Una foto promozionale dei Tritonica.
Una foto promozionale dei Tritonica.

I TRITONICA e la DISFORIA, un connubio che spacca

“Scusami, chi sono ‘sti tre?”. “Si chiamano Tritonica. Spaccano i culi ve’?”.

Era la prima domenica di giugno e io mi trovavo in un luogo bellissimo che non nominerò.
Sorseggiavo una fantastica coppa di grappa polacca quando, da subito, il fuoco alle interiora s’è confuso col battito del petto all’ascolto del tritono. Le mie orecchie ne hanno benedetto il suono.

Distorsione sapiente alla Tool, dilatazione del tempo costante e spietata. Questo l’effetto sul cuore, quello il lavoro del tritono. È certamente dentro l’illusione acustica che dà l’accordo di due note distanti di tre toni, che i Tritonica hanno impacchettato il loro stile. Il tritono, sì, ma anche il talento e la passione, quella del cuore che sanguina.

La disforia è una resistenza al male. “Disforia” è un prisma di contrasti molesti e veraci.
“Al-Ghazali” è il brano d’apertura. Una sorta di bianconiglio distorto e prepotente, in cui l’hard core che dà polso al disco intero è setacciato e distribuito in guizzi parapsichedelici conditi di rabbioso sludge: siamo nella tana.

Una tana che pare disturbata, inqueta. “Manjala” è una creatura che si dimena in una gabbia. Una creatura prog aggressiva e con la coda: “Zags in Bb” è il colpo frustrato e asfissiato del suono impazzito. Un colpo di coda che ci sbalza verso le atmosfere meno contratte e quasi distensive di “Alchimia del Fato”. Comunque, si respira.

La disforia è una resistenza al male. “Disforia” è un prisma di contrasti molesti e veraci.

E si prosegue. “Cronotopica” spazza via la bussola: la matrice prog/sludge indica chiaro il percorso introspettivo, asciutto, istintivo. Quello che porta al sentimento, alla ricerca del suono. “Semiramis” è il fulcro del trip emozionale e profondo che è “Disforia”. Strumentale e depressivo, il brano recita alcuni dei versi del canto V dell’Inferno della “Divina Commedia” di Dante, meglio noto “Il Canto di Paolo e Francesca”.

I Tritonica rendono invece omaggio a Semiramìs di cui si legge che succedette a Nino, e ne fu sposa. E nel suo specchio, “Semiramide” è sporca, postuma a se stessa. Un devasto che conduce a un’afasia elettro-shockata. È “Solve”: l’istante che precede il salto finale, quello nel reale, quello più lungo, il più gravido.

In 11 minuti e 25 secondi di bellezza in discesa vorticosa e strumentale, “Mimonesis” raccoglie il peso dell’esserci. Inusuale la psichedelia. Lanciata come una zattera, restituisce al silenzio che l’accompagna la grevità della sua violenza. Una violenza che piange lacrime d’oppio e lacustri dal gusto Alice in Chains. Feroce e umana. Agli abissi del sé.

“Disforia”, in sostanza, è un disco di pura intensità. Un disco pieno di frastuono e delirio con all’interno una distorsione sonora e vocale che mai risultano invadenti. Sono invece azzeccatissime.
È il caso di dirlo: i Tritonica hanno partorito undici tracce che ti prendono, ti portano sott’acqua e ti ci lasciano nuotare, in bilico tra immersione e annegamento.

“Se spaccano i culi? Ma questi spaccano tutto. Sono dei folli e sono bravissimi”.

 

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TRITONICA

DISFORIA

9 ottobre 2018

Dischi Bervisti

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