Un'immagine promozionale di “The Repetition”.
Un'immagine promozionale di “The Repetition”.

THE REPETITION – HISTOIRE(S) DU THÉÂTRE (I) metateatro di una tragedia

Siamo assuefatti al dolore. Nascondere il fatto tragico come da tradizione ateniese forse è sintomo di rispetto per la vittima. Sdoganare la violenza sotto gli occhi dello spettatore, farla scena, ha reso insensibile il pubblico romano. In ogni caso, per l’uomo la vista è il senso preponderante. Le cose che vediamo soltanto, che non possiamo toccare, manipolare, distruggere, le riceviamo tramite schermi, mezzi di propagazione e al contempo di difesa. Il cinema, per quanto si sforzi, non saprà mai essere crudo quanto il teatro. Con “The Repetition” Milo Rau mette a dura prova la soglia di tolleranza della vista umana con una forma espressiva che ha nell’etimo proprio la vista.

Il fatto di cronaca è il contenuto più evidente della messinscena. Si tratta dell’omicidio a sfondo omofobo avvenuto nel 2012 a Liège, in Belgio. Milo Rau accompagna per mano lo spettatore attraverso i diversi livelli di metateatro. Poco e niente è lasciato all’ipotesi. I cinque atti di “The Repetition” sono citazione consapevole ed esplicita della tragedia shakespeariana. Il palco del Teatro Vascello non è, quindi, solamente il luogo in cui continua a consumarsi sotto gli occhi del pubblico il truculento assassinio di Ihsane Jarfi.

L’atto tragico viene commentato, sciolto, indagato, spezzettato fino a essere ridotto in parti finalmente indivisibili. L’analisi chirurgica di Milo Rau è svolta con l’unico bisturi di una drammaturgia cruda e realista. Non viene nascosto neanche un istante della storia di “The Repetition”, dalla genesi di un’idea fino alla chiusura sul palco. Lo spettacolo svela la sua natura di manifesto, interamente intelligibile. Eppure è impossibile ridurre il fatto tragico a mero espediente volto a indagare il ruolo del teatro nella contemporaneità.

Con “The Repetition” Milo Rau mette a dura prova la soglia di tolleranza della vista umana con una forma espressiva che ha nell’etimo proprio la vista.

“The Repetition” è un intreccio di metanarrazioni. Sul primo livello troviamo lo sviluppo della vicenda: la decisione di portare a teatro l’omicidio di Ihsane Jarfi. E con esso i provini per la scelta degli attori, le indagini e le interviste sul dolore dei cari di Ihsane Jarfi. Lo sguardo del pubblico sulla scena è sempre filtrato da cineprese. Il loro obiettivo deforma la vista dello spettatore, perlopiù allargando la prospettiva, aggiungendo contorni, persone e cose che in scena non ci sono. Le telecamere sono per ciò che non c’è. Alterando la realtà scenica, la approfondiscono anche.

In ogni istante si concentra la ripetizione della medesima azione. Ciò che accade sul palco, accade anche sullo schermo, incastrata nella recitazione del resoconto della preparazione di “The Repetition”. Lo schermo non serve solo a superare le barriere linguistiche tramite sottotitoli, trattandosi di uno spettacolo in francese e belga. Lo schermo è anche un simbolo, perché è il luogo in cui le ripetizioni si eternano sempre uguali.

A essere oltremodo sfumati sono i confini tra persona, attore e personaggio. Dove finisce la persona ed inizia il personaggio? Cosa subisce l’attore nel dare il via a una riflessione sul dolore, sull’assenza? Perché scegliere di non edulcorare la pillola? Perché a teatro c’è il sesto atto, in cui tutti sono vivi, comicamente vicini vittime e carnefici. La tragedia allora può ripetersi.

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