Una foto di scena di "When the Rain Stops Falling".
Una foto di scena di "When the Rain Stops Falling".

La saga generazionale WHEN THE RAIN STOPS FALLING a Teatro Argentina

Australia, 2039. In un futuro quasi realistico il pianeta è tormentato da una pioggia incessante. Un nuovo diluvio universale ha sommerso l’America, il Bangladesh, ha rinchiuso gli uomini nelle case. In una di queste, un padre sta per ricongiungersi con il figlio, pronto a offrirgli una zuppa di pesce, letteralmente un dono del cielo, un po’ meno pronto a dargli delle spiegazioni su chi egli sia e perché l’abbia abbandonato. Davanti al suo tavolo, Gabriel York (Marco Cavalcoli) inizia a ripercorrere una storia che coinvolge molte altre persone, a partire dall’incontro tra i giovani Gabrielle e Gabriel-padre nel lontano deserto del Coorong.

Attraverso quattro generazioni e quasi un secolo di storia, “When The Rain Stops Falling” diretto da Lisa Ferlazzo Natoli racconta la saga familiare dei Law e degli York mescolando suggestioni bibliche e riferimenti storici e letterari. In un viaggio non lineare tra il 1959 e il 2039 si sviluppano dinamiche familiari spinte all’esasperazione, si sviluppano le cui conseguenze si fanno chiare poco a poco e si estendono al di là delle singole vite. Con grande sensibilità verso ciascun personaggio,  l’autore Andrew Bovell esplora la ricerca di identità dei giovani Gabriel e Gabrielle (Fortunato Leccese e Anna Mallamaci), il difficile rapporto con la maternità, con la malattia, i terribili segreti che cercano di nascondere anche a se stessi.

“When The Rain Stops Falling” ci dice che la nostra famiglia è nelle parole che usiamo e nelle scelte che facciamo.

L’incontro tra padre e figlio è il rivestimento della elaborata macchina che l’autore australiano Andrew Bovell e Lisa Ferlazzo Natoli costruiscono con cura, per innesti, ripetizioni e incroci. Le scene scivolano fluidamente l’una nell’altra e i personaggi si sovrappongono su diversi piani temporali, come a ricordare la presenza silenziosa delle generazioni passate e future. In parallelo alla storia intima e familiare viaggia scandita la macrostoria. Dai carri di Praga all’epoca Thatcher, ogni riferimento di “When The Rain Stops Falling” è un gancio temporale ben preciso che tiene stretti il realismo e la distopia di un futuro prossimo in cui si sta realizzando un nuovo diluvio universale.

Il tempo atmosferico ha uno spazio preponderante. Con pioggia e neve costituisce la voce di una dimensione che si vorrebbe chiamare divina, anche se i personaggi professano un ateismo che è soprattutto una difficoltà nel trovare dei veri idoli. Lisa Ferlazzo Natoli compone una scena in cui ogni cosa è di seconda mano. Il fondale mostra un muro grigiastro, striato di sudiciume, sistemato con la vernice avanzata, che serve solo a nascondere. A furia di nascondere niente si risolve, a furia di nascondere si finisce per restare in silenzio. Più volte si ripete che non avere niente da dire è come avere così tanto da dire da aver paura di cominciare.

“When The Rain Stops Falling” è un gancio temporale ben preciso che tiene stretti il realismo e la distopia di un futuro prossimo.

“When The Rain Stops Falling” ci dice che la nostra famiglia è nelle parole che usiamo e nelle scelte che facciamo. Gioca sul contrasto tra conservare e lasciar andare ma, soprattutto, è una lunga ricerca dell’identità attraverso il tempo e lo spazio. Di generazione in generazione, le vestigia che rimangono sono tutt’altro che imponenti e spesso incomprensibili, come un pezzo di legno o un cappello senza proprietario. All’ultimo discendente, Andrew Price, rimane una serie di oggetti, eredità misteriosa per colmare i buchi di un mosaico che spetta al giovane ricomporre e nominare, alla presenza del passato che lo osserva intorno al tavolo.

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