GEIMS: "Il mio genere è sempre stato il power pop: punk, indie e gusto pop"
Geims in uno scatto promozionale.
Geims in uno scatto promozionale.

GEIMS: “Il mio genere è sempre stato il power pop: punk, indie e gusto pop”

Ciao Geims! Noi di Music.it apriamo le nostre interviste tutte allo stesso modo. Siamo dei tipi abitudinari. Hai qualche episodio imbarazzante, divertente legato al tuo fare musica?

Ciao! Ovviamente, ho l’episodio imbarazzante per eccellenza: terzo anno di liceo, c’era il concerto di fine anno e mi ero messo d’accordo con alcuni amici per essere preso al volo e fare stage diving. Al momento di attuare il piano avevo il sole in faccia e vedevo solo sagome confuse, ho visto una persona che muoveva le braccia e credevo fosse il segnale, mi sono buttato e la folla si è aperta facendomi atterrare su una ragazza. Credo non me l’abbia mai perdonato. Da quel giorno sono diventato famoso a scuola come Superman.

“Weekend” è il tuo secondo estratto dell’album di esordio “Poser”. Tra power pop, punk e indie anni ’90, come nasce il percorso verso questo mix di sound?

Sono cresciuto nell’ambiente punk romano, me ne sono allontanato durante il liceo quando ho scoperto la musica indie e negli ultimi anni ho capito che in realtà il mio genere è sempre stato il power pop: figlio del punk, attitudine indie e un gusto pop. Per quanto riguarda la parte strumentale, “Weekend” è un tributo a Weezer, Pixies e Cars. Per quanto riguarda il testo, racconta in breve i miei ultimi due anni dove ho completamente stravolto la mia vita, volevo che suonasse arrabbiato e allo stesso tempo un po’ ironico proprio come alcuni brani dei Weezer e dei Pixies.

“La fine del mondo”, altro tuo singolo, ha un titolo diciamo evocativo. Tornano a scontrarsi chitarra e batteria. Come nasce la scrittura di questo pezzo?

È un brano che portavo in giro da moltissimi anni, prima era molto più grezzo e di impronta punk. Quando sono diventato Geims è stato uno dei primi pezzi che ho tradotto dall’inglese all’italiano perché ero certo che sarei riuscito a contestualizzarlo e a sentirlo ancora attuale per me, nonostante la prima versione risalisse al periodo del liceo. Credo di esserci riuscito: appena è uscito i miei amici mi hanno detto: «Non ti è mai passata la fase punk, sei ancora il ragazzino che vuole spaccare il mondo e far ballare la gente». Questa credo sia la descrizione perfetta per “La Fine del Mondo”. L’idea della batteria in pieno stile anni ’80 invece è nata quasi per gioco mentre eravamo in studio con la band, il produttore e i ragazzi dell’etichetta (Poser Records), ci siamo detti «Qui ci starebbe benissimo un batteria stile Amore Disperato»; ed effettivamente ci sta proprio bene.

Il tuo album, in uscita in autunno, è “Poser”. Tra costruzioni di personaggi, moda ricercata, stile curato, quanto la musica di oggi, per te, è anche immagine?

Domanda difficile! Intanto vi dico che io sono bel rompipalle a riguardo: mi lamento spesso di quanto adesso la musica sia troppo influenzata dall’immagine e dai social, ma mi rendo conto che nell’epoca in cui viviamo questi due elementi siano imprescindibili. Detto ciò, vi rispondo dicendo che è un elemento sicuramente importante e probabilmente anche il mio voler provare ad essere un outsider alla fine potrebbe essere definito come un ‘personaggio’, ma credo anche che le persone capiscano quando il personaggio è sentito oppure è costruito. Proprio per questo motivo ho deciso di prendere il termine Poser e renderlo una bandiera: in un periodo in cui l’apparenza è fondamentale, chi è il poser e chi no?

La musica si costruisce su musica. Quali sono quei pezzi, quegli artisti che più di altri ti hanno influenzato?

Anche questa è una domanda molto difficile! Diciamo che vado a periodi, gli unici artisti che ascolto quasi quotidianamente sono The Beatles, The Rolling Stones, Velvet Underground, Clash e Ramones. Però devo ammettere che durante le registrazioni del disco ho divorato i dischi dei Pixies, Cars, Weezer, Replacements e Big Star.

Sei di Roma, città che in negli ultimi anni ha sfornato nuovi talenti musicali. Tra gli artisti italiani del momento chi segui?

Sempre perché sono un outsider rompipalle, vi dirò che in realtà cerco di ascoltare il meno possibile musica italiana per evitare di esserne troppo influenzato. Gli unici artisti che ascolto molto volentieri sono The Zen Circus, Fast Animals and Slow Kids, Motta e Coez (strano, vero?), ma per assurdo nessuno di loro è romano, Coez e Motta lo sono di adozione.

La mancanza di concerti, giorno dopo giorno, si fa sentire sempre di più. Il tuo ricordo migliore di un live?

Il mio compleanno di diciott’anni. Ho suonato con la mia band di allora in un vecchio stripclub abbandonato (molto punk): c’era tanta gente, tanto alcohol, tanti amici e soprattutto tantissima musica. La miglior serata live della mia vita.

Bene, l’interrogatorio è giunto al termine. Ora puoi usare questo spazio per chiedere qualcosa al nostro pubblico oppure rimanere in riflessivo silenzio.

Avete già ascoltato i singoli? Cosa aspettate? Voi vi sentite più poser o più real? Fatemelo sapere!