i Queen in uno scatto di Nick Johan, durante un concerto a Seattle
i Queen in uno scatto di Nick Johan, durante un concerto a Seattle

A 47 anni dall’uscita, QUEEN è ancora valido manifesto di convivenza tra discordi

Esattamente 47 anni fa i Queen facevano il loro debutto con un album omonimo. Visto e considerato come la critica aveva accolto “Sheer heart attack”, uscito solo 2 anni dopo. Non stupirebbe apprendere che la loro originalità abbia incontrato non poche resistenze anche nel pubblico. In effetti, proprio come il terzo album, fa dell’inclusione di tutte le più importanti novità degli ultimi 10 anni la sua forza. Nonostante i Queen fossero al debutto e poco più che ventenni, la malinconia e la disillusione sono i denominatori dell’esistenza. Ma d’altronde, chi non sarebbe preso male se dovesse registrare un album nelle pause di altre band? Comunque, essersi aggiudicati i De Lane Lea e il Trident studios di Londra era già un premio per i live che li stavano portando a emergere dal fertile humus della capitale inglese.

Queen – Doing Alright

La tormentata registrazione di “Keep Yourself Alive”, brano d’apertura, riflette l’articolata struttura compositiva. La magnifica e fortunata delle dieci versioni registrate è una vera e propria rincorsa in una spirale rock fatta di compulsioni. “Doing Alright”. I virtuosismi e la capacità di mescolare generi su generi è una peculiarità dei Queen che li avrebbe accompagnati fino alla fine. L’incipit da piano-ballad non preclude un’evoluzione diversa e inaspettata al brano. Attraverso infiltrazioni gospel e barocchismi chitarristici, i Queen spianano la strada all’heavy metal.

Queen – Keep Yourself Alive

“Great King Rat”, insieme a “Liar” e a “Jesus”, costituiscono la triade più spiritualistica del disco. La prima si connota decisamente scura, soprattutto grazie al sapiente uso di distorsioni e bassi. Un testo irriverente, al limite della blasfemia, come nella migliore tradizione rock. In “My Fairy King” la dimensione onirica prende i connotati di una ballata gospel. Ci si aspetterebbe un’inversione di tendenza, come per altri brani. Invece i Queen puntano sull’autarchia del progressive. Il timbro cristallino di Freddie Mercury, insieme al sapiente uso di tastiere e pianoforte sono tanto struttura quanto estetismo. I toni di “Liar” sono epici, nel dipingere il ritorno a casa del figliol prodigo.

Queen – Great King Rat

Con “The Night Comes Down” Brian May, chitarrista della band, fa pregustare quello che sarebbe stato un must nelle sue composizioni. La malinconia per la spensieratezza dell’infanzia perduta lo accompagnerà in tutta la sua carriera. Oltre alla nostalgia dell’innocenza, il brano si apprezza per il modo equilibrato in cui l’impalcatura progressive si assottiglia nel momento canoro di Freddie Mercury. L’heavy di “Modern Time Rock n’roll” e “Son and Daughter” trova nel protagonismo del basso di John Deacon importanti sfumature di metal.

Queen – The Nights Comes Down

La chiusura con “Seven Seas Of Rhye” è un preludio al brano inciso per “Queen II”. Per come si presenta in “Queen”, si connota come un tributo strumentale al modernismo à la “Baba ‘O Riley”. Una prima fatica discografica non del tutto acerba. Fortunatamente non avrebbero mai perso il vizio di rendere orecchiabili composizioni articolate, di avvicinare il diverso. Non avrebbero mai perso il no di non rinunciare alla dissonanza tra generi. È di quasi mezzo secolo quello che potrebbe essere definito a tutti gli effetti il manifesto artistico dei Queen. La convivenza tra discordi siano essi armonici oppure di genere, per quanto difficile, è possibile.