In foto i La Rive Gauche. Da sinistra: Massimo Grecchi, Roberto Costa, Luca Cresta (davanti) e Fabio Lanzi. Credit: Jevo Photography.
In foto i La Rive Gauche. Da sinistra: Massimo Grecchi, Roberto Costa, Luca Cresta (davanti) e Fabio Lanzi. Credit: Jevo Photography.

LUCA CRESTA (LA RIVE GAUCHE): “La cosa più importante di tutte è l’aspetto umano”

Luca Cresta, compositore e tastierista dei La Rive Gauche, benvenuto su Music.it. Una tradizione molto cara al nostro magazine è chiedere all’artista un aneddoto particolare legato alla carriera musicale. Qual è il tuo?

Ne ho uno che fa proprio riferimento all’ultimo lavoro di cui stiamo parlando, coi La Rive Gauche, accaduto una delle prime volte in cui ho suonato uno dei brani di “One!”. Un brano a cui sono molto affezionato perché dedicato a mio padre, che non c’è più. Ho avuto un’emozione così forte che mi son dovuto fermare, faticavo ad andare avanti e a ricordarmi il pezzo. Una cosa strana, specialmente per chi, come me, frequenta il palco per tanti anni. Era tantissimo che non mi succedeva una cosa del genere. La musica, in fondo, è umanità.

È ricordo molto toccante, e ti ringrazio per averlo condiviso con me. Non posso che trovarmi d’accordo. Ma come è nata la passione per la musica? Cosa ha fatto scattare la scintilla?

L’inizio risale purtroppo per me a moltissimi anni fa (ride). Tutto è nato quasi per caso, perché nel mio ambito familiare non c’era tanta tradizione musicale. È una cosa che ho cominciato un po’ come tutti, con i flautini (ride) e l’armonica a bocca. Un Natale avevo ricevuto un piccolo organetto, uno di quelli per bambini. In qualche modo ho potuto iniziare a riprodurre le cose che avevo in testa, o ciò che sentivo a orecchio e che mi aveva affascinato. Il colpo di fulmine c’è stato la prima volta che ho sentito il pianoforte dal vivo. Suonavo già la chitarra da almeno un paio d’anni, ma mi sono innamorato del piano e ho deciso che sarebbe stato lo strumento della mia vita.

Quindi hai anche avuto a che fare con molti altri strumenti.

Diciamo che dal punto di vista della tecnica strumentale quelli che conosco di più sono il piano e lievemente la chitarra. Gli altri li conosco anche per via del mio lavoro di arrangiatore e orchestratore, visto che mi occupo di colonne sonore da ormai quindi anni circa. Ho dovuto imparare a conoscerli e farli usare ad altri strumentisti, e creare degli arrangiamenti che potessero funzionare in base al lavoro che mi veniva affidato di volta in volta.

Una cosa bella è che sei riuscito ad accomunare fortunatamente, se di fortuna si può parlare, lavoro e grande passione.

Sicuramente, e non è sbagliato quello che stai dicendo. Un pochino di fortuna ci vuole anche, come nel fare gli incontri giusti. Nella musica alcune meccaniche non funzionano come in altri ambiti lavorativi. Se tu non sai fare le cose, prima o poi esce fuori (ride). Semplicemente non vai avanti, rimani a fare quello che sai fare. Se tu hai la passione, la costanza, l’impegno e quel minimo di talento necessario per andare avanti, e nello stesso tempo incontri delle persone che ti aiutano a valorizzare queste doti e capacità, allora l’insieme di questi ingredienti ti può davvero aiutare, come si suol dire, a fare carriera.

E che differenze ci sono per Luca Cresta tra un brano scritto per il cinema, o una serie TV, e qualcosa di scritto, invece, per te, per il privato? Immagino non sia la stessa cosa.

