L'artista Parrelle in uno scatto promozionale.
L'artista Parrelle in uno scatto promozionale.

PARRELLE: “Ho sempre amato le parole e chi ne fa uso per liberarsi dai macigni poggiati sul cuore”

Diamo il benvenuto all’artista napoletano Parrelle. Noi di Music.it siamo soliti cominciare con un aneddoto insolito. Racconta ai lettori un singolare episodio, accaduto durante la tua carriera musicale, che ricordi con il sorriso o che non scorderai mai per l’imbarazzo!

Inizierei col ringraziarvi per avermi concesso la possibilità di raccontare e raccontarmi: sembra cosa scontata, ma poter rivolgersi al pubblico è linfa per chi fa o sogna di fare questo mestiere. Secondo anno di medie, recita scolastica: io e la mia pseudo band decidemmo di assumere le sembianze dei Queen e incantare la platea sulle note di “One Vision”. Io avrei dovuto assumere le sembianze di Brian May, peccato che madre natura non m’avesse mai donato né le sue mani fatate, né la sua chioma a mo’ di cespuglio. Ricordo però il mio ingresso sul palco con la mia prima chitarra elettrica rosso fuoco, con fare stralunato e stile da vendere mentre intonavo quel riff di chitarra divenuto celebre negli anni. Fu un successo. Cioè, almeno credo, ma mia nonna in prima fila sembrò apprezzare, quindi andò bene così.

Quali sono le tre cose che non possono mai mancare nella tua vita? E nella tua musica?

«Senza punti saldi, probabilmente cammineremmo con le nostre sneakers sulle sabbie mobili».

Mi piace partire con questa citazione rubata direttamente dalla mia enciclopedia personale, per ammettere che nella mia vita non potrei fare a meno di Snoopy, dei miei calzini, della Roma. Snoopy è il mio miglior amico dalle orecchie affusolate, la platea di tutte le mie canzoni, conosce la mia musica prima degli altri; a volte ho l’impressione non sia un cane. I calzini dalle milleuno fantasie diverse mi ricordano di non perdere mai quella leggerezza, quell’essere inconsapevole ma allo stesso tempo pronto ad accettare anche una vita “spaiata”. Roma come posto del cuore, e la Roma come centro di tachicardia permanente, Franco Battiato mi passerà la citazione. Per quanto riguarda la musica: non potrei mai rinunciare ad ogni minimo spazio di tutto quello che è musica. Sarebbe come vivere senza vivere, ecco.

Nel corso del tempo, quali sono state le principali variazioni subite dalla tua musica e quali sono gli album che hanno segnato e lasciato un’impronta lungo il tuo percorso musicale?

Ho sempre amato scrivere, ho sempre amato le parole e chi ne faceva uso per liberarsi dai pesi, dai macigni poggiati sul cuore; forse per questo motivo mi sono innamorato sin da bambino di Francesco De Gregori, mentre i miei coetanei ballavano con movenze no-sense sulle note di “Dragostea din tei”. Crescendo ho aperto gli occhi e le orecchie verso il favoloso mondo dei The Beatles, l’alpha e l’omega della musica internazionale per me, per poi donarmi completamente alla dolcezza da sorrisoni a 32 denti di Cesare Cremonini e della sua Bologna. Ho sempre visto la musica come un calderone in cui poter far confluire di tutto; dall’enigmatico charme di Fabrizio De André sino ad arrivare all’indie di Calcutta e la scuola 126. Tre album che m’hanno segnato così, su due piedi, direi: “American Idiot” dei Green Day, “Nero a metà” di Pino Daniele, e “Maggese” di Cesare Cremonini.

Il tuo nome d’arte nasce dalla strada dove abiti, un modo per ricordarti che, ovunque ti porterà la musica non dimenticherai mai le tue radici. Quanto ha influito il tuo luogo di origine nella scrittura delle tue canzoni?

