Mauràs in una foto decisamente da spiaggia
Mauràs in una foto decisamente da spiaggia

MAURÀS: “Lasciatevi andare, fate i vostri errori e non seguite i preconcetti”

Ciao Mauràs, al secolo Mauro Sità. Sono felice di poter scambiare qualche parola con te. Iniziamo subito con il piede giusto, come da tradizione! C’è un ricordo particolarmente imbarazzante che ti è rimasto impresso in una delle tue esperirenze live?

È un piacere anche per me. Sì, comunque, una cosa bellissima. Ariano Folk Festival, con un gruppo con cui cantavo e con i quali ho fatto quattro dischi. Praticamente, a volte nel reggae c’è un punto in cui la strumentale abbassa il volume, in gergo questa fase si chiama low, come a dire suonate piano, abbassate il volume e in quel punto il cantante dice qualcosa. Era il 2012 se non sbaglio, ed eravamo con Francesco De Gregori insieme a circa diecimila spettatori. E insomma io (cantante) dico quello che devo dire e mi passa totalmente di mente la strofa con la quale dovevo rientrare nel pezzo.

Oddio, come hai recuperato?

Inizialmente ho cercato di prendere un po’ di tempo, parlando se non sbaglio di attualità, e facevo finta di non sentire bene gli strumenti. Con la scusa mi avvicinavo ai musicisti: «Oh ma come cazzo entravo in strofa io?». Qualcuno si girava dall’altra parte come a dire “io non ne so niente” – ride – ma poi alla fine abbiamo allungato un po’ il low e sono riuscito a riprendermi. Ho sudato freddo e se non sbaglio c’è anche qualche foto che testimonia questa cosa.

Cose che accadono, specialmente durante i live. Parliamo di te. Nasci con in Funk Famiglia come cantante, e poi ti stacchi per prendere una strada da solista, per così dire. Che differenze trovi tra il suonare in una band e l’esprimerti da solo?

In questo momento la professionalità dell’ambiente in cui mi trovo è nettamente superiore a quella di prima. Si parla comunque di band fatte con amici, con persone che si stanno approcciando alla musica e sono ancora in fase formativa. Per assurdo trovo molta più umiltà ora, lavorando con persone del mestiere, che non prima. Ora non ci sono problemi a riconoscere la bravura, mentre magari prima era un ambiente con una mediocrità di fondo, dove quello meno bravo non cerca di aiutarti.

Un ambiente che tende a smorzarti piuttosto che galvanizzarti insomma.

Esatto, me la sono vissuta abbastanza male a volte, nonostante abbia sempre cercato di dare il meglio per il bene del collettivo. Qualcuno a volte mi ha chiesto perché non facessi qualcosa di mio, ma io non mi ci vedevo. Poi sono successe un po’ di cose, che si sono incastrate, e ora non tornerei mai indietro. Comunque abbiamo creato un disco da suonare live con una band e non come solista, ma con dei professionisti. Mi trovo meglio magari anche umanamente con loro.

Forse c’è disinteresse nel “personale” e l’interesse va solo verso la buona musica e la produttività?

Bravissimo, è proprio così. Più sei bravo con loro e più loro son contenti. In un ambiente più chiuso è diverso. Poi sai, io non sono mai voluto essere l’artista che se la tira o che fa il passo più lungo della gamba. Sono sempre stato umile, mandando persone a fare interviste parlando di canzoni scritte da me, ma non mi interessa. Ora ho trovato un produttore, Bonnot, con cui mi trovo davvero bene.

Posso dirti che venendo da un ambiente diverso da quello hip hop e rap, si sente che le influenze sono tante. Hai centrato il bersaglio con questo lavoro.

Guarda, io ad esempio ho sempre ascoltato tantissimo Rage Against The Machine, Green Day, Oasis, Nirvana. Ho quel background. L’ultimo disco rap che ho ascoltato ultimamente è “Me Against The World” di 2Pac che ho ritirato fuori e ascoltato più volte. Sono un compratore di vinili da quando ho 16 anni, e dopo due canzoni rap ne devo ascoltare una rock assolutamente.

Si sente molto, ha un’impronta davvero variegata.  Andando avanti con quella che potremmo definire la tua storia. Mi hai citato alcuni dei tuoi punti di riferimento. Ce ne sono altri?

Sicuramente i The Clash sono il primo nome che mi viene in mente. Poi sicuro gli Oasis che sono il mio gruppo preferito in assoluto. Hanno un modo tutto loro di fare pop, che è davvero rock. Gente molto vera, che va in giro bevendo e facendo a pugni piuttosto che tirandosela. Inoltre sono davvero crossover, mi piacciono tantissimo. Per il rap invece sicuro 2Pac, ma anche Bob Marley  nel reggae, praticamente è una medicina.

Mi piace dire che quello di Bob Marley non è un genere quanto uno stile di vita.

Esatto, è proprio una cosa a parte, come i Nirvana capisci? Come fai a dire che non ti piacciono i Nirvana? Nonostante io non sono per la musica triste o rassegnata, sono più per il diamoci una svegliata, una cosa allegra, ma comunque come fai a non ascoltare “Nevermind”? Ci sarebbero mille esempi tra i più grandi. Persone che non hanno cavalcato una moda ma sono rimaste se stesse. Crescendo poi mi sono avvicinato anche al jazz – pronunciato Jez perché Jas mi sa troppo di aperitivo – e ho cominciato ad ascoltare tanto John Coltraine e leggere tantissime riviste e libri scritti da questi artisti. MI piace chi riesce a dare tante emozioni e atmosfere in un solo album insomma. L’artista che si mette in discussione.