C’è una differenza sostanziale. Tutta la musica che viene scritta per un contenuto video, quindi per il cinema, una fiction, una sigla, è una musica “a servizio”; l’attore è, principalmente, sempre la presentazione grafica. Tu devi sempre, in qualche modo, piegarti alle esigenze comunicative di quel che è il contenuto video e creare qualcosa che l’arricchisca e ne sottolinei gli aspetti principali, e che soprattutto non lo intralci con una ridondanza. Se fai l’errore di rendere la musica protagonista nel video, laddove non richiesto (ride), fai un errore madornale. Possono esserci dei casi in cui regista ti chiede di essere protagonista con la musica, e che la scena risulti meno importante di quanto lo è solitamente. A quel punto la musica può respirare ed espandersi, altrimenti è sempre un compendio. Aspetto non poco importante, anzi.

Effettivamente vedo tutto sotto un’altra luce adesso.

Mi è spesso capitato di fare delle dimostrazioni ed evidenziare cose che solitamente l’utente medio non vede, ossia far vedere uno spezzone di un video con e senza musica. La reazione delle persone è sconcertante, perché solo in quel momento si accorgono di quanto l’appoggio della musica sia fondamentale. È come se in qualche modo la musica mi dicesse: “sembro data per scontata sulla scena” (ride). Siamo abituati così da sempre, ed era normale. Anche per me lo era prima di iniziare questo lavoro. Mi sono accorto dell’importanza di questo aspetto piano piano, approfondendo la tecnica e la conoscenza.

E se posso azzardare, non è neanche facile seguire delle linee guida per descrivere un personaggio, un paesaggio, o anche uno stato d’animo.

In effetti è abbastanza complicato, entrano in gioco diversi fattori. Sicuramente è fondamentale il tuo saper interpretare quelle che sono le richieste dell’interlocutore principale, cioè il regista. Ma non solo, perché i personaggi coinvolti nella scrittura di un film sono tanti. C’è il produttore, lo sceneggiatore, il montatore, l’editore e via discorrendo. Tutte persone che hanno un ruolo nella costruzione del prodotto finale. Dal punto di vista puramente teorico i compositori dovrebbero relazionarsi esclusivamente con il regista, che è un po’ il comandante della nave. In realtà non è quasi mai così, perché le interazioni all’interno della squadra di lavoro sono tante. Molto spesso anche i vari interlocutori non sono d’accordo con loro e su quello che vorrebbero sentire. A volte puoi trovarti in situazioni molto difficili. Sicuramente la difficoltà principale è nel capire cosa fare e cosa non fare durante la scrittura per la musica di un film.

Molto esaustivo, e soprattutto molto importante.

Questo particolare aspetto, in questo lavoro, è il punto chiave. Di musicisti che scrivono bene ce ne sono tantissimi, ma ci sono anche musicisti blasonati che si sono ritrovati nella scrittura della musica per un film senza averlo mai fatto. Molti di questi non sono stati in grado di capire le esigenze, e spesso fhanno fatto l’errore di cui parlavo prima, ossia rendere la musica protagonista. Questo per dire che è diverso quando scrivi qualcosa senza alcun vincolo. A quel punto puoi sguinzagliare la tua creatività e fantasia e fare quello che vuoi. Nei limiti di un genere, se te li vuoi porre, oppure no. Dipende da te.

A proposito di questo, tu fai “jazz nel senso ampio”. Hai avuto influenze dal tuo lavoro, dai cambi generazionali. Come sei riuscito a far sposare il tutto?

In realtà io non sono un jazzista nel vero senso della parola, come non lo sono i miei compagni di gruppo. Ci siamo spesso occupati di altri generi musicali e abbiamo una formazione un po’ diversa. Quando era ragazzino non ho iniziato con il jazz, ma con il pop, il rock e un po’ di tutto. Per diversi anni ho fatto anche quello che  richiede il mestiere, come suonare in giro e nei pianobar. Lì assaggi un po’ di tutto. In più, non avendo una formazione strettamente accademica, perché ho fatto il conservatorio ma non sono arrivato a concludere il percorso. Ho attinto a un po’ di classica, ma a un certo punto mi sono appassionato col jazz. Ho fatto un po’ di tutto, il che non mi rende specialista in nessun genere in realtà. Per alcuni può essere una limitazione, ma in alcuni casi può essere pensata come una risorsa, dipende (ride).

Beh, tutto questo percorso ti ha sicuramente aiutato ad arrivare a “One!”, l’album dei La Rive Gauche.

