Luciana Patulli, in arte Luci, cantarpista di origini molisane
Luciana Patulli, in arte Luci, cantarpista di origini molisane

La cantarpista LUCI racconta se stessa tra il suono dell’arpa e un gusto elettro-pop

Una voce sottile, eppure avvolgente. Una musica dolce, ma un arrangiamento attento. La semplicità dell’acustico che si sovrappone all’elettronico. Tutto questo è “Luci”, l’esordio di una giovane cantautrice, o meglio, cantarpista di origini molisane. L’album è l’esito di un bagaglio artistico che Luciana Patullo, in arte Luci, arricchisce da anni; dagli studi di musica a Roma, dove collabora ad un recital sulla poesia e le canzoni di Bertold Brecht, ad un periodo trascorso a Vienna, dedicato allo studio dell’improvvisazione vocale, la composizione e l’arpa celtica. “Luci” è una raccolta di canzoni che nasce dall’incontro con la chitarra di Stefano di Matteo e l’elettronica di Aurelio Rizzuti (anche arrangiatore dei brani). Musica e testi (ad eccezione de “La semplice volontà”, scritta e composta da Giuseppe Zingaro dei Viito), sono tutti della cantautrice.

“Luci” è un racconto delle proprie paure, trasformazioni, prese di coscienza di un cambiamento interiore, un intimo e mai banale scavo in se stessa

La cantarpista dedica questo album alle sue paure, alle sue trasformazioni, alle lotte che ha affrontato nella vita; scontri quotidiani con il proprio corpo, la fine di un amore, il bisogno di essere sé stessi. I racconti di Luci sono la presa di coscienza di un cambiamento che è allo stesso tempo un miglioramento interiore. A spezzare momentaneamente l’intimità dell’album sono invece una versione acustica de “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla e la storia di “Johanna”, dedicata alla figura della cognata di Van Gogh. C’è un gusto semplice, ma mai banale, nei testi della cantautrice; a metà tra poesie e una cantabilità più leggera, emergono per il loro equilibrio tra evocazione e racconto.

Un ensemble ricco accompagna le parole della cantautrice: dagli immancabili arpa e pianoforte alle chitarre, dagli archi all’elettronica. Solo in alcuni casi la formazione emerge (giustamente) con insistenza per sovrastare i momenti più energici (ad esempio ne “La Semplice Volontà” o “Il Bolero delle Mante”); più in generale l’arrangiamento strumentale predilige (e azzecca) un intelligente equilibrio con l’intento intimista della cantante. L’uso delle basi elettroniche è senza dubbio ciò che più stuzzica l’orecchio; non rischia né il pacchiano né lo sfacciatamente pop, e assume un duplice ruolo. Da una parte definisce e completa il sound differente di ogni brano (dall’uso circolare in “Dal Principio” e ipnotico in “Anemone”), dall’altra fornisce una forza propulsiva al lato più cantabile, riuscendo così sicuramente ad ampliare il raggio degli ascoltatori dal gusto meno vicino proprio a tale sound.

L’uso delle basi elettroniche è senza dubbio ciò che più stuzzica l’orecchio, non rischiando né il pacchiano né lo sfacciatamente pop

“Luci” un album che, seppur avendo ancora troppo le forme di un esperimento, tira fuori già molti pregi di una nuova cantautrice. Non si può non restare incantati da un disco che si mostra introverso e allo stesso tempo esplosivo: è la stessa Luci a parlare di come sono gli opposti ad attrarla, quella “dualità [che] non esiste, è un sistema che noi creiamo per comprendere meglio la realtà, per schematizzare un mondo che schematizzabile non è”. In “Luci”, musica e testo concorrono con successo al superamento di questa dualità, per mostrare, con animo sensibile, la ricchezza della nostra interiorità. Una musica per chi, ogni giorno, parafrasando la dolcezza della cantautrice, si sente dire di essere “troppo buono per il mondo” e che, esplorando quel “limite”, ne fa la propria forza.