I Deproducers con il filosofo Telmo Pievani

I misteri della vita sono imbottigliati nel “DNA”, terzo album dei DEPRODUCERS

In quante declinazioni è possibile cogliere la vita? Il DNA dovrebbe essere il senso primario con cui si dovrebbe descriverla, che permette di fuoriuscire dal fanatismo specista grazie alla ricerca scientifica. Persino etimologicamente la biologia può rivendicare la comprensione della vita nella sua essenza. Con “DNA” i Deproducers sintetizzano gnoseologia e ontologia attraverso la musica. A seguito di “Planetario” e “Botanica”, “DNA” è un concept album che attraverso la suggestione estetica veicola tesi e ipotesi scientifiche che illuminano il mistero della vita. Sono Gianni Maroccolo, Riccardo Sinigallia, Massimiliano Casacci e Vittorio Cosma, e non hanno alcun bisogno di essere presentati. Sarà “DNA” a parlare per loro.

In origine c’era solo materia, a cui con molta riluttanza daremmo il significato di vita. Da “Abiogenesi”, headtrack di “DNA”, diventa musica il rumore che si è protratto per eoni, antecedente la vita biologica.  In “Storia compatta della vita” sono il filosofo Telmo Pievani e Riccardo Sinigallia a dare voce ai testi alla cui scrittura ha lavorato anche Vittorio Cosma. Sebbene a livello ontologico probabilmente la terza traccia è l’anello logico che lega la prima alla seconda, è chiaro che a livello didascalico “Storia compatta della vita” serve a darci una cornice di senso storica, in cui al centro non c’è l’uomo ma la vita biologicamente intesa.

Con “DNA” i Deproducers sintetizzano gnoseologia e ontologia attraverso la musica

Riassunta in un anno, secondo i Deproducers suonerebbe così: «Se le condizioni ambientali lo permettono ha inizio la vita sulla terra» il primo gennaio, alle 23.59 e qualche secondo si sviluppa la storia come la conosciamo, con l’ultima glaciazione che era finita alle 23.58 del 31 dicembre. Un riassunto montato su un ritmo frenetico costruito elettronicamente, poi armonizzato dalla chitarra, e infine riempito dalle percussioni. Al termine della narrazione, la marcia terribile porta a costruire strato dopo strato un ambient psichedelico dalle tinte vagamente cyberpunk.

Sfocia in un arpeggio al piano che fa sfogare la chitarra in un assolo piuttosto espressivo. Su questo discorso si riaggancia Caso e necessità, sul tappeto elettronico ricostruito con maestria e sapienza dei suoni analogici di “Abiogenesi”. Synth e percussioni sono i grandi protagonisti di questa traccia, collocandola in un’atmosfera tra un’atmosfera a metà tra l’epico e il sinfonico, tra il mitologico e il religioso. D’altronde, a metà tra il contingente e il necessario si colloca il sacro. E nel duello mortale tra dio e natura, i Deproducers ci orientano verso la natura brulicante di vita: «La selezione naturale è la necessità che si nutre del caso».

Con la titletrack, abbiamo la formazione dell’elemento alla base di ogni forma di vita. Con “DNA” il ritmo accelera, insieme alla pronuncia a cascata delle iniziali delle basi azotate. Sonoramente i Deproducers evocano le immagini stilizzate di catalizzatori che dividono o intrecciano i filamenti che compongono il codice nucleico. Sfilano a velocità supersonica. “Suite cellulare” è una complessa composizione a capitoli. Con atmosfere diverse, solo a volte accompagnate da didascalie vocali, i Deproducers illustrano vantaggi e svantaggi di organismi procarioti ed eucarioti.

Sonoramente i Deproducers evocano le immagini stilizzate di catalizzatori che dividono o intrecciano i filamenti di “DNA”

“Cancro” delude ogni pregiudizio. Ma non è un caso che per buona parte della traccia manchi una qualsivoglia atmosfera tombale. Semplicemente ad un certo momento ti ritrovi sommerso da sonorità rock-noise. Così è il cancro: a un tratto diventa tardi per combatterlo. “L.U.C.A.” ha le fattezze di una colonna sonora, che immerge l’ascoltatore in un fluido denso in cui resta intrappolato fino alla fine della traccia, da cui viene poi abbandonato in modo brutale. I fili melodici sono intessuti in modo simile in “Serendipità”, fenomeno tipicamente umano che rende possibile ogni scoperta.

“DNA” è un lavoro in cui ci si immerge volentieri. Composto con un’elettronica calda e avvolgente, ciò che si raccomanda all’ascoltatore è di chiudere gli occhi e di lasciarsi guidare dalle onde sonore. Se fosse impossibile escludere qualunque infiltrazione luminosa, bisognerebbe chiedere direttamente ai Deproducers cosa sarebbe il caso di vedere proiettato sullo schermo affinché l’esperienza sia completa. Nel tour di presentazione era accompagnato da una scenografia apposita. Curare anche il senso della vista o escluderla del tutto non annichilirà la sensazione estatica impartita dalle lezioni di “DNA”.