Eddie Van Halen durante una esibizione allo Jones Beach Theater – New York, 14 agosto 2015.
Eddie Van Halen durante una esibizione allo Jones Beach Theater – New York, 14 agosto 2015.

Ciao EDDIE. L’ultimo saluto a VAN HALEN da uno nato nel 1992

Sono nato nel 1992. Il mio DNA dovrebbe essere attraversato da malinconiche e ambigue, elettriche, schitarrate grunge. Il mio sensibile animo dovrebbe essere intriso di rabbioso, insicuro, adolescenziale messaggio kurtiano. Sono nato nel 1992 e i miei vestiti larghi, i miei jeans sfatti, le mie chitarre scrostate e vecchie di terza mano dovrebbero riempirmi la fantasia. Sono nato nel 1992, e stasera è morto Eddie Van Halen. È morto e dovrei essere totalmente indifferente alla notizia.

Sono nato nel 1992, eppure c’è qualcosa, mentre Van Halen muore, mentre Van Halen è morto, c’è qualcosa stasera che non va. C’è qualcosa nella mia macchina che torna a casa che non va. Io lo so cosa non va, lei no. Viaggia a 80 all’ora e ascolta Virgin dire che è morto Eddie. Lo sa che viaggia piano. Mentre il mio piede per un secondo allenta la presa sull’acceleratore, sentendo dire che Eddie non c’è più, la mia Kangoo sa che il suo comportamento non è corretto.

Mentre Van Halen è morto, c’è qualcosa stasera che non va

Non è un comportamento da macchina di seconda mano per bene. Perché una macchina di seconda mano per bene, con il suo acceleratore arrugginito, mi avrebbe scalciato via il piede, mi avrebbe dato una sberla con la freccia e mi avrebbe fatto ragionare. La mia Kangoo mi avrebbe chiesto perché non mi passo la mano tra i capelli. Mi avrebbe chiesto perché non rendo i miei capelli ribelli, vaporosi come se Gesù Cristo non fosse stato solo un parrucchiere troppo scrupoloso. La mia Kangoo mi avrebbe chiesto perché non ho contrastato le idee incredibilmente puritane in fatto di capelli di Gesù. Lo avrebbe fatto se fosse stata una macchina per bene.

E invece mi trovo allibito, alla guida, senza toccarmi i capelli. Mi ritrovo ad ascoltare i singhiozzi compiaciuti della mia Kangoo nel vedere che i miei capelli restano lisci sulla testa, come un malloppo di stelle filanti nel carnevale più triste del modo.

Ciao Eddie. Il mio saluto è insensato e veloce come il tuo modo di fare rock

Ascolto la notizia. Eddie è morto. Ah, certo, la morte di Eddie Van Halen non è la morte di John Lennon, di Kurt Cobain o di qualcun altro di questi grandissimi santoni che hanno rivoluzionato le anime di noi giovani spiriti sperduti. Però, cazzo, è morto Van Halen.

E mentre me ne sto a casa, senza confrontarmi con la mancanza di remore morali della mia Kangoo, mi rendo conto che il modo senza Van Halen non sarà mai più lo stesso. Sarà un mondo che non avrà più grandi motivi per avere una mancanza di motivi, una mancanza di impegno. Vuol dire che se muore Eddie Van Halen, muoiono le chiome vaporose e le dita veloci. In un connubio di dita e chiome che neanche il diavolo saprebbe giustificare.

Ciao Eddie. Il mio saluto è insensato e veloce come il tuo modo di fare rock. È veloce e insensato come gli anni ’80. È veloce e insensato come gli anni ’80 visti da qualcuno che è nato nel 1992. È un saluto insensato da ciocche di chiome e obnubilato da dita veloci. Jump baby, se puoi saltare. Perché io, cuffie, nelle orecchie, alla faccia della mia Kangoo, cazzo se sto saltando.