Veniamo a “Capitalunedì”, primo singolo e primo video dell’album. Featuring con Willy Peyote e Inoki Ness. Com’è stato lavorare con loro come artista e non come produttore, come è andata?

Guarda, ad esempio Willie Peyote lo conosco da una vita. Quando suonavo con la band a volte veniva anche lui e ci aiutava con il banchetto del merchandising. C’è stato uno scambio continuo e una crescita, finché poi lui ha fatto il grande salto. Ci continuiamo a sentire costantemente e per le vecchie produzioni gli ho sempre detto: «Io non voglio chiederti niente, non preoccuparti, deve arrivare ancora il momento». Quando poi è arrivata questa canzone ho pensato proprio a lui. Gli ho mandato la base, che gli è piaciuta e mi ha fatto la sorpresa di mandarmi la registrazione il giorno del mio compleanno. Come Francesco Totti tra l’altro, un grande, anche se non sono della Roma parliamo di gente che ha fatto la storia insomma.

La penso come te, da romano e romanista, ho comunque sempre stimato Alessandro Del Piero…

Esatto esatto, anche io che sono del Toro la penso così. Con Inoki Ness invece Bonnot  lo conosceva già, un giorno mi chiama e mi fa: «Ma sai che mi è venuta in mente una cosa pazza? Facciamo fare una strofa a Inoki» E io ho pensato di no, avrei voluto fare un pezzo apposta per lui. Invece abbiamo deciso così. Lui ha pensato che fosse una bella idea. Alla fine era proprio così: un bel connubio tra nomi che le persone non si aspettano.

Finalmente veniamo all’album, “Dico Sempre La Verità”. Mi piacerebbe parlarne traccia per traccia ma non sarebbe più un’intervista, bensì un sequestro di persona. Parlane tu in poche parole per chi non l’ha ascoltato.

Un album mega dinamico, mega energico. Non è un rap autoreferenziale o un rap emo. Una cosa per essere suonata dal vivo, far saltare la gente e instillare un po’ di positività ed energia. In questi anni c’è troppo lassismo, individualismo, voglia di chiudersi in casa a pensare quanto sia brutta la vita. Vogliamo far muovere la testa e battere i piedi. L’ho voluto esattamente così e sono molto felice. 29 minuti che scorrono veloci, spontanei ma studiati. Energico è la parola giusta.

A tal proposito, ovviamente nell’album c’è anche della critica sociale. Quindi ti chiedo: se Mauràs potesse cambiare tre cose in italia, quali sarebbero? Io inizierei dalle buche a Roma ad esempio.

Mamma mia hai ragione! Dovrei partire dal governo ma sarebbe complicato. Non so quale possa essere la soluzione a questo gioco. Non so, nel mondo dell’arte vorrei più personalità da parte degli artisti. Drogatevi (ndr. in senso lato) fate a pugni e tutto ciò che volete. Ci vuole carattere per andare avanti. Così nell’arte come anche nella politica, forse quella è la chiave. Vorrei un melting pot di culture perché questo patriottismo da quattro soldi ha fatto il suo tempo e sta finendo male.

Speri con questa musica di arrivare a chi è più giovane?

Assolutamente sì, i giovani non hanno nessuna colpa di quello che sta accadendo. Anzi, io gli consiglierei di lasciarsi andare, di fare i propri errori e non andare per preconcetti. Va benissimo che ti piaccia la trap, ma ricorda sempre che c’è altro. Capisco che con gli smartphone ora è diverso e per noi artisti è molto difficile farsi notare se non si segue la tendenza. Gli consiglio di infilarsi nei casini, perché è l’unico modo per uscirne e fare esperienza. Per il razzismo invece, ce lo leveremo dalle scatole (ndr. lo dice in francese) con le nuove generazioni. Sono già a scuola a giocare insieme tra cinesi, italiani, africani etc, mentre i genitori sono al bar a scambiare chiacchiere superficiali (ndr. sempre in francese).

Vai, tre domande veloci. Una canzone che non vorresti aver mai scritto al posto di qualcun’altro.

Madonna mia che cosa difficile. Guarda, pensando magari al mondo del rap… non lo so, non vorrei passare per hater, ma la discografia dei Club Dogo non mi è mai piaciuta. Proprio come genere e come messaggio. Non mi hanno mai colpito.

Invece su tutte le canzoni, quella che avresti voluto scrivere tu?

“Il mio paese se ne frega” di Inoki. Canzone attuale per i prossimi1500 anni.

Abbiamo finito. Ti lascio spazio se vuoi aggiungere qualcosa perché sicuramente io ti ho già annoiato e costretto abbastanza. Avanti con il commento personale e, a presto!

Scrivi che mi sono trovato davvero bene a parlare con te, il vostro format rappresenta il futuro. Le etichette discografiche al momento sono in totale anarchia ed è bellissimo accoppiare l’underground al mainstream. Fare questa accoppiata è veramente il futuro. Io lo facevo da Dj da una vita ed è giusto continuare così!