Assolutamente sì, e infatti lo considero, in un certo senso, come un punto di arrivo. Ci sono dei brani che attingono a delle suggestioni musicali che vengono più dal pop, o dal prog addirittura, che non dal jazz. C’è sempre una sorta di intelaiatura che è quella dell’impianto jazzistico; si espone il tema, poi a turno si improvvisa e si chiude con un’ultima esposizione del tema, che è proprio il classico percorso del brano jazz. Il jazz è l’ingrediente principale, ma ci sono tante altre cose all’interno. Penso a uno degli ultimi concerti che abbiamo fatto: un ragazzo, alla fine, venendosi a complimentare, ha detto che “sarà anche jazz, ma dentro ci sono tanti altri generi” (ride).

Ti ha sicuramente gratificato.

Mi ha fatto molto piacere, perché effettivamente io sono cresciuto a pane e Genesis. È normale che qualche influenza esca fuori. Quindi sì, “One!” è un punto arrivo momentaneo, anche perché sto scrivendo altre cose derivanti da altri progetti. Però lo considero un punto di arrivo perché ho messo insieme tante cose, tra cui il mio percorso e gli ultimi anni dedicati alle composizione delle colonne sonore. Per assurdo, quelle briglie che mi sono dovuto mettere, volontariamente, per scrivere musica per un film, ho dovuto scioglierle e dare spazio completamente alla musica che non venisse completamente vincolata alle necessità. Infatti ci sono brani che si sviluppano per sette/otto minuti, e dentro succedono un sacco di cose (ride).

Effettivamente in “One!” tutte le tracce sono molto corpose, solide. La differenza che ho trovato, confrontando il lavoro dei la Rive Gauche con quello di molti altri artisti, è l’assenza di virtuosismi ingiustificati. Sento spesso brani conditi con mere autogratificazioni, ma con “One!” non è stato così. Ognuno degli strumenti ha il proprio momento di luce, certo, ma comunque rimane tutto armonioso ed equilibrato, niente è lasciato al caso. E mi ha fatto dire “Wow!”.

Ti ringrazio del complimento. Questa è un po’ una critica che faccio a molte produzioni jazz, soprattutto negli ultimi anni. Ci sono dei musicisti bravissimi e preparatissimi, tecnicamente ineccepibili, ai quali manca però un po’ l’idea compositiva. Un brano non deve essere necessariamente cantabile per essere bello, però ci sono dei momenti in cui se, una melodia, al di là delle capacità improvvisative, ti colpisce e ti evoca qualcosa, secondo me funziona meglio. L’anima di un brano è l’intreccio tra gli elementi melodici e armonici. Per me melodia e armonia sono per me, come compositore, il punto centrale, quello a cui faccio più attenzione quando scrivo. Spero che questa cosa esca fuori.

Ti confermo che esce fuori benissimo. E come avviene, in te, il processo creativo nel creare uno di questi brani?

Non c’è una regola, ci sono brani che sono scritti proprio di getto e magari finiti nell’arco di una giornata. Altri, invece, hanno avuto un percorso un po’ più tortuoso. A volte scrivo una porzione che mi piace, ma poi non trovo alcuno spunto per andare avanti. Allora mi fermo, ci ritorno su dopo qualche giorno, poi ci torno dopo un’altra settimana, scrivo un accordo che poi non mi piace (ride) … Parto con una suggestione, a volte un solo frammento melodico, che poi viene in qualche modo sviluppato, e da un’idea ne nasce un’altra.

Tutt’altro che una passeggiata.

È un processo complesso. Per figurartelo in qualche modo, posso dire che è come un puzzle. Inizi con due pezzi e cerchi di capire a cosa possono corrispondere, e poi piano piano vai a cercare di completare il quadro. Ci sono puzzle che fai in un attimo, altri che ci vuole più tempo. Credo succeda un po’ a tutti. in gioco c’è anche il fattore dell’arrangiamento, perché mentre scrivo un brano al pianoforte cerco già di sentire cosa succederà con basso e batteria, o uno strumento melodico come il sax, nel nostro caso. Quindi mi metto al computer per farlo sentire ai miei soci e capire se quei suoni possono funzionare ed essere riadattati.

