Il musicista Teo Manzo, in arte Kublai, fotografato da Simone Pezzolati.
Il musicista Teo Manzo, in arte Kublai, fotografato da Simone Pezzolati.

Il silenzio del racconto di KUBLAI nel suo omonimo disco d’esordio

Un disco bello, intenso, assai forte, differente. Si chiama “Kublai” e segna l’omonimo esordio discografico di quello che è il nome del nuovo progetto solista di Teo Manzo, cantautore con sede a Milano da cui porta avanti il suo progetto chiamato, appunto, Kublai.

Uscito per il mondo il 4 Dicembre di questo 2020, “Kublai” è un viaggio. Un viaggio che ricalca il silenzio delle conversazioni in cui a parlarsi è il sentirsi in/comune. Un avvicendarsi dialogico quello che nei nove brani del disco va snodandosi da capo a coda.

Come a ridurre le parole per addensarne il silenzio condiviso, in “Kublai” i giri delle corde e le architetture sonore costruiscono un tempio alberato dalle folte chiome che paiono miraggi e che pure hanno salde radici. Questo per dire che molte e diverse sono le suggestioni sonore che arrivano dall’orecchio alla mente e/o viceversa. Di certo, Kublai ha scritto un disco che vuole essere ascoltato. Che se ha bisogno dell’orecchio è perché questo debba essere aperto. E non è mai scontato, come del resto arguì Murray Shafer nel suo “Soundscape” del ’77.

Un avvicendarsi dialogico che è bello, intenso, assai forte e differente. Questo, ciò che nei nove brani di “Kublai” va svolgendosi e snodandosi da capo a coda

I brani, tutti, sono uno più buono dell’altro. Non secondo un senso temporale o numerico, ma secondo gli scambi immaginati e concreti che ritagliano le atmosfere, le vibrazioni, la qualità del suono, della voce e delle liriche. Parole che sembrano trovare una collocazione perfetta dentro dipinti impressionisti-ci. Apripista è “Pellicano”, una ballata che vibra e fa vibrare, che subito suggerisce una certa solennità nelle intenzioni vocali e dunque musicali e, quindi, anche testuali.

C’è poi “Orfano e Crearore”, il singolo che ha anticipato l’uscita del disco e che forse più lo rappresenta nel concept. Una sorta di filastrocca modernissima e pure che ha il colore delle costruzioni antiche. “Nevai” è invece un abbraccio senza articolazioni. Un battito lento e regolare, ma aperto, quasi voglioso d’ influenze addolcite, di una mano sulla fronte, un alito caldo di un respiro presente.

Parole che sembrano trovare una collocazione perfetta dentro dipinti impressionisti-ci

Il singolo più a portata d’orecchio del disco sembra invece essere “Cipango”. Elettronica che va al metronomo che ho ingoiato da bambino e che danza, in fondo, nello stomaco del passato che ancora ingurgita il presente. “Lulluby (Ora dormi degli oceani)” è pura distensione e rilascio d’energia. Chitarre che navigano sperimentazioni che sempre, come in tutto “Kublai”, sono al margine che collega memoria e visione.

Come anche “Alla Luce”, brano denso e ricco di riferimenti, se non omaggi, a quel rock visionario creato in Italia che un poco ricorda i Verdena e un poco getta basi di ri-conoscimento per Kublai. “Le soglie del dolore” è l’ascesi verso la liberazione suprema che bene ha accompagnato la lettura de “Il nostro bisogno di consolazione” di Stig Dagerman da parte di chi – ora – scrive ed ha ascoltato il disco.

“Musa” è un altro singolo che ancora singolo non è. Ritmica e dallo squisito senso pop che va a preparare un finale più disteso, calmo e d’una materia quasi non materica. “È l’ora delle visite, Vincenzo” conclude in bellezza il viaggio di una solitudine che si duplica e moltiplica lungo un percorso che al cronometro dura circa tre quarti d’ora. In verità, il tempo è dilatato insieme a “Kublai”. Capace, come pochi ultimamente, d’ entrare sottopelle ed iniettare dosi di emotiva intensità. Un esordio che è un racconto e che ci si augura poter presto ascoltare dal di qua di un palcoscenico.