“Questa storia qui, io cerco di tramandarla. Diventa di chiunque la racconti. Non è più mia, è del mondo.”

Chi segue questo magazine e si ritrova a leggere una recensione firmata dalla sottoscritta, avrà intuito che l’introspezione è l’azione mastice delle mie analisi e dei miei ascolti. Ebbene, pare che la riflessione su quel grande mostro che è l’identità non voglia proprio lasciarmi tregua. E meno male. A ricordarmelo, il quarto lavoro dei Lou Seriol. Storica band portavoce della musica e cultura occitana, il 19 ottobre ha dato alle stampe “Occitan”, un lavoro che se pizzica è perché semina fiori e se solletica è perché vuole vederci danzare.
La frase in epigrafe è parafrasata da un dialogo in apertura a “Crobàs”, l’ottavo brano dei dodici del disco. Una frase chiave. Fondamentale, se si pensa alla stessa Occitania, un’area geografica priva di confini politici. Dunque un’area geografica senza un preciso curriculum.

“Occitan” è il nuovo lavoro dei Lou Seriol, storica band portavoce della musica e della cultura occitane.

Come molte altre, e penso inevitabilmente al Kurdistan, sebbene quella una nazione lo sia, l’Occitania con la sua musica e la sua cultura vive di trasmissione, di memoria collettiva.
Il filo rosso che i Lou Seriol hanno saputo intrecciare, per legare “Occitan” a quella che individuo come una questione identitaria sempre più urgente, trova il suo tessuto proprio in questo: far ri-vivere la memoria popolare al fine di renderla un sapere. E lo diceva Henri Bergson che vivere è ripetere, e conoscere è ricordare.
Senza scomodare il filosofo francese, vorrei ora percorrere le sfumature del rosso filare di “Occitan” e insinuarle in voi lettori che ascolterete il disco.
Prima di parlare di musica, è bene chiarire che è la lingua occitana, come intuibile, a far da albero maestro che detta il tragitto del disco, il motivo principe di questa mia lunga introduzione.

Dodici brani. Unidici originali e una cover in chiusura. Molte le collaborazioni, sia strumentali che vocali e di scrittura. L’apripista è proprio “Occitan”, parola di cui subito scopriamo la pronuncia, ovvero usitàn. È un brano che mescola, al reggae portante, le fisarmoniche e i suoni della tradizione, donandogli una direzione che la peculiare voce di Stefano Degioanni contribuisce a definire. Lo spirito popolare è vivo e presente. Si percepisce. Se il reggae torna in “Zen” e si fa più brioso, in brani come “Crobàs” e “Libres” il suono si fa più rockeggiante, progressivo, meno felice, ma sempre maestoso. Come una bellissima gonna lunga che gira a tempo di musica. In “Constellacion”, la seconda del disco, i Lou Seriol creano una commistione di suggestioni che rapisce l’ascolto per i richiami tribali delle percussioni e che suggeriscono vividamente lo scenario pachanka dei quartieri popolari.

Dodici brani, molte collaborazioni, strumentali, vocali e di scrittura. Questa è la struttura di “Occitan” dei Lou Seriol.

Dalle strade alle disco. “Fungo Dance” è forse la più innovativa tra le tracce dei Lou Seriol. Musica dance variegata al funk e alla sempiterna vena popolare, che qui si rinnova a 360° anche per le intenzioni.
Nota di merito per “Duèrm”, la traccia che più ho gradito del disco. Una ballata dai toni vagamente blues che vede all’armonica un ispiratissimo Tom Newton. Suggerisce il colore del grano, della storia delle rughe delle persone. “Darbon”, a seguire, è fresca come il vento d’estate. Muove le spighe che si erano poco prima immaginate, e per questo un poco libera il cuore.
“Juanina del Bathal” e “N’ai Pro” sono invece i due brani più tradizionali del disco. Una danza la prima, la seconda ha la radice dell’immancabile ska. Mancherebbe solo il punk tra le correnti che attraversano “Occitan” dei Lou Seriol. E invece no.

“Anarquia en Occitània” è il brano cover che chiude il lavoro. Rivisitato nel linguaggio dei Lou Seriol, il manifesto anarcopunk dei britannici Sex Pistols vuol celebrare i 40 anni del movimento. Una piacevole e coraggiosa sorpresa.
Ritengo possa validare una ragione in più per riflettere, dopo aver ballato, sulle radici, sui confini, sulla memoria. Insomma, su tutto il calderone dei diversi universi che ciascun individuo possiede da quando nasce, e che spesso non ricorda o nemmeno sa. Figurarsi mentre si diventa un’area, una nazione, uno stato indipendente. Lasciando parlare la poesia, Wislawa Szymborska ci ricorda che per “Scrivere un curriculum […] È d’obbligo concisione e selezione dei fatti. Cambiare paesaggi in indirizzi, ricordi incerti in date fisse. […] L’appartenenza a un che, senza perché. Meglio il prezzo che il valore e il titolo che il contenuto. Meglio il numero di scarpa, che non dove va colui per cui ti scambiano”.

 

LOU SERIOL

OCCITAN

19 ottobre 2018

Autoprodotto | EGEA Music

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