E per “One!”, la descrizione dice che, per i La Rive Gauche, è come “andiamo per i cani” o “la pappa per i bambini”. Un segnale che sprigiona adrenalina. Cosa succede quando viene suonato sul palco?

Succedono delle magie. Non essendo noi de jazzisti a tutto tondo, persone abituate a suonare ogni giorno in una città diversa, la nostra tecnica strumentale non è così affinata. All’inizio, quando abbiamo iniziato a portare in giro questo lavoro, c’era tanta tensione. Positiva, ma comunque tensione. Sono brani non tanto facili da eseguire che hanno bisogno di una grande interplay da parte dei musicisti sul palco. Non è che ognuno può mettersi a suonare per gli affari propri, o si va gambe all’aria in trenta secondi (ride). Ho voluto in qualche modo semplificare con il titolo, perché quando Massimo Grecchi dice “One!”, vuol dire che sta iniziando a contare il tempo, e non puoi più tornare indietro (ride). È un momento carico di tensione positiva e di senso, inizia un viaggio tutti insieme che va portato a compimento nel migliore dei modi.

Come sulle montagne russe, che prima di partire pensi “paura, paura, paura!”, ma poi ti diverti. E come è nato il gruppo e come vi siete conosciuti voi?

C’è un antefatto molto importante. Tutti e quattro ci siamo conosciuti nell’ambito della big bang di Genova, la Big Borgo Band, diretta da Claudio Capurro, che è un ottimo sassofonista, arrangiatore e direttore. Da parecchi anni raduna moltissimi musicisti, io ci sono dentro da circa sette/otto anni e non l’ho più lasciata. È un ambiente stimolante, perché non è la big band tradizionale di jazz. Facciamo anche molte cose recenti e moderne, e brani originali. Per esempio, di “Totani attoniti”, contenuta in “One!”, c’è anche una versione della Big Borgo Band.

Ed è lì che è nata la magia.
Nella big band c’erano Massimo Grecchi, che ne è il batterista storico fin dalla fondazione, Roberto Costa che suona il basso elettrico, e Fabio Lanzi al sax. Continuiamo a suonare in questa formazione divertendoci moltissimo, ma ad un certo punto ci è venuta l’idea di provare a suonare in quartetto. Ho iniziato a proporre alcuni dei brani da me scritti durante alcune sessioni. Da parte loro c’era molto entusiasmo, quindi abbiamo cominciato a montare i brani insieme. Il tutto ha iniziato a prendere forma quando abbiamo capito che ci stavamo affezionando al progetto. Quindi, ci è venuta l’idea di iniziare a registrare.
E penso proprio sia stata un’ottima idea.

Erano diversi anni che pensavo di fare qualcosa di mio, anche perché il lavoro di compositore di colonne sonore che faccio è un po’ da “seconda fila”. Non è che mi manchi il protagonismo, capiamoci: è un lavoro di cui vado molto orgoglioso. Ma a volte senti il bisogno di esprimere qualcosa di solo tuo. E questa situazione di quartetto – senza dimenticare che in fase di registrazione abbiamo inserito un giovane flautista molto brano, che anche lui militava nella Big Borgo Band, Giovanni Aquilino – ha portato a diversi incontri che sono poi divenuti assidui, un punto fisso, finché non siamo arrivati a registrare il CD. L’idea era di fare tanti concerti. Anche se quello che sta succedendo non è proprio incoraggiante (ride).

Un prodotto che rimarrà sicuramente nel tempo, anche perché percepisco che oltre al prodotto è nata anche una grande amicizia tra i membri dei La Rive Gauche.

Assolutamente, la cosa più importante di tutte è l’aspetto umano. Io con loro mi diverto tantissimo, non abbiamo mai screzi. Abbiamo sviluppato una certa dose di interplay e sappiamo anche criticarci a vicenda garbatamente, senza causare conseguenze spiacevoli (ride).

E se posso curiosare, cosa che amo fare, il nome La Rive Gauche come è nato?

