmente, identico. Una base di insicurezza. E l’insicurezza nasce dall’incapacità di aver accettato la proprio mutevolezza, la natura di esser cangianti.

Penso che quello che abbiamo appena detto possa riferirsi alla condizione che stiamo vivendo per questo periodo. Una reazione eccessiva delle persone che semplicemente si trovano in una condizione di paura e che però utilizzano come scusa per votarsi a razzismo, saccheggi ai supermercati e quant’altro. In che modo risolviamo questa cosa, come la affrontiamo?

Come la affrontiamo, o come la dovremmo affrontare?

Come la dovremmo affrontare, secondo te, e come la stiamo affrontando ai tuoi occhi.

La stiamo affrontando come nella natura dell’essere umano. La responsabilità non sta nella reazione che stanno avendo gli italiani e tutti gli altri popoli del mondo. La responsabilità sta nelle autorità, che dovrebbero essere le figure genitoriali della situazione, nel non essere di essere assolutamente in grado di gestire le informazioni, di aver permesso che il panico dilagasse. Molto banalmente: se dentro casa hai moglie, figli, la nonna, due cugini e uno dice: «Aiuto, c’è un ragno velenoso!», scappano tutti. Non c’è nessuna possibilità per cui l’uomo non reagisca istintivamente e irrazionalmente alla paura. Quindi devono esserci delle figure di autorità che devono essere in grado di temperare la comunicazione e le azioni.

C’è un “responsabile”?

La responsabilità non è dei bambini che iniziano a correre, la responsabilità è del padre che per primo si fa scappare cose e parole che non doveva dire, con un tono sbagliato e simili. Conosciamo tutti quest’epoca, quindi sappiamo tutti che i media sono in preda alla psicosi del clickbait. Immagina tu che bellezza poter saltar da Conte, Salvini e Di Maio a un argomento così cinematografico del virus che viene dal pipistrello cinese, è una festa in tutte le redazioni mondiali, no? Questa cosa, ovviamente, non avrebbe scatenato la stessa misura di psicosi 10 anni fa, perché non c’erano i social. I media dovevano avere quella forma di saggezza genitoriale e dovevano dire che siamo in un periodo diverso. Se noi andiamo in là in questa situazione, la situazione si espande perché oggi la comunicazione si è velocizzata del 1000%.

Tutto sta nel come utilizzi il mezzo.

Altra grossa conseguenza dell’epoca dei social: si è perso il valore della realtà fattuale. Tu butti una tematica e ognuno la esporrà come preferisce esporla e ognuno ci crederà come preferisce crederci. Quindi, se noi diamo rilevanza a questa cosa, tra due minuti ci saranno migliaia di teorie di qualsiasi natura e tutte perfettamente vere allo stesso tempo. Quella è la responsabilità. Detto questo, non è che possiamo andare in giro a decapitare giornalisti. Passeremo anche questa. In Italia ci sarà un collasso economico importante, sono 15 giorni che sto rompendo il cazzo con questa cosa. Ovviamente non mi dà retta nessuno. Fino a che non sono stati invitati a Piazza Pulita diversi economisti che hanno detto che andremo incontro alla recessione, andremo a fare debito e via discorrendo.

È terribile riuscire a scendere ancora più in basso sotto a quel punto di vista, ma ci riusciamo.

Ci riusciamo tranquillamente, ogni scusa è buona. A me non frega, perché come ti ho detto io non ho paura, io mi adatto. Dobbiamo vivere con meno, viviamo con meno tutti. Io sono uno che ha delle necessità materiali ridicole, quasi zero. Il problema sarà che devo dare da mangiare a mia figlia, e se qualcuno si mette in mezzo, lo sbrano. Non temo questa fase, sono pronto a fare quel che c’è da fare. Sicuramente si poteva evitare, si poteva gestire in maniera migliore. Dal punto di vista artistico, l’unica cosa che posso fare è stemperare, non lucrare, non mangiarci sopra e cercare di promuovere un approccio che sia critico – ossia di senso critico, non di critico polemico – ma bilanciato. Uno potrebbe anche fare un pezzo con il blastaggio dei media e andare a schierarsi, raccogliere i consensi nelle varie echo chamber di cui il nostro paese è dotato. Non sono quel tipo artista. Purtroppo ho una formazione arcaica, un senso dell’eleganza che mi vieta di approfittare delle situazioni disperate.

