Bruno Dorella, Nicola Manzan, Roberto Villa e Alessandro Vagnoni sono i Ronin.
Bruno Dorella, Nicola Manzan, Roberto Villa e Alessandro Vagnoni sono i Ronin.

RONIN: “Venite a vederci dal vivo. Suonare è la nostra vita”

Salve, Ronin! Music.it vi dà il benvenuto sulle sue pagine! Per rompere il ghiaccio mi piacerebbe chiedervi un aneddoto tratto dal vostro lavoro in studio e live. Avete qualche storia curiosa, strana o divertente da condividere con noi?

Temo che alla nostra età qualunque aneddoto sia poco interessante per il pubblico. Oppure talmente interessante da non poter essere rivelato.

Peccato, mi sarebbe piaciuto scoprire qualche retroscena! Comunque, il vostro “Bruto Minore”, uscito a metà settembre, ha segnato il ritorno del vostro progetto musicale. Una creatura di Bruno Dorella, che si ripresenta con una formazione nuova. Bruno, ci potresti parlare della storia di “Ronin”, che parte dal 1999? Cosa è cambiato da allora per te, a livello creativo?

Urca, cerco di riassumere questa storia ventennale in poche righe. Un punk, che poi sarei io (Bruno), da sempre appassionato di ogni tipo di musica, si mette in testa di mettere su un gruppo che ricordi le colonne sonore dei film, soprattutto spaghetti western. Mette insieme una band, e la cosa in qualche modo funziona. Negli anni ci siamo tolti diverse soddisfazioni: abbiamo fatto 6 album, alcune colonne sonore originali per il cinema, tour in Italia e all’estero, abbiamo anche avuto qualche “disco del mese” sulla stampa musicale specializzata. A livello creativo tutto gira sempre intorno ai temi della chitarra, rigorosamente pulita. Negli anni il western è diminuito, l’isolazionismo chitarristico è sparito, e sono comparse influenze di musica orientale, classica, qualcosina di jazz, e le colonne sonore di film di arti marziali cinesi. Il tutto alimentato dall’avvicendarsi di musicisti di grande talento, che portano ogni volta il loro background al servizio dei Ronin.

Il gruppo si è rinnovato radicalmente in questi due anni di pausa. Come vi siete trovati a lavorare insieme, venendo da esperienze diverse?

Le esperienze diverse sono una risorsa, e comunque siamo tutti professionisti, capaci di districarsi in un ventaglio molto ampio di generi musicali. Alessandro Vagnoni (batteria) viene da scuola prog e turnismo metal, Roberto Villa (basso) dalla canzone rock d’autore, Nicola Manzan ha un passato di classica al violino, ed è stato turnista con molte band rock pop di fama nazionale. Direi quindi benissimo, c’è tanto talento da cui posso attingere per i miei diabolici scopi.

Marco Giunio Bruto, assassino di Cesare che muore in difesa della repubblica, grandeggia al centro dell’album. Da fan di Leopardi, non ho potuto non apprezzare. Cosa vi ha ispirato di questo personaggio?

Non è tanto il personaggio di Bruto a contare qui, quanto il significato che sta dietro alla Canzone leopardiana: ovvero il suicidio come dignitosa via d’uscita da parte dell’uomo valoroso. Constatata la pochezza dell’umanità, e il disinteresse capriccioso con cui la divinità vi si relaziona, l’uomo libero può decidere di porre fine alla sua vita con un gesto eroico, che non è fuga, ma decisione consapevole.

Il vostro orizzonte musicale ha chiaramente ispirazioni varie, dal progressive italiano agli Hun – Huur – Tu. Ma quali sono le band che più hanno ispirato il vostro percorso artistico?

L’elenco sarebbe infinito e anche diverso da musicista a musicista. Rispondo io con le influenze che sono state alla base del periodo di partenza dei Ronin: Ennio Morricone, Labradford, Angelo Badalamenti, e aggiungerei anche il Neil Young di “Dead Man” di Jim Jarmusch. Poi oggi sono troppo “dentro” al discorso per avere una visione distaccata e dirti cosa mi influenza veramente. Un gruppo che, sotto traccia, ha sempre influenzato i Ronin, sono gli Iron Maiden. E dico sul serio.

