Tommaso Novi presenta "Aria" il suo nuovo brano uscito lo scorso 20 novembre su tutte le piattaforme di streaming
Tommaso Novi presenta "Aria" il suo nuovo brano uscito lo scorso 20 novembre su tutte le piattaforme di streaming

TOMMASO NOVI: “Spero che questo lockdown porti alla ribalta la canzone, i testi importanti, le storie scritte con un lavoro profondo”

Diamo il benvenuto su Music.it a Tommaso Novi. Per rompere il ghiaccio, raccontaci un aneddoto divertente o imbarazzante che ti è successo in studio o su un palco.

Allora la storia riguarda il mio vecchio produttore con il quale ho fatto sei dischi assieme alla mia vecchia band i Gatti Mézzi. Lui è Mirco Mencacci, un famoso produttore di colonne sonore per il cinema, un audiofilo ecc. Insomma un giorno eravamo in studio e lui sentì una mosca ronzare attraverso i microfoni. Noi l’abbiamo preso in giro per questa cosa ma la mosca c’era realmente e lui l’aveva sentita davvero dalla sala di regia. Fu una cosa molto divertente.

Parliamo di “Aria”, come nasce questo brano e cosa vuole raccontare?

“Aria” è una canzone d’amore e nasce per raccontare una storia mia personale. È una storia che parte anche con qualche difficoltà, con una richiesta d’aiuto e poi si conclude in bellezza, con questo finale un po’ “donnacannoniano”, se posso coniare questo termine. Insomma alla fine i due amanti se ne volano via in cielo, non si sa se in una sublimazione, in una morte o in una rinascita.
Il brano è questo e l’ho scritto perché mi premeva raccontare questa storia.

Il video di “Aria” vede protagonista Sara Chirico. Come è nata l’idea di questo video e quanto è importante il messaggio racchiuso in quell’abbraccio?

Bisognerebbe tornare ad abbracciarsi presto perché è evidente che con le misure anti-covid stiamo vivendo tutti un periodo difficile. L’abbraccio finale di “Aria” è un tornare a respirare insieme. L’idea del video mi è venuta casualmente mentre ascoltavo il brano e delle immagini del nuotatore Michael Phelps; mi sono accorto che il contrasto acqua/aria poteva essere molto forte e mi sono messo a cercare un’atleta che seguisse le mie indicazioni per un video in apnea. Da questa ricerca è apparsa Sara Chirico, un’atleta italiana eccezionale con la quale ho passato mezza estate fino ottobre in questo torrente per cercare di portare a casa le immagini migliori. Sono state uscite molto difficili perché l’acqua è quella di un torrente appenninico, gelida anche in agosto. Il risultato è quello che si può vedere e sono molto soddisfatto. È anche un regalo che mi sono fatto per i miei 41 anni.

C’è stato anche un bel lavoro “fisico” dietro la realizzazione del video.

Sì, è stato un lavoro molto duro. Ho anche smesso di fumare [ride], sono quattro mesi che ho smesso e ho iniziato un corso di apnea, insomma è stato uno stravolgimento totale.

Far uscire un brano in questo momento è complicato e un gesto molto coraggioso. Come sta la tua musica?

La mia musica è nel congelatore. Come hai appena detto ci vuole coraggio; diciamo che una delle poche armi che ci rimane è quella di andare in freezer e prendere ogni tanto una porzione di arte, scongelarla e offrirla a chi ci sta aspettando. È anche un consiglio che vorrei dare un po’ a tutti: non teniamo tutto fermo nei nostri congelatori, ma cerchiamo periodicamente di svelare qualcosa. Anche a costo di frammentare un’opera che poi ha il suo senso e deve avere il suo valore in una totalità che è un disco. Senza dischi gli autori moriranno ma dobbiamo stare attenti a non andare in un futuro in cui noi autori faremo uscire soltanto singoli, perché l’identità di un artista si legge nella sua opera totale. Però dobbiamo abituarci a questa frammentazione che ci permette di far sopravvivere le cose e di temporeggiare.

È anche vero che i mercato attuale è proiettato sui singoli piuttosto che sul disco completo.

Sì, hai detto bene. È un’operazione che favorisce il discografico a discapito dell’artista perché andare avanti per singoli permette anche di fare investimenti più oculati e di tastare il terreno. Diciamo che questa è una tendenza iniziata ben prima del Covid ma che in questo momento è l’unica tendenza percorribile nonostante tutto.

Durante questi mesi di lockdown quindi hai continuato a lavorare o hai deciso di congelare tutto?

Guarda, la metafora del disco riguarda principalmente le uscite, in realtà è da un anno che sto lavorando alla chiusura del disco e siamo in dirittura d’arrivo. Diciamo che in circa 10 mesi di pandemia io ho lavorato costantemente sui pezzi e sulle idee

Sei anche musicoterapista. In un momento storico del genere quanto può essere d’aiuto la musica per le persone? Perché?

La musica fa evadere e fa sognare. È un non luogo dove si sta bene e quindi in questi momenti di sacrificio il sogno e l’evasione sono le uniche cose che rimangono ad un essere umano. La lettura, l’amore e la musica… Levateci anche queste cose e poi si va tutti sotto terra felicemente [ride].

E che ne pensi delle iniziative musicali nate durante il primo lockdown, tipo cantare dai balconi?