Ho avuto l’idea di questo nome dopo, quando ho capito che il discorso di questo gruppo avrebbe potuto espandersi fino a un lavoro discografico. Mi è sempre piaciuta l’idea di quel quartiere di Parigi. Era ed è tutt’ora densamente popolato da artisti, dove c’è un tipo di ambiente molto creativo e suggestivo. E devo dirti che il non usare l’inglese mi ha molto attizzato (ride). L’inglese ormai è abusato da tutti. Alla fine siamo europei, quindi è bello poter usare qualcosa di più vicino a noi, tenendo conto del fatto che Parigi, a livello europeo, è stata una delle culle principali del jazz. Tutto torna in qualche modo.

Come quelle band che mettono il nome in inglese e poi cantano in italiano… E visto che mi hai parlato di amicizia e armonia di gruppo, cosa non deve mancare in un brano dei La Rive Gauche per sentirlo veramente vostro?

È una domanda che andrebbe rivolta a ognuno di noi, perché penso che non sia una sensazione univoca. Io ho un mio modo di vivere i brani e la musica in generale. Non so bene come spiegarlo, ma in realtà è abbastanza semplice. Succede quando un brano che scrivo mi fa venire una specie di brivido (ride) … Ecco, ho bisogno di sentire una scossetta! Quando succede che scrivo qualcosa che funziona ma la scossetta non arriva, non lo faccio volentieri. È come se non ci credessi fino in fondo, un po’ di emozione deve arrivarmi sempre.

Tornando all’album, il brano “Musette da viaggio. Long time ago” porta al firma anche di Roberto Pischiutta (Pivio) e Aldo De Scalzi. Come è avvenuta questa collaborazione, come è nato il brano?

La collaborazione di cui ti parlavo prima, che va avanti ormai da dodici anni, forse di più. Nell’80% dei lavori che fanno c’è anche il mio zampino e quello di un altro collaboratore che si chiama Claudio Pacini. Ormai abbiamo un team di quattro persone, che lavora in ottima sinergia, in cui riusciamo a fare un sacco di cose. Quasi sempre i brani vengono co-firmati, perché magari uno ci mette un’idea melodica e l’altro un arrangiamento. “Musette da viaggio. Long time ago” è un brano che fa parte di una colonna sonora di un film con Alessandro Gassman, “Un Natale per due”, e fa da appoggio a una scena di un viaggio. Ma era un pezzo molto breve, molto più di quando mi sarei aspettato.

E questo vi ha rotto le uova nel paniere.

Avevo iniziato a scrivere insieme ad Aldo e a Pivio questa cellula melodica, che fa parte del brano, senza però poterla sviluppare. Questo si ricollega agli aspetti che dicevo prima, cioè che scrivere per il cinema, in qualche modo, ti vincola. Se la scena dura trenta secondi puoi anche fare un brano di dieci minuti, ma nove minuti e mezzo non verranno utilizzati (ride), e quindi devi adattarlo. Ecco, quel brano era rimasto un po’ così, ma la faccenda ci piaceva, quindi l’ho ripreso e sviluppato. Infatti nel brano c’è una prima parte, se vogliamo, etnica, e tutta una seconda parte che nel film non compariva, abbastanza complessa, che è stata aggiunta in un secondo tempo. E se vogliamo, questo si ricollega anche alla domanda sulla genesi dei brani. Questo è un esempio in cui il brano è nato in due fasi ben distinte.

Una curiosità, siccome stiamo continuando a parlare di cinema. Menzionando il film “Whiplash”, c’è una domanda che vorrei fare a una persona come te che conosce quel mondo. Ovviamente parliamo di un film, quindi contiene sicuramente molte parti romanzate, ma quello del jazz e del blues è un mondo così… severo e rigoroso? Oppure è un semplice luogo comune?

Il mondo tradizionale del jazz non è serio per niente. Il jazz nasce come musica popolare, questo lo sappiamo tutti, e veniva suonato nei bordelli, nei bar e nei ristoranti con la gente che beveva, fumava, faceva casino e andava a mignotte (ride). Gradualmente, nell’arco dei decenni, è diventato musica colta. È stato soppiantato da tutta un’altra serie di generi nel ballo e nell’intrattenimento più leggero, divenendo così musica colta. Adesso le avanguardie, soprattutto quelle europee e americane, di jazz fanno musica che è più vicina alla musica contemporanea classica che non alla musica d’intrattenimento. La severità, come l’hai definita tu, secondo me è legata forse più agli ultimi anni e al fatto che, per suonare in una determinata un certo genere di cose, devi avere una preparazione molto seria. Non ti puoi improvvisare più di tanto.