Di “Bruto minore” mi ha colpito la varietà di suggestioni. Dalle praterie americane alla Siberia, passando per la Roma antica. Quanto ci è voluto a mettere su questo lavoro? Avete cominciato a lavorare su idee già messe giù o siete partiti da zero?

Di solito io scrivo gli scheletri portanti dei pezzi: la maggior parte dei temi, l’idea di base degli accompagnamenti, e descrivo l’atmosfera di fondo di ogni brano. Poi ci troviamo e, in un tempo sorprendentemente breve, i pezzi nascono. Questa volta mi sono adattato alla contemporaneità mandando addirittura dei demo in remoto agli altri, il che ha accelerato ulteriormente il processo (anche grazie alla loro pazienza nel decifrarli: non sono un drago dei software…). Dovevamo arrivare in studio già molto pronti, perché registravamo in analogico su nastro magnetico, suonando tutti insieme. Quindi dovevamo già conoscere bene le nostre parti. E’ andato tutto piuttosto liscio. Tutto il processo, dall’inizio dei miei demo alla registrazione, non ha richiesto più di un paio di mesi.

Inserire “Tuvan Internazionale”, canzone dell’Internazionale comunista Tuvan, nel vostro album, manifesta con un certo sfacciato (e ormai inusuale) orgoglio precise idee politiche. Pensate che la politica abbia ancora spazio nell’arte?

La politica è sempre presente nell’arte. Anche l’assenza di politica è una presa di posizione. Il disimpegno degli ultimi anni nella musica è destinato a finire, ma sono molto curioso di vedere che direzione prenderà l’impegno in queste generazioni che sono nate col rifiuto dello stesso. Comunque altre forme d’arte, penso soprattutto alle arti figurative, comprese street art, moda e tutte le nuove forme di espressione istantanea di internet, hanno preso il posto della musica in questo gioco dell’impegno, perché sono più rapide ad arrivare a segno.

Oggi nel mainstream, nel bene e nel male, regna la trap. Generi riflettuti e intellettuali, venati di ispirazioni classiche come il vostro progressive, hanno la loro nicchia di appassionati. Senza voler polemizzare, ma semplicemente con la curiosità di chiederlo a persone che sono state nella scena musicale per molto tempo, cosa è successo secondo voi, in questi ultimi due decenni?

Se pensiamo che poco più di un secolo fa la musica, se non veniva fruita dal vivo, si leggeva e basta, e che solo 60 anni fa si ballava con lo swing, che negli anni ’70 i Weather Report riempivano gli stadi… Si capisce che c’è una forte esigenza di semplificazione nel pubblico. Il punk, proprio il punk da cui provengo, ha dato la mazzata finale alla questione, rendendo non solo inutile, ma anche un po’ sfigato, il concetto di tecnica, o di scrittura persino. Poi negli ultimi 3 anni c’è stato il primo, vero cambio generazionale che io abbia vissuto, con la musica che amavo completamente spazzata via dai vari neo-indie neo-cantautorato e trap. Semplicemente, i giovani comunicano in modo diverso, e quella è la musica che parla la loro lingua. Possiamo apprezzarla (sinceramente o con sforzo) o rifiutarla (dopo averla ascoltata attentamente o semplicemente rifiutata), in qualche caso anche capirla. Ma appartiene a loro, non a noi. E loro questa cosa la rivendicano, giustamente.

Mi ha fatto molto piacere chiacchierare con i Ronin e gli faccio i migliori auguri per l’album! Lascio a voi l’ultima parola!

Abbiamo circa 40 date in tutta Italia ed Europa da qui a fine Gennaio, sicuramente ci sarà un posto vicino a dove abitate in cui verremo a suonare. Vi invitiamo a venire a vederci dal vivo, in fondo tutto quello che facciamo è in funzione di andare in giro e portarvelo in concerto sotto casa. È la nostra vita.