In fondo la musica è comunicazione. Se non la usiamo in questi momenti per passare dei messaggi, ma solo per lucrarci sopra sopra e basta…

Infatti è molto importante il messaggio di Bello Figo che ha detto: «Tutti sano che ho paura» (ride).

Bene, usciamo da questa sfera. Anticipami qualche progetto futuro nella musica.

Vorrei chiudere al più presto il ciclo di “Notturno in MI”, quindi la mia fase romanticona / soul / lo-fi. Questo perché nel frattempo sto già lavorando a due progetti. “Samurai”, un disco a tema giapponese, e un disco completamente acustico che in realtà è quasi finito. Ho 8 brani finiti, devo solo capire quando e come collocarlo. La cosa interessante di questo periodo è che: nonostante io abbia capito, accettato e interiorizzato che non posso continuare a fare dischi in cui ogni traccia è un mondo musicale diverso, perché è troppo fastidioso per chi ascolta, controproducente e soprattutto non consente un consumo mirato e tematizzato, mi sto obbligando a fare dei prodotti che siano consumabili in maniera tematica.

Tipo?

Tipo, ho voglia di roba grintosa? Okay, questo di Hyst è un di disco grintoso. Voglio della roba depressa? Questo di Hyst è un disco depresso. Quello che mi fa ridere è che nonostante io abbia preso consapevolezza e voglia cercare di operare e di adoperarmi in questo senso, comunque sto preparando tre dischi completamente diversi l’uno dall’altro (ride).

Ottimo, ognuno è mirato però sono completamente diversi. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Siamo arrivati alla fine e prima di oggi non ti conoscevo se non dai social. Ora posso dire di conoscerti un pochino di più, e mi sono fatto un’idea.

Che me stai sul cazzo (ride).

Potrebbe essere, ma dipende dalla risposta che mi dirai adesso. Ho molto cara la cultura orientale, sono cresciuto negli anni ’90, quindi anime e manga. Nell’articolo ti ho descritto come “l’eroe che ci serviva”, l’eroe giapponese. Vedo in te quello che un po’ ho visto, perdona l’accostamento, nei fumetti giapponesi. La persona sicura, forte che sa quello che vuole, sa come muoversi e lo fa nel giusto. Quanto senti in te questa cosa, e quanto senti in te la tua cultura non italiana?

Sicuramente è molto importante, pur non essendo io uno studioso della cultura giapponese. Devo dirti che mi sono reso conto con gli anni, curiosando e mettendo insieme i pezzi nel tempo, vuoi la frequentazione di mio padre, vuoi qualche cosa di genetico e le mie personali ricerche o curiosità in quel senso, ho riscontrato di avere davvero molti punti in comune con alcuni elementi della cultura giapponese.

Esatto, senza andare per luoghi comuni. Sai, molto andare dritto al punto, essere metodico, avere questa serietà in ogni cosa si faccia.

Serietà… ti sarai accorto che non sono poi così serio (ride). È una cosa che tento di diminuire sempre, perché mi scoccia molto essere percepito come serio o serioso. Se ti capiterà di venire a un mio concerto lo capirai, perché tra una canzone e l’altra dico solo cazzate. Però, la profondità sì. Per profondità non ti parlo della profondità del meme o della profondità spirituale, ma di quanto vai dentro le cose e quanto ci stai dentro. Questa è una caratteristica estremamente giapponese.

Per esempio?

C’è un libro di fotografie, che uscì un po’ di anni fa, forse 15, di un fotografo credo americano che aveva fatto una raccolta di, tipo, 2000 stanze di teenagers giapponesi. Ogni stanza era tematizzata a seconda della cosa che piaceva a quel teenager. Andava dall’heavy metal, quindi tutta la stanza era heavy metal: poster, chitarre accessori, vestiti, lenzuola nere con i mostri, a quello che gli piacevano le rane rosa, e tutto era a tema rane rosa. È una caratteristica molto giapponese quella di andare con tutti e due i piedi dentro una questione e cercare di arrivare in profondità il più possibile; così come lo è la capacità di dire: «Okay, ci sono arrivato. Ora esco».

Sfaccio la camera e ricomincio con un’altra cosa.

