Haken
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ROCK IN ROMA, gli HAKEN per la prima volta: “Let’s do it again sometimes!”

Grande performance quella del 7/07 che si è tenuta all’Ippodromo delle Capannelle di Roma per la rassegna musicale Rock in Roma. Sul palco, la britannica progressive metal band Haken, a Roma per la prima volta. Annunciati assieme a uno special guest, l’apertura del concerto è stata affidata ai toscani New Horizons, formazione prog metal a sei teste che accompagna e accompagnerà tutte le date europee degli Haken. Una cosetta da niente, eh?! Si esibiscono che è ancora giorno. Finalmente, a interrompere gli sponsor cine-televisivi del festival e tutta una serie di domande sul perché di persone ce ne siano davvero così poche. Per una band come gli Haken, importante ed influente nel panorama del prog e del metal, ci si aspetta per lo meno un nutrito gruppo di seguaci. In duecento, forse trecento: come si dice “pochi ma buoni”, o almeno si spera.

I New Horizons attaccano. Tecnica e cuore a servizio di canzoni buone, robuste e piuttosto melodiche, sostenute da una presenza vocale importante. Nel giro di tre – quattro? – canzoni, si è sentito un rimando vivace alle sonorità dei Sonata Arctica, anche nella voce di Oscar Nini, vocalist pulito e dotato. Belli alcuni momenti riservati alle tastiere di Luca Guidi, emersi da un basso potente – forse troppo – e una batteria dura e martellante di Federico Viviani. Due le chitarre. La ritmica di Nicola Giannini – mai troppo dinamica – e la leader di Giacomo Froli incisiva ma forse indebolite davvero dalla potenza acustica del basso di Claudio Froli. Una performance apprezzata, ad ogni modo. Peccato davvero per il volume del basso, troppo alto, troppo “coprente”.

Grande performance,quella del 7 Luglio all’Ippodromo delle Capannelle. Sul palco, per la prima volta a Roma, i britannici Haken.

Dopo il lancio di plettri e bacchette, la pausa cambio-palco viene male accolta dai presenti. Con ironia e impazienza si incita agli Haken, alla musica dura, alla musica rock. Come dargli torto visti i quasi cinque minuti di povero reggaeton spiattellato sullo schermo dove di lì a poco, comunque, sarebbe comparso l’artwork della cover di “Vector”, l’ultimo lavoro discografico della tanto attesa band. Un’immagine alla test di Rorschach rosso nera, affascinante e ambigua che accompagna il campionamento di diversi motivi musicali, come a riproporre lo scorrere delle frequenze radiofoniche. Una stazione si trova e suona Gioacchino Rossini. A una velocità acceleratissima, tanto da risultare elettronica, L'”Overture” del Guglielmo Tell crea l’atmosfera perfetta che anticipa l’ingresso sobrio ed elegante del sestetto. Ciascuno nel suo nero, tutti prendono il proprio posto.

Richard Henschall, lead guitarist, alla destra. Dietro di lui, Conner Green col suo basso a nove corde. Al centro, davanti lo schermo, il mostruoso batterista Ray Hearne e alla sua sinistra il tastierista scatenato Diego Tejeira. Davanti a lui, un placido e superbo Charlie Griffiths, seconda chitarra. Tra applausi che da timidi diverranno sempre più caldi, attaccano “Clear”, brano strumentale in apertura allo stesso album che anche nel live funge da intro, rombante e potente,per “The Good Doctor” il primo in cui uno splendido Ross Jennings dà prova d’impeccabilità vocale. Non solo lui: l’amalgama del gruppo, la coesione, il talento e l’esperienza sono da subito sciorinate in una successione dinamica ed emozionante. Siamo ancora a “Vector” e “Puzzle Box” a chiuderne una prima, eccellente presentazione.

Si passa a “The mountain”, terzo lavoro discografico degli Haken che trova in “In memoriam” una prima e calda ovazione del pubblico. Introdotta da un arpeggio di corde alla tastiera, il brano mostra la capacità tecnica di tutti i membri della band. Niente che sia fuori posto. Pelli, corde e pedali che sembrano protesi di un corpo con tantissimi arti. L’atmosfera è ormai elettrica, si fa sempre più intensa. “Earthrise” , da “Affinity” – l’album definito capolavoro degli Haken – rende con forza la maestosità e gentile violenza della ricerca sonora del gruppo. Si torna a “Vector” e con “A cell Divides” la pesantezza del metallo disinibisce il sottopalco che, finalmente, comincia a pogare. Con “Pareidolia” si ha la certezza: il pubblico è caldo, attento e voglioso. È qui, nel suo bellissimo assolo, che si notano le decorazioni fatte di piccoli teschi sulla tastiera di Tejeira.

L’amalgama del gruppo, la coesione, il talento e l’esperienza sono da subito sciorinate in una successione dinamica ed emozionante

Ancora pogo per “Nil by Mouth”, strumentale potente e virtuosa in cui gli Haken dimostrano un possesso impressionante della tecnica. La grandiosità del suono à la rock-opera torna con 1985, brano per cui Jennings – che finora non ha fatto che mostrare una grande presenza scenica, mai invasiva eppure notevole – indossa degli occhiali verde fluo che molto ricordano l’artwork di copertina di “Affinity”, da cui il brano è tratto. Since we’re in Rome for the first time, we thought you’d like some extra songs o qualcosa del genere. Che fosse o meno in scaletta, l’attacco di “Cockroach King” manda in estasi il pubblico, evidentemente affezionato al gruppo. E per quello che è forse il brano più conosciuto degli Haken, il pubblico salta e dal palco se ne avverte la gioia. Otto minuti d’avant-guarde, cambi ritmici e cori.

Da qui, un tuffo nel passato di “Vision” – secondo disco – con il marchio del prog metal ben stampato dentro i suoni per poi tornare all’oggi con “Veil” e i suoi 12 minuti di “larghezza”. Gli Haken escono, ma non ci crede nessuno. Brevissima la pausa che anticipa il finale, totalizzante ed estatico di “The Architect”, da “Affinity”. Un quarto d’ora di pura energia elettrica e aliena. Perfetta per quella che sarà forse una delle migliori esibizioni live del Rock in Roma. Questo lo dico perché gli Haken sono stati impeccabili. It has been a pleasure to play here in Rome for the first time. Let’s do it again sometimes. Eh sì, facciamolo ancora, ce lo auguriamo un po’ tutti.

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