Assolutamente, sarebbe anche offensivo per chi lo fa con dedizione.

Il jazzista moderno, quello che si cimenta con questo tipo di jazz, è un musicista che ha la stessa levatura del musicista classico. Ha una pratica e conoscenza teorica e strumentale di livello molto elevato. Quindi la risposta alla tua domanda potrebbe essere: sì, eh (ride).

Io non so come ringraziarti, sto imparando davvero molto. E anche capendo quanto io sia ignorante.

Ci vogliono anni per capirci qualcosa in questo mondo qua, non è semplice (ride). Anche perché negli ultimi cento anni è successo davvero di tutto. Il jazz ha avuto un excursus simile a quello della musica classica, ma ci ha messo settant’anni, anziché trecento o quattrocento come la musica classica, a cambiare del tutto. È stato come un maremoto. Il jazz è mutato in pochissimo tempo, ed è difficile stare dietro a tutti questi cambiamenti se uno non li approfondisce.

Specialmente se parliamo dell’era odierna, minimale, in cui per la maggiore vanno la indie e la trap. E siccome mi hai parlato di questo scossone degli ultimi decenni, che hanno cambiato anche la metodologia di ascolto, voglio chiederti: il genere jazz, e quindi anche l’album “One!”, ha più riscontri in Italia, o all’estero?

Partiamo da un presupposto: il jazz, il blues e tutti i connotati derivati nascono in un altro continente. Questa è la loro musica, che in qualche modo è diventata anche la nostra. Ma la nostra tradizione è quella che proviene dal melodramma in avanti (ride). Abbiamo assimilato molto bene il linguaggio, la tecnica e la conoscenza del jazz, però non è la nostra musica autoctona. Ma dal punto di vista della fruizione, quel che vedo io è che in Italia siamo molto indietro. I grandi nomi che, giustamente, riescono ad arrivare a un livello di notorietà quantomeno nazionale, vengano poi conosciuti e riconosciuti ovunque. E questo va benissimo, ma c’è tutta una miriade di bravissimi e interessanti musicisti che, purtroppo, fanno molta fatica a essere notati.

Una storia che si ripete un po’ in tutti i generi, purtroppo.

Trattandosi di un genere di nicchia non è che gli spazi siano poi così tanti. Senza dimenticare il “mito degli americani”, cioè sembra che loro siano sempre i più bravi del modo (ride). Per carità, è la loro musica ed è nata lì, ma ci sono delle correnti di jazz, soprattutto nel Nord Europa dove l’attenzione per il genere è molto più alta rispetto che da noi, che sono interessantissime e diverse dal tipo di musica degli Stati Uniti. Se ascolti la musica di alcuni gruppi scandinavi capisci che è proprio un altro mondo.

Avrò davvero tanto da approfondire…

Senza fare alcun tipo di paragone, ciò che abbiamo realizzato noi in “One!” è molto diverso. Non so se bello o brutto, non mi interessa e non è compito mio giudicarlo, ma è certamente diverso dalle cose che senti venire dall’America. Ha dentro degli influssi e melodie italiane che loro non hanno perché non fa parte della loro cultura, anche se di italiani lì ce ne sono tanti (ride). Hanno un modo differente di concepire la musica. Non ricordo da dove siamo partiti, ma spero di averti risposto (ride).

Luca Cresta, sei stato ultra esaustivo. È bello perché parliamo di un qualcosa di personale.

Lo spero, noi abbiamo cercato di metterci dentro di tutto senza farci troppo condizionare dagli stilemi di quel genere piuttosto che di quell’altro. Per fare un esempio banale, nella maggior parte dei brani jazz senti il contrabbasso. Noi abbiamo usato il basso elettrico perché Roberto Costa è innamorato di quello strumento, lo suona benissimo ed è riuscito a inserirlo perfettamente in questo mondo musicale. Se ci pensi è molto diverso dal sound del contrabbasso, nel bene o nel male, ma certamente diverso.