Guarda è un fenomeno che ho odiato profondamente [ride]. E ci sono cascato anche io! Guarda mi confesso: l’ho odiato sin dal primo momento, poi ci sono cascato perché abbiamo avuto la sensazione del “cazzo se non mi faccio vedere ora scomparirò per l’eternità”. Ci siamo cascati tutti in quei venti minuti dal proprio balcone ma ci ha dato anche una bella lezione: l’arte va protetta ma è abbastanza chiaro che come tutte le cose importanti non ci si può improvvisare artisti e bisogna lasciare il campo a chi ha studiato e a chi ne ha fatto un lavoro. Secondo me il messaggio di questa cosa per il pubblico è stato “non abbiate fretta, non smaniate che noi poi torniamo”. Insomma un messaggio per dire che torneremo sui palchi più forti di prima.

Ho letto della tua cattedra in “Fischio Musicale”. Parlaci di questa disciplina.

Per fischio musicale si intende quello che si produce protendendo le labbra e soffiando. È abbastanza chiaro che per motivi sia fisiologici che culturali è uno strumento che non ha avuto una sua collocazione. È uno strumento maltrattato che non è mai stato analizzato e non ha mai avuto un posto formale negli ensemble musicali riconosciuti. Il fischio è uno strumento duttile, uno strumento che può raggiungere tre ottave di estensione e che si può usare per leggere, improvvisare e suonare di tutto. Nel mio corso si fischia a partire dal contrappunto barocco, quindi Mozart e Bach, fino ad arrivare all’improvvisazione su contesti jazzistici. È un corso a tutto tondo perché io insegno a leggere e a scrivere la musica e si lavora sulla costruzione di un suono buono. Una delle cose più difficili per un fischiatore è quella di avere un suono intonato perché essendo un suono povero di armoniche e di difficile intonazione. Non esiste in Europa un approccio didattico di nessun tipo alla materia. Sono il primo e unico insegnante di fischio in questa parte del mondo. Abbiamo scoperto però che in India esiste un corso vero e proprio.

E quale sarà il futuro per questa disciplina?

Io sto lavorando ad una grande opera che spero vedrà la luce, spero, quando sarò un vecchietto che è un lavoro enciclopedico, un vero e proprio manuale, sul fischio e sulle sue componenti.
Da più di dodici anni insegno in una scuola a Pisa e collaboro col conservatorio Cherubini di Firenze.

Cosa succederà dopo l’emergenza sanitaria?

Io sono un inguaribile ottimista e sono un cantautore, non produco musica di consumo e non seguo le tendenze del momento. Io credo che assisteremo a un bel filtro; questo periodo riporterà a galla un certo tipo di narratori che negli ultimi vent’anni si erano un po’ smarriti. Credo che ritornerà il piacere di andare a quei concerti dove ti metti a sedere e ascolti una persona che ti racconta delle storie. Non credo che significherà grandi rivoluzioni, ma credo che molti trapper dell’ultimo minuto che hanno cavalcato l’onda di questa grande moda se ne svaniranno, giustamente, in una nube di miseria. Spero che questo lockdown porti alla ribalta la canzone, i testi importanti, le storie scritte con un lavoro profondo. Io credo questo, anche un po’ egoisticamente [ride]. Io sono un cantastorie, non scrivo utilizzando gli slogan del momento e ho bisogno di un pubblico educato e attento, che abbia voglia di ascoltare. Credo che tornerà molto presto, così come sta per ritornare il blues e un certo rock tutto acustico.

Se fosse davvero così si potrebbe pensare a un lockdown ogni 2 o 3 anni per filtrare un po’ la scena.

[Ride] Mi fa piacere che tu la veda come me.

Quale futuro invece per i lavoratori della musica?

Io credo che le cose vadano di pari passo. Questa pandemia ha fatto sì che una situazione come quella italiana delle figure che lavorano nello spettacolo venisse un po’ riconosciuta. Questo lockdown, anche se sta creando enormi disagi, io credo servirà a qualcosa e verrà ricordato come il momento in cui i musicisti vennero riconosciuti e contati con un censimento. Credo che si stia andando verso un piccolo miglioramento per tutta la categoria a livello di sindacati e a livello di riconoscimento per tutte le figure del settore. Sarebbe un sogno avere un sistema come quello della Francia dove gli artisti sono riconosciuti e hanno una vera previdenza. Chissà se sono sogni o se qualcosa cambierà, io sono molto ottimista in questi sensi.

Però molti dei Big hanno cercato di sostenere la causa dei lavoratori dello spettacolo.

Sì, molti dei Big si sono mossi ed è una cosa che mi ha fatto molto piacere. Guarda il mio impresario Luca Zannotti di Musiche Metropolitane, ha aperto un tavolo di confronto con il Governo e stanno cominciando a chiedere delle cose. L’iniziativa è “La musica che gira” e speriamo che cambi al più presto qualcosa.

L’ultimo concerto a cui hai assistito?

Era settembre/ottobre e sono stato a un concerto per l’Internet Festival qui a Pisa. Era un evento con vari ospiti e ho visto Giancane, Petra Magoni, Paolo Fresu e molti altri. Ho partecipato anche io all’evento ed è stato molto emozionante, ma soprattutto c’ha fatto venire voglia a tutti di tornare sul palco. Poi c’hanno subito richiuso ma è stato breve ma intenso.

Ultima domanda, il classico “fatti una domanda e datti una risposta”, che puoi dirci?

[Ride] Bellissima questa. Allora la domanda è questa: qual è il consiglio più bello che ti è stato dato prima di salire su un palco? La risposta è: divertiti! Perché quando un artista si diverte e in qualche modo si emoziona l’operazione spesso ha successo. Quando l’artista vive quello che sta facendo e riesce a divertirsi e a fare un lavoro con gioia sono tutti felici anche il pubblico.