Benvenuta a Lamine sul nostro portale, vincitrice del premio Fabrizio De André 2019. Inizio questa intervista come piace a noi, quindi chiedendoti di raccontarmi un aneddoto imbarazzante sulla tua carriera da musicista.

Ciao a tutti e grazie! Allora, in realtà l’unica cosa che ci capita spesso sul palco, è che suonando con delle sequenze, ed è successo anche in finale al Premio Fabrizio De André sul secondo pezzo, ad un certo punto si fermino. Ormai per la band è diventata una specie di condanna. Ogni volta succede qualcosa o alla scheda audio o al PC e ci troviamo ad avere molti suoni in meno. Fortunatamente però di davvero imbarazzante non mi è ancora successo nulla che potrei raccontare.

Beh, allora potremo dire “fortunatamente”, rispetto a chi è caduto sul palco o scene peggiori.

Si esatto, per fortuna non ancora, e speriamo non capiti ecco (ride).

Raccontami come nasce il progetto Lamine. Quale è stato il momento in cui hai deciso di intraprendere questa strada cantautoriale.

Allora, io nel 2012 stavo lavorando come attrice ad uno spettacolo a Genova. Il regista mi aveva preso perché gli interessava la mia voce. I ruoli erano ormai esauriti e quindi feci la colonna sonora. Avevo iniziato lavorando a “Romeo e Giulietta” e dei testi di Shakespeare. Avevo fatto delle versioni musicali tenendo l’inglese cinquecentesco e giocando un po’ con un’armonia un po’ più rock. Da lì è iniziato tutto. Quell’anno a Genova iniziava un contest per autori di canzoni, che si chiama Genova per voi, indetto da Universal. Questo regista mi disse “perché non provi a partecipare visto che scrivi canzoni?”. Io non avevo mai scritto canzoni in italiano, ma se per quello non avevo neanche mai scritto un diario. Di base, non avevo mai scritto, facevo l’attrice. Però mi piaceva molto l’idea e sono comunque sempre stata un’appassionata di musica.

E quindi, hai partecipato?

Ho deciso di partecipare e sono arrivata in finale a questo concorso per Universal. Questi pezzi li ho riutilizzati secondariamente, inviandoli a Sony, che si era incuriosita ascoltandoli. Dopo ho avuto degli appuntamenti proprio con la Sony. Loro credevano fossi un’autrice, ma io non lo ero, quindi pensavo fosse una cosa legata un po’ al caso, all’occasione, alla fortuna.  Dopo di che ho visto che in effetti si era aperta una strada. Mi sono sentita “chiamata” e all’inizio non capivo assolutamente. Ad un certo punto invece è come quando scopri che quella cosa ti viene facile. È tua, è organica.

Possiamo dire che è stata un po’ la scintilla quindi.

Sì, ho iniziato un po’ a crederci, ho iniziato a scrivere e ho aspettato tanto perché, dal 2013 ad oggi mi sono preparata, ho ascoltato molta musica. Avevo tanti EP pronti ma li ho sempre buttati perché sentivo che c’era qualcosa che non andava, mi sembrava che dovessi ancora crescere. Poi arrivano il premio Bianca D’Aponte, il premio della critica, il terzo posto a Genova per voi al quale ho ripartecipato nel 2018 e ho iniziato a dirmi: “forse devo fare la cantautrice, non l’attrice”. La musica mi corrisponde di più, nonostante avessi passato la vita a fare l’attrice.

Ascolta, ci è capitato di parlare con altri che hanno fatto questo cambiamento. Credi che la tua carriera e i tuoi studi da attrice ti abbiano dato qualcosa in più da poter poi utilizzare sul fronte musicale?

Assolutamente sì! Quello che ti da secondo me il teatro è un allenamento continuo a stare suk palco, al brain storming, all’improvvisare, al comunicare. Tutte cose che a me sembravano scontate e che in realtà sono state la base su cui muoversi. Io non prendo il foglio e mi metto a scrivere, faccio quello che facevo quando ero attrice. Prima immagino le cose, poi magari le dico, e solo dopo mi metto a scrivere. Solo che ora le esprimo su una base melodica.

Se non avessi avuto questo percorso?

Penso che se non avessi fatto teatro, probabilmente ora non mi troverei ad avere quest’identità di scrittura. Molto emotiva, che poi viene dagli esercizi che già fai al primo anno di recitazione. Anche per lo stare sul palco è la stessa cosa. Io non vedo l’ora di salire, mentre magari al musicista che non viene dal teatro ha più difficoltà, è più introverso.

Possiamo dire oggi che è un connubio che funziona, almeno per te che esci vincitrice del premio Fabrizio De André. Quindi ti chiedo, per te cosa significa vincere? Come la stai vivendo?

Ho sempre fatto tutto dentro la stanzetta per così dire. Cercando di fare sempre le cose per bene, scegliendo sempre i posti in cui dare il meglio. Quindi il premio è un enorme carezza, un regalo, a qualcosa che già era una forma di impegno. Al di là del Premio Fabrizio De André è un discorso musicale talmente indipendente che io ero già contenta di mio. Vincere e capire che un progetto indipendente come il mio potesse trovare il riscontro, la risposta, di un premio così istituzionale è bellissimo. È il premio dei premi rispetto la figura di un cantautore no? E quindi ero stupita dal fatto che le due cose potessero andare insieme.

Sì, per un cantautore è davvero un grande riconoscimento.

La libertà di un progetto senza compromessi e il riconoscimento di una giuria ufficiale, le parole di Dori Ghezzi, che ha vissuto un pezzo di storia della musica. È davvero un riconoscimento grande all’impegno, che ci sarebbe stato comunque. Pero è stato proprio come provare un senso di giustizia. La possibilità di pensare che è possibile in questo momento storico fare qualcosa, non piegandosi necessariamente alle dinamiche indie o quelle del mercato insomma. Avere la benedizione di quel circuito, che sembrava cosi lontano e invece è stato così vicino è qualcosa di fantastico. Non ero così felice non so da quando. Stavo andando dritta da sola, contenta di fare le mie cose senza aiuto. In quel momento ero in camerino, tranquilla, pacifica, non avrei mai pensato di vincere. Non ti dico che non lo sperassi, però pensavo :“ho fatto questa cosa, punto”. Invece è stato bellissimo.

Credo che sia giusto vedere vincere la musica indipendente, quella senza legami, la musica che ha più forza. Forse l’approccio di questo progetto può essere paragonato a quello di Fabrizio De André in qualche modo.

Esatto, io ho insistito tanto perché le cose fossero come le volevo io, nonostante non fossi una musicista. Per esempio qualche giorno fa stavamo registrando in studio, e io volevo che una tromba fosse stonata. Il mio produttore diceva: “si ma attenta, una tromba stonata è sempre un a tromba stonata”. Ma la cosa meravigliosa è che ho fatto quello che volevo esattamente come volevo, non mi aspettavo la benedizione di nessuno. Anche perché si sa, quando fai qualcosa che ti porta fuori dal gregge, diventi un pericolo, un rischio per tutti. Il fatto che Dori Ghezzi abbia riconosciuto e apprezzato questa cosa, per me è stato fantastico.

Parlando proprio del tuo pezzo. Un’atmosfera orecchiabile, non troppo cupa, ma con dei testi che risultano abbastanza “dark”. Quali sono gli artisti che ti hanno un po’ formato per arrivare a questo tipo di produzione?

Sicuramente il gruppo che ho ascoltato di più sono i Radiohead. Mi piacciono però moltissimo anche David Bowie, Janis Joplin, i The Beatles, Jimy Hendrix, il prog anni ‘70, i King Crimson, e la psichedelia in generale. Poi in cantando in italiano devi fare delle scelte, perché segue delle metriche che non possono essere quelle dei suoni in inglese. Quindi ho un po’ miscelato tutto, ed è stato un punto di partenza. Poi ci sono i cantautori, ovviamente: Fabrizio De André, Lucio Dalla. Ad esempio mi piaceva così tanto Fabrizio De Andrè che quando ho iniziato a scrivere ho dovuto cercare assolutamente di distaccarmi dal lui, perché ti etra nella pelle.

Invece nella scena contemporanea?

A livello contemporaneo mi piacciono tanto Io sono un cane e Colapesce. E poi anche il disco di Billy Eilish ha influenzato, con una sorta di elettronica minimale che poi mi sono portata dietro. La cosa fondamentale che cercavo era proprio una via di mezzo tra un suono intimo e minimale che lasciasse spazio alle parole, ma anche la forza del groove, e non è stato facile.

Progetti per il futuro, cosa ci puoi anticipare?

Intanto mi sto preparando per Attico Monina dove ci saranno diverse ore di diretta al giorno dove avremo spazio. Non potrò portare la band, quindi sto preparando una versione ridotta di questo live. Inoltre sto preparando le uscite di tutti i pezzi e dell’EP sicuramente. C’è tantissimo materiale e devo trovare solo la modalità adatta a far uscire le cose nel modo giusto e con i tempi giusti. Però è tutto pronto!

Ok, chiudiamo con un consiglio da parte della vincitrice del premio Fabrizio De André a tutti i cantautori più giovani che si avvicinano a questa strada.

Io consiglio di lavorare, di lavorare sodo. È l’unico modo per andare avanti. Dovete scrivere solo se avete veramente qualcosa da dire e c’è qualcosa che vi spinge a farlo. Dovete essere spietati con voi stessi, e prendervi tutti i “no” per fare sempre meglio. La cosa di cui io sono contenta è quella di essere stata davvero inflessibile con me stessa, anche quando mi dicevano che qualcosa era bello, io rispondevo di no. Bisogna vera un forte senso autocritico e specialmente non avere fretta di uscire. Aspettare veramente di fare qualcosa che qualcuno reputi per sé stesso dignitoso e corrispondente a una poetica. Non è facile trovare una propria identità.

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