Per un neofita che vuole avvicinarsi a questo mondo, oltre ad ascoltare voi ovviamente, cosa consiglieresti per muovere i primi passi?

Bisogna vedere se partire dagli albori oppure no. Scegliendo un approccio più moderno c’è tutta la fusion dagli anni ’70, che è interessante, ha un suono più attuale ed è suonata anche con strumenti elettrici, più accattivante. Il jazz è principalmente riconosciuto negli strumenti classici, quindi nel pianoforte acustico, contrabbasso, i vari fiati e la batteria suonata in un certo modo. Questo è l’impianto generale e fino a un certo punto si è lavorato solo con questi strumenti, anche perché erano quelli disponibili fino agli anni ’40/’50.

E poi ha iniziato a cambiare tutto.

Poi è arrivata l’elettrificazione che ha portato all’introduzione di nuovi strumenti, quindi la chitarra e il basso elettrico, i sintetizzatori e sono cambiati i connotati. Quindi, se uno volesse partire da questa “seconda fase” dovrebbe sentirsi tutti i nomi che l’hanno caratterizzata. I Weather Report, Yellowjackets, Herbie Hancock, Chick Corea e chi più ne ha e più metta. Questa è tutta musica abbastanza moderna che può essere ascoltata con interesse da orecchie fresche. Tutto quello che viene prima è sicuramente basilare e fondamentale, però fa parte della tradizione.

Dipende anche dalla curiosità che ognuno ha.
Certamente. Ascoltare Charlie Parker, che è una delle pietre miliari del jazz, ti aiuta anche a capire i Weather Report, queste cose non possono essere disgiunte. Però ascoltare il suono degli anni ’40/’50, che è stato quel che è stato, può essere abbastanza spiazzante (ride). Quando inizi a sentire le registrazioni in mono, o magari in stereo, ma con il sax tutto da una parte e la batteria tutta dall’altra, e le frequenze acute tagliate, perché magari i mezzi dell’epoca non consentivano di più, è logico che ti vien meno voglia di ascoltarli (ride).
Siamo quasi alla fine, giuro. In questo periodo di quarantena, cosa sta succedendo? Ci sono brani in arrivo, stai lavorando ad altro?

Dal canto mio qualche cosa sto scrivendo, sì. Devo dirti che la prima fase, dal punto di vista emotivo, è stata un po’ angosciante. Tutto ciò mi ha bloccato, sono stato senza quasi mai toccare il piano per una decina di giorni. Mi sto sbloccando, e vedo che anche i miei colleghi si stanno abituando. Ciò che ci manca tantissimo a tutti è il poter suonare insieme fisicamente. Ci sono vari surrogati coi quali stiamo facendo i conti (ride), come alcune piattaforme dove collegandosi con una buona rete si riesce a suonare insieme….

Ma certamente non c’è lo stesso scambio di energie.

No, assolutamente. E infatti l’ho definiti surrogati non a caso (ride). In questo caso, non c’è altro da fare. Quel che si può fare, tuttavia, è lavorare sulla composizione e sulla tecnica strumentale un po’ per conto proprio, sperando che arrivino tempi migliori.

Ed è quello che ci auguriamo tutti, sicuramente. Luca Cresta, voglio ringraziarti per questa splendida chiaccherata. Prima di lasciarci, hai le ultime righe per concludere come preferisci. A presto!

Sicuramente un ringraziamento a te, in particolare, e alla redazione. State facendo un ottimo lavoro e vi seguirò più attentamente. Assolutamente dovuto, perché la musica ha bisogno di divulgazione. Per noi musicisti tutti coloro che fanno divulgazione musicale sono importanti. Colgo l’occasione per ringraziare i miei compagni di avventura, ossia Massimo Grecchi, Roberto Costa, Fabio Lanzi, e nella fattispecie anche Giovanni Aquilino. Naturalmente vorrei ringraziare l’etichetta discografica Dodicilune per aver aggiunto il nostro album al loro grande catalogo. E direi basta, per me può bastare così (ride). Al prossimo disco!

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