Bravissimo, ed è una che si riflette più o meno in tutte le discipline famose, in quelle note. Si accompagna un altro elemento, che secondo me è una chiave di lettura davvero fondamentale della cultura giapponese, che è la considerazione del vuoto, dello spazio vuoto. A sua volta, si allaccia al culto dei morti. Il Giappone è un paese che ha ancora un forte legame con la sua tradizione religiosa rurale. Ci sono forme di buddismo che sono rimaste estremamente forti a livello di paese e villaggio. I giapponesi hanno dentro casa le foto dei parenti morti e li salutano tutte le mattine.

Un attaccamento alle proprie radici e tradizioni incredibile.

Il morto non se ne è mai andato del tutto. Questo significa che il giapponese ha un rapporto continuo con l’assenza, con il vuoto, che quindi non è il vuoto che intendiamo noi. Non è la mancanza di qualche cosa, ma è l’altro tipo di presenza. Se tu pensi a tutte le manifestazioni note come l’Ikebana, l’arte dell’arrangiamento floreale, per il maestro lo spazio che intercorre tra la foglia e lo stelo è quasi più rilevante che non la foglia stessa.

Un po’ come chi disse che la musica è il silenzio che sta tra una nota e l’altra.

Nella musica giapponese i silenzi sono evidentemente una cosa iper considerata. Se sbaglio la pausa, la nota successiva è andata completamente a puttane. Come nella calligrafia, il karate stesso – si chiama mano vuota, più evidente di così si muore. Dal canto mio sento profondamente questa cosa. Sento questo rapporto con ciò che non c’è e con ciò che non so. il rapporto con l’idea della mia morte, della mia assenza, continuamente. Questa chiave di lettura mi ha permesso anche di interpretare la filosofia samurai, che è ciò su cui sto basando la costruzione del disco “Samurai”; una cosa mega fondamentale, con cui mi sono ben spiegato un bel po’ di aspetti del mio carattere e della mia personalità.

Fammi un esempio.

Per fare un esempio massimo, i samurai sono noti in Occidente per essere dei pazzi, dei belligeranti. I quote famosi sono “Il samurai deve alzarsi la mattina e pensare alla morte”; “Il samurai deve andare nel campo di battaglia e correre incontro alla morte”, no?

Non è proprio così, ma sì. La vediamo così da quest’altra parte.

Non è così, ma la vediamo così. Ma è questa la cosa fondamentale: in che senso “non è proprio così”? Quello che viene percepito in Occidente come in nichilismo, quindi prendere in considerazione la distruzione di se stesso, per i giapponesi non è così. Perché, come per tutte le altre discipline che citavamo prima, o anche semplicemente l’arredamento super minimale, l’assenza non è misura del pieno. Come dicevi tu, la pausa è misura di due suoni. Per il samurai, la morte è misura della vita. Il quote più disintegrato nella translazione tra le due culture è: «Vivi ogni giorno come se dovesse essere l’ultimo». È una riduzione schematica perfetta per il meme perché super asciutta, funzionale e comprensibile, che però non ha nessun senso.

Ridotta proprio all’osso e priva di significato.

Se tu mi dici “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” io sto tutto il giorno dentro casa a scopà con la donna mia, nelle pause refrattarie mangio o gioco con la PlayStation. Chiaro che non si tratta di una forma d’esistenza costruttiva (ride). Nella cultura del samurai, e quindi in quella giapponese, questo concetto in realtà è stato espresso come: «Vivi ogni giorno come se da quel giorno potesse essere misurata tutta la tua esistenza». Se da oggi finisce la mia esistenza, e da qui in poi c’è la pausa, quindi la misura del pieno, tutto ciò che ho fatto fino a qui è il pieno, e in quanto tale viene valutato. Che è molto diverso.

Una sorta di “dai il massimo ogni giorno”. Dopo tutto questo non vedo l’ora di sentire l’album “Samurai” che spero esca relativamente presto…

Non sarà così, ma non vedo l’ora anche io (ride).

Allora ne riparleremo quando saremo più saggi. Taiyo Yamanouchi, in arte Hyst, ti ringrazio per questa splendida e istruttiva chiaccherata. Un saluto ai lettori di Music.it. Al prossimo contagio, a prest… magari meglio di no. Ciao!

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