«Non sapersi orientare in una città, non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è cosa tutta da imparare».  Fu il filosofo tedesco, gran seminatore di dubbi che fu Walter Benjamin a parlare di città come un organo a specchio. Utile a uno sguardo che sia umano volto a un’indagine socio–antropologica dell’individuo e della collettività.

Cielo, scritta così è davvero una vergogna e chiedo venia, eppure ascoltando “The Urban Tape” di Zerogroove e Alessandro Bocci, ho fotografato all’istante quella scritta sul muro in via de Lollis – a Roma – che recita vicino l’università un solenne “Walter Benjamin vive”. Perché tutto ciò?

Perché il progetto discografico toscano Kaczynski, etichetta indipendente iper attenta e devota ai movimenti del sottosuolo ha voluto allargare il suo raggio d’azione. È così che “The Urban Tape”, rilasciata per il mondo lo scorso 15 di ottobre, è stata presentata come prima uscita di una collana chiamata “Tape Session”. Una collana di split album registrati su nastro magnetico in cui due artisti si dividono il tempo concesso dallo spazio del nastro.

Il tema di questa prima uscita – si capirà – è la città. Il mondo urbano, la sua cultura, le scosse anestetiche e vibranti che l’urbe riesce a provocare. Ebbene, gli artisti di “The Urban Tape” sono niente di meno che Giuseppe Fantini, in arte Zerogroove – nonché titolare della Kaczynski – ed Alessandro Bocci. Quest’ultimo, conosciuto ai più come costola elettronica del trio d’avanguardia Starfuckers.

The Urban Tape, dedicata alla città, è la prima uscita della collana “Kaczynski Tape Session”

Quattro brani il lato A e tre brani il lato B, rispettivamente di Zerogroove e Bocci. Il sound è prettamente sintetico, oscillando tra contenuti cyber-punk e metallici riverberi post-techno. Viaggiando con l’immaginazione e col sentire delle palpebre serrate, “The Urban Tape” somiglia a una sorta di racconto post-umano. Il caos, il rumore, l’azione dei corpi che alimentano e consumano l’urbanità sono restituiti come scatole abitate in continua agitazione. L’alienazione riesce a farsi viva, il caos controllato. Brulicante di individui alla ricerca di un posto da occupare.

Si avvertono visioni in movimento, stralci di conversazioni, cortocircuiti sonori frammentati e frazionati come i racconti modernisti del primo ‘900. Oscurità, manipolazione, disturbo e ritmo primordiale viaggiano sui velocissimi tentacoli metropolitani. Come al solito – e menomale – la Kaczysnki è riuscita brillantemente a proporre una sintesi suprema tra quella che è la vita vissuta, concreta e costruita sul silenzio e la cultura che di questa vita non sa studiarne che le tracce. Benjamin vive, e allora viva Kaczynski!

(Visited 2 times, 1 visits today)