Mi piace ammettere di essere cresciuto “a pane e Pino Daniele”; certo, dovrei ringraziare anche mio padre, i suoi viaggi verso la Calabria con le cassette al sapore di “‘Na tazzulella ‘e cafè” e di quella chitarra blues che mi fece perdere la testa prima di qualsiasi altra donna. La musica napoletana ha un patrimonio intrinseco immenso, a volte quasi sottovalutato, a volte bistrattato quando si cerca di racchiudere nel “made in Napoli” la sola frangia neomelodica, seppur seguitissima. Napoli e la sua musica sono però tutt’altro; passione, “appocundria”, tormento, amore e mille altre storie, e sì, senza alcun dubbio, ho sempre amato lasciarmi travolgere da tutto questo.

“Vans”, è il tuo nuovo singolo: un pezzo sul nascondersi, nonostante tutto. Cosa significa per te e cosa saresti disposto a rinunciare “nonostante tutto”?

Quando ho scritto “Vans”, io l’ho immaginata un po’ così: un dialogo a cuore aperto con la mia parte in chiaroscuro, con dei rumori a fare da sfondo, e i miei occhi stracolmi di malinconia. Due minuti e venticinque che raccontano quanto è difficile per me essere compreso, accettato per quella miriade di sfumature che mi colorano il viso, l’anima. È una canzone che segna una sorta di nuovo inizio. Diciamocela tutta, è sempre bello poter indossare un paio di scarpe nuove e ripartire alla ricerca di stimoli, con lo zaino pieno di tutto ciò che è stata la tua vita precedentemente.

Ciò che è stato non si dimentica…

E io non dimentico, non posso assolutamente farlo, le suole consumate di tutte le Vans indossate in questi anni. E non rinuncerei mai a tutto questo: è comodo e semplicistico ammettere di dover lasciar andare tutto quello che ci fa male, ma credo che Fabrizio De André in un certo senso avesse ragione: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

Hai mai pensato di andare in un talent? Cosa pensi della musica televisiva?

Mentirei se non ammettessi di aver tentato negli anni precedenti la tortuosa e mirabolante strada dei talent, perché quando la voglia di arrivare nei timpani delle persone raggiunge livelli esponenziali, le provi un po’ tutte, si sa. C’è da dire che è notevolmente cambiato anche lo stesso circuito televisivo. Oggigiorno ci sono alcuni fattori che influenzano notevolmente l’approdo sui grandi schermi, come la popolarità sui social, un background artistico già definito o canzoni pubblicate e divenute virali.
È però pur sempre bello credere nelle favole, nel perfetto sconosciuto che insegue un sogno.  Magari ci si ritrova a camminarci dentro inconsapevolmente, grazie alle opportunità televisive.
Tu prova, non si sa mai.

Cosa c’è nel tuo futuro, e soprattutto, quando potremmo stringere un tuo album tra le mani?

Il futuro sembra sempre una grandissima palla nera, un buco dell’ozono a cui avvicinarsi incute timore; come l’interrogazione di trigonometria in cui consumi il gessetto tra le dita per l’agitazione. Però, perché amo ammettere che nella vita ci sia sempre un “però”, se guardo oltre il mio naso e la mia miopia, vedo musica. Solo e soltanto musica. Avere l’opportunità di essere ascoltati, anche da tre persone, è un grande privilegio. Bisognerebbe sempre ricordarselo e avere cura delle anime che si andranno a sfiorare con le proprie parole, con le proprie melodie. E sul disco, beh, ci arriveremo: è la naturale conclusione di un progetto, un raccoglitore di quello che sono, di quello che vorrei essere. Insomma, non è facile per me racchiudermi in una confezione, ma arriverà. Promesso.

Parrelle, purtroppo siamo arrivati ai saluti, ma il finale spetta a te. Saluta i lettori con una citazione o, se preferisci, con una frase tratta dalle tue canzoni! Grazie per il tempo che ci hai dedicato e a presto!!!

Amo le parole e tutti i bagagli che si trascinano dietro, quindi è stato un piacere poter parlare con voi, aprirmi e raccontarvi cosa mi agita i pensieri. E vi lascio con una frase di “Vans” che m’ha fatto innamorare di questa canzone: «Fermo a guardarti, mi drogo senza drogarmi, sapevi semplificarmi, come col DeltaQuarti, e mi trovavo e mi trovavi sai, io che nella vita, non